Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2013

Le deboli ragioni dell’intervento

Secondo tutti i resoconti di cui disponiamo, Obama ha a lungo resistito alle pressioni di chi chiedeva di alzare la soglia dell’impegno statunitense in Siria e di valutare la stessa opzione militare. L’immensa complessità della situazione siriana e una guerra civile nella quale mancano interlocutori solidi e affidabili costituivano forti deterrenti all’azione. Pesava, inoltre, il timore che un abbattimento violento del regime di Assad avrebbe potuto destabilizzare la regione mediorientale e che da esso avrebbero tratto vantaggio le forze del radicalismo islamico. Così come pesavano le lezioni di Iraq e Afghanistan: la consapevolezza, cioè, che gli Usa non sono in grado oggi di sopportare i costi materiali e politici di un intervento militare. Agiva, infine, la convinzione forte ancorché sottaciuta che il Medio Oriente non sia più così importante per la potenza americana, tutta tesa ad aumentare la propria autosufficienza energetica e a ricalibrare verso l’Estremo Oriente le sue priorità geopolitiche.

Nondimeno, sembra ormai ineluttabile quell’azione militare che Obama aveva cercato di scongiurare. Una nuova guerra che s’intraprende con la peggiore delle situazioni possibili: con la comunità internazionale, e la stessa alleanza atlantica, divise; con un Assad rafforzato; con un’opposizione al regime nella quale è cresciuto il peso dei gruppo islamici più radicali. Più di tutto, con obiettivi strategici e modalità operative al meglio vaghi e limitati e al peggio incoerenti e mal definiti.

Perché, dunque, si decide di ricorrere allo strumento militare? Cosa si spera di ottenere e quali scenari si prospettano?

Almeno tre sembrano essere le spiegazioni di quella che è a tutti gli effetti una capitolazione del Presidente statunitense. La prima ha a che fare con gli equilibri interni alla sua amministrazione e allo stesso partito democratico. Dove sembrano avere prevalso le voci dei tanti liberal interventisti, convinti sostenitori di una dottrina della guerra giusta che combina l’asserito imperativo etico dell’azione militare con il presunto vantaggio strategico che ne deriverebbe per gli Stati Uniti. Si tratta di figure come il segretario di Stato, John Kerry, il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice, l’ambasciatrice all’Onu, Samantha Power, gli stessi Bill e Hillary Clinton. Veterani e talora teorici dell’interventismo umanitario degli anni Novanta che invocano non a caso il precedente storico del Kosovo 1999, importante per la sua valenza simbolica e ideale più che per la sua tenue analogie con la Siria di oggi. Anche perché in gioco, si asserisce, sarebbe la stessa credibilità degli Stati Uniti. È questa la seconda, ricorrente giustificazione all’intervento: la necessità di tutelare una credibilità che lo stesso Obama avrebbe incautamente messo in gioco, definendo una “linea rossa” – l’utilizzo da parte delle forze di Assad di armi chimiche – che una volta oltrepassata avrebbe provocato una risposta militare. I sostenitori dell’intervento offrono però un’interpretazione più ampia e meno contingente del significato di questa credibilità, legandola alla rappresentazione che essi offrono degli Stati Uniti e al ruolo che vi assegnano nella protezione e difesa di fondamentali diritti umani e politici. Infine, vi è stato – soprattutto da parte del senatore McCain e di altri “falchi” repubblicani – il tentativo di articolare una giustificazione strategica all’intervento. In virtù della quale, si sostiene che la caduta di Assad indebolirebbe l’Iran ed Hezbollah (oltre, ovviamente, alla stessa Russia) e faciliterebbe così il processo di pace israelo-palestinese.

Molte obiezioni possono essere poste. Il rischio di un’escalation del conflitto e di una catastrofe umanitaria è altissimo; dal Vietnam all’Iraq, la storia insegna che la credibilità degli Stati Uniti e della loro potenza è stata spesso danneggiata da iniziative limitate e non risolutive più che dall’inazione; l’intervento parziale di cui si discute oggi difficilmente risulterà decisivo, ma di certo acuirà il risentimento anti-statunitense e rafforzerà gruppi islamici radicali già attivi in Siria. Più di tutto, però, appaiono completamente assenti quelle che dovrebbero essere le precondizioni basilari e brutali di qualsiasi utilizzo della forza e della violenza: la disponibilità a farne uso pieno e completo, accettandone i costi terribili, in funzione di obiettivi chiari, definiti e raggiungibili.

Il Messaggero, 29 agosto 2013

Senza vie d’uscita. Gli Stati Uniti e la crisi siriana

Più di 100mila vittime; quasi 2milioni di profughi, per la gran parte donne e bambini; altri quattro milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Sono queste le cifre del conflitto civile in Siria. Numeri che scuotono le coscienze e mettono a dura prova il realismo – cauto, pragmatico e finanche cinico – che per scelta e necessità ha qualificato molti aspetti della politica estera di Obama. Cauta e realistica doveva essere, nelle intenzioni, anche la risposta alla crisi siriana. Obama auspicava un’uscita di scena negoziata di Assad, facilitata dai precedenti libici ed egiziani. Una soluzione, questa, che avrebbe indebolito l’Iran ed Hezbollah, confermato l’impegno statunitense a sostenere le diverse “primavere arabe” e aiutato il rilancio del processo di pace israelo-palestinese. E che avrebbe permesso di contenere, in Siria e nella regione, forze islamiche radicali che nelle letture statunitensi prospererebbero sull’assenza di democrazia, la repressione politica e le ambiguità occidentali.

Ne è conseguita una strategia ispirata a questi obiettivi e condizionata da forti costrizioni interne: dalle pressioni di un’opinione pubblica scottata dai precedenti in Afghanistan e Iraq e indisposta ad assumere nuovi, onerosi impegni in Medio Oriente. Gli Usa hanno quindi appoggiato le tentate mediazioni delle Nazioni Unite, aumentato con gradualità gli aiuti destinati alla composita coalizione di forze anti-Assad e cercato d’individuare, tra queste, gli interlocutori più affidabili.

Questo approccio è in ultimo fallito. Il regime di Assad ha retto, dispiegando forme di violenza inaudite culminate, sembra, nell’uso di armi chimiche. La comunità internazionale si è rivelata ancora una volta divisa, con la Russia di Putin pronta a bloccare qualsiasi iniziativa multilaterale pur di sostenere il tradizionale alleato siriano, temendo i riverberi regionali di un successo delle forze islamiche più radicali.

Nel mentre, il prisma attraverso cui si leggevano le vicende siriane mutava al mutare del contesto regionale e al rifluire di molte delle illusioni, e delle semplificazioni, alimentate dalle “primavere arabe”. Come si è ben visto in Egitto, lo schema binario che contrapponeva democrazia ad autoritarismo veniva almeno in parte rimpiazzato da quello in cui era lo scontro tra islamismo e anti-islamismo a qualificare analisi, reazioni e scelte strategiche conseguenti.

Tutto ciò esacerbava dilemmi non nuovi con i quali gli Stati Uniti sono chiamati ancora una volta a confrontarsi. Alzare la soglia dell’intervento per facilitare la caduta di Assad rischiava, e rischia, di destabilizzare la Siria e il Medio Oriente, avvantaggiando le forze del radicalismo sunnita. Permettere ad Assad di sopravvivere, e tollerare le atrocità di cui si sta macchiando, erode ancor più la credibilità statunitense e di un presidente che aveva promesso di modificare in profondità forme e pratiche dell’azione internazionale degli Stati Uniti, a partire proprio dal Medio Oriente.

È un dilemma etico e politico, come vediamo quotidianamente. Ma è anche un ben più pressante dilemma operativo. Accettata l’idea che l’intervento degli Usa e dei loro alleati sia inevitabile – e questa sembra oggi la direzione intrapresa –  si pone il problema di come promuovere e gestire questo intervento, stante i vincoli imposti a Obama dalla sua opinione pubblica, indisposta ad accettare vittime statunitensi, e quindi a dispiegare truppe sul campo, o ad appoggiare un’azione dalla durata indefinita (secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di ieri, il 60% degli americani è contrario a un intervento statunitense nella crisi, mentre appena il 9% è favorevole).

Restano quindi i bombardamenti aerei: il modello del Kosovo 1999 di cui si discute in questi giorni, con un’analogia che lascia perplessi per l’immensa differenza tra i due teatri e le due crisi. Un’azione sollecitata da Francia e Gran Bretagna, preoccupate tanto dal terrorismo islamico quanto da un’intensificazione del flusso di profughi dalla Siria verso i paesi limitrofi e, potenzialmente, la stessa Europa. Ma una scelta che nel caso di Obama sembra rispondere a ragioni simboliche e politiche, ancor prima che pratiche e operative: alla sollecitazione a far qualcosa, qualsiasi cosa, per porre termine a un’inazione che mina credibilità e prestigio degli Usa. Nella consapevolezza, impossibile da esplicitarsi, di un ultimo, terribile paradosso: che tra tutti gli esiti possibili, il persistere dello status quo che nell’ultimo anno ha provocato così tante vittime è forse quello più vantaggioso per l’interesse statunitense in Medio Oriente.

Il Messaggero, 27 agosto 2013

Obama e i generali egiziani

È un fuoco incrociato e politicamente trasversale quello che sta prendendo di mira l’amministrazione Obama per la sua gestione della crisi egiziana. A seconda dei punti di vista, Obama viene accusato di aver mancato di realismo, assecondando in un primo tempo le pressioni di piazza che portarono alla caduta di un fedele alleato come Hosny Mubarak e cercando, dopo le elezioni, un dialogo con i fratelli mussulmani e il governo di Mohamed Morsi. Ovvero viene criticato, il presidente statunitense, per il suo cinismo, che lo ha indotto ad accettare, e finanche approvare, il golpe militare del luglio scorso e a reagire con timidezza alla sanguinosa repressione di questi giorni. Un cinismo che, secondo i critici, farebbe il paio con quello che avrebbe connotato l’atteggiamento degli Usa verso la guerra civile in Siria. Secondo questa lettura, i generali egiziani avrebbero preso nota della passività statunitense rispetto al conflitto siriano e lanciato la loro violenta offensiva anche perché certi che, come in Siria, Washington avrebbe fatto poco o nulla.

Queste critiche hanno qualche fondamento, ma risultano al meglio parziali e al peggio strumentali. A monte vi è infatti una chiara sopravvalutazione di quel che gli Usa possono fare oggi in Egitto, stante l’autonomia di dinamiche regionali che gli Stati Uniti sono in grado solo in parte di condizionare e le tante costrizioni interne che limitano i margini di azione della politica estera di Obama.

Certo, l’amministrazione statunitense ha compiuto errori marchiani nelle ultime settimane. Il segretario di Stato Kerry ha con troppa fretta avallato il golpe del luglio scorso (arrivando a dichiarare che i militari avevano agito “per ripristinare la democrazia”); la decisione di autorizzare l’abortita missione diplomatica in Egitto di due senatori, McCain e Graham, non ha giovato alla credibilità di Obama; di suo, il presidente è parso peccare a più riprese di ingenuità, fidandosi tanto delle promesse di Morsi quanto di quelle dei generali. Nondimeno, la vicenda egiziana evidenzia plasticamente i dilemmi statunitensi e la leva decrescente di cui gli Usa dispongono in Medio Oriente. Anche senza questi errori, è infatti difficile immaginare che gli Usa avrebbero potuto incidere maggiormente sulle vicende egiziane.

L’Egitto rappresenta un alleato fondamentale degli Usa, oltre che il secondo principale beneficiario degli aiuti militari statunitensi dopo Israele. È, dello stato israeliano, vitale interlocutore; i suoi militari costituiscono, per Tel Aviv, il più importante baluardo nella lotto contro il radicalismo islamico, in particolare in un’area sempre più difficile come quella del Sinai. In altre parole, la partnership strategica tra Usa ed Egitto (e, in una certa misura, tra Egitto e Israele) è stata, è – e presumibilmente continuerà a essere – fondamentale.

Obama non poteva più sostenere Mubarak. Di fronte a un processo che appariva per molti aspetti ineluttabile, non poteva mettersi contro processi che, una volta realizzati, avrebbero ridotto ancor più l’influenza statunitense nell’area. Né poteva pregiudizialmente rifiutare il risultato delle urne e ostracizzare apertamente Morsi e i fratelli mussulmani. Con un’azione di basso profilo, l’unica peraltro possibile, l’amministrazione statunitense ha cercato di mediare nel crescente conflitto politico e istituzionale. Trovandosi però priva di interlocutori politici, vista la debolezza delle forze liberali e filo-occidentali, e con delle forze armate sempre più diffidenti e preoccupate. Certo, la leva degli aiuti militari (che ammontano a circa un miliardo e trecento milioni di dollari annui) poteva, e potrebbe, essere usata con coraggio e decisione maggiori. Da più parti si è chiesto a Obama di sospendere tali aiuti fino a quando il processo democratico non sarà ripristinato; una decisione, questa, che avrebbe quantomeno una forte valenza simbolica, ma che il presidente non ha ancora assunto, limitandosi a cancellare alcune esercitazioni militari congiunte. Gli ingenti finanziamenti che alcuni stati del Golfo sono pronti a indirizzare verso l’Egitto possono però tranquillamente bilanciare la perdita di quelli statunitensi.

Ecco perché Obama agisce (e parla) nella consapevolezza che Washington dispone davvero di pochi mezzi per condizionare gli eventi. Ecco perché il presidente statunitense parla, o almeno così sembra, più alla opinione pubblica interna e internazionale che a un Egitto le cui sorti saranno in ultimo determinate da processi e attori sui quali gli Usa possono oggi incidere poco.

Il Messaggero, 18 agosto 2013

Obama cancella il summit

La decisione non è giunta inattesa. Dopo alcuni giorni di riflessione, Obama ha infine deciso di cancellare il summit bilaterale con Putin previsto in occasione del G-20 che si terrà il 5-6 settembre prossimi a San Pietroburgo. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, un presidente statunitense decide così di annullare un vertice già programmato con la controparte russa. Troppe sono state negli ultimi mesi le tensioni e le incomprensioni tra le due parti. Troppa grande l’umiliazione subita da Obama dopo la decisione di Putin di concedere temporaneo asilo politico a Edward Snowden, la talpa che ha rivelato i segreti dell’attività spionistica della National Security Agency ai danni di cittadini statunitensi.

Quali sono le matrici di questo significativo deterioramento dei rapporti tra Russia e Stati Uniti? Quale il suo possibile impatto sugli assetti internazionali correnti?

È chiaro che si stia assistendo a un parziale riequilibrio dei rapporti di forza tra Russia e Stati Uniti. Rimane una rilevante asimmetria di fondo e gli Usa continuano ad essere assai più influenti e globali nella loro proiezione di potenza. La Russia ha però rialzato la testa, grazie alla ritrovata stabilità politica, alle sue risorse energetiche e ai suoi mezzi militari che, spesso lo si dimentica, in ambito nucleare solo gli Usa possono pareggiare. Pretende, questa Russia, di avere voce in capitolo nella risoluzione di alcune crisi internazionali. Contesta politiche di sicurezza atlantiche che sembrano rispondere ancor oggi a logiche da guerra fredda. Ha relazioni importanti con stati-clienti, come la Siria di Assad, che le permettono di estendere la propria influenza in aree geopoliticamente nodali e alla cui sopravvivenza è inevitabilmente interessata. Ambisce in qualche modo a limitare l’esercizio dell’egemonia da parte degli Stati Uniti, utilizzando queste relazioni e sfruttando i tanti errori compiuti dagli Usa nell’ultimo decennio.

Incidono però anche dinamiche politiche interne a entrambi i paesi. Che molto spiegano, nella fattispecie, della scelta di Obama di cancellare il summit di settembre. Putin ha usato e usa con efficacia la carta di un rinnovato orgoglio patriottico, che l’ostentata contrapposizione con lo storico rivale statunitense concorre ad alimentare e rafforzare. Obama subisce le pressioni di un variegato fronte anti-russo nel quale convergono retaggi di guerra fredda, pressioni dei media liberal e delle influenti lobby per la difesa dei diritti umani e, più in generale, la consapevolezza che utilizzando tradizionali parametri di potenza la Russia rimanga ancor oggi il principale competitore degli Stati Uniti.

Ma è davvero una nuova guerra fredda, quella tra Mosca e Washington? Le lancette della storia stanno precipitosamente tornando al pre-1989? La risposta non può che essere negativa. La Russia non ha i mezzi e le ambizioni, anche ideologiche, globali che erano dell’Unione Sovietica; sta anch’essa dentro i vincoli del reticolo d’interdipendenze economiche e strategiche che connotano le relazioni internazionali oggi; i suoi margini d’azione ne risultano inevitabilmente limitati. Non può, in altre parole, ambire a contestare l’egemonia degli Usa come invece fece a lungo, e credibilmente, dopo il 1945. È, quello sì, potenza regionale importante e soggetto con cui gli Usa sono oggi chiamati a confrontarsi, con atteggiamento di certo diverso rispetto a quello tenuto nell’ultimo ventennio. Perché anche questa crisi mostra come sia giunto, per gli Usa, il momento di accettare la fine dell’artificiale parentesi di dominio unipolare post-guerra fredda. Per quanto superiori in termini di potenza, gli Stati Uniti sono cioè chiamati a modificare le loro modalità d’azione in un sistema internazionale in evoluzione nel quale, piaccia o meno, la Russia è tornata nuovamente a essere attore importante e influente.

Il Messagero, 7 agosto 2013