Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2013

Il linguaggio del pragmatismo

Delle Nazioni Unite si denuncia spesso, e a ragione, l’obsolescenza della struttura organizzativa, la paralisi dei processi decisionali e la conseguente inefficacia dell’azione. Nel farlo, si enfatizza la frequente irrilevanza di un’istituzione le cui ambizioni di governo mondiale sono di sovente travolte dall’azione unilaterale dei suoi soggetti più importanti, dall’agire di consolidate dinamiche di potenza e dall’operare di antagonismi e competizioni sempre vivi.

Ogni anno, però, l’appuntamento di settembre con l’assemblea generale delle Nazioni Unite rivela come quest’Onu debole, vilipesa e in balia di veti reciproci e regole arcaiche rimanga il principale palco a disposizione dei leader mondiali per parlare all’opinione pubblica mondiale: lo strumento attraverso cui ottenere il consenso indispensabile a garantire la legittimità delle proprie posizioni e proposte. Un palco spesso usato male e a sproposito, come nel caso di Bush nel 2002, quando l’organizzazione fu messa di fronte al fatto compiuto dell’imminente intervento in Iraq; o, e ancor più, come in occasione delle imbarazzanti performance dell’ex presidente iraniano Ahmadinejad, che sceglieva spesso New York per la lanciare le sue provocazioni revisioniste e radicali.

Quest’anno la sessione dell’assemblea generale si è intrecciata con la crisi provocata dalla guerra civile siriana e col tentativo di approvare una risoluzione del consiglio di Sicurezza che permetta di avviare lo smantellamento dell’arsenale di armi chimiche del regime di Assad. Quella siriana è, a tutti gli effetti, una catastrofe umanitaria, come i dati su vittime e profughi rivelano drammaticamente. Che però ha rischiato di costituire anche una catastrofe politica: per le Nazioni Unite, incapaci di svolgere il proprio ruolo e di portare i diversi attori coinvolti al tavolo dei negoziati; e per l’amministrazione Obama, che si è mossa in modo erratico e incoerente, vittima delle divisioni presenti al proprio interno e bloccata da un’opinione pubblica interna risolutamente ostile a qualsiasi uso della forza, anche quello minimo prospettato dal Presidente.

Le traversie, però, si possono talora trasformare in opportunità. Ed è quanto è avvenuto con la crisi siriana. Un improbabile piano presentato dalla Russia ha ridato fiato all’azione diplomatica e posto l’Onu di nuovo al centro della scena. Intrecciandosi con le dinamiche politiche iraniane ha inoltre riportato Teheran entro una dialettica diplomatica nella quale non può non svolgere un ruolo centrale.

Come già in passato, la passerella dell’assemblea dell’Onu è diventata quindi primariamente un momento di confronto tra Iran e Stati Uniti. Diversamente dal passato, però, questo confronto  è stato collaborativo e dialogico e non conflittuale e aspro. Dai linguaggi diversamente ideologici di Bush (che iscrisse a suo tempo l’Iran entro un grande “asse del male”) e Ahmadinejad (che all’assemblea del 2008 preconizzò l’inevitabile “collasso” del “regime sionista” israeliano), si è passati al registro assai pragmatico di Obama e del nuovo presidente Rouhani. È una distensione ancora assai timida, quella tra Stati Uniti e Iran. Ma che potrebbe costituire davvero uno dei più importanti fattori di trasformazione della politica internazionale di questo primo scorcio di secolo. Anche perché, pragmatismo per pragmatismo, interessi plurimi spingono le due parti al dialogo e alla conciliazione: l’utilità di un coinvolgimento dell’Iran nell’azione multilaterale di gestione della crisi siriana; l’importanza, per gli Usa e la comunità internazionale, di evitare un processo di nuclearizzazione dell’Iran che destabilizzerebbe il Medio Oriente e alimenterebbe una nuova proliferazione globale; l’interesse di Teheran a uscire da una condizione di forte isolamento internazionale  e a vedere attenuate quelle sanzioni che hanno concorso a metterne in ginocchio l’economia.

La strada non è semplice. Fazioni di entrambe le parti si stanno già adoperando per far deragliare il processo ancor prima del suo avvio. Rimane nondimeno significativo che sia gli Stati Uniti sia l’Iran abbiano optato per un linguaggio concreto e pragmatico, scegliendo il palco delle Nazioni Unite per comunicarlo non solo alla controparte, ma al mondo intero.

Il Giornale di Brescia, 27 settembre 2013

Un piano che serve a prendere tempo

Accompagnato da un folto team di esperti di armamenti, il segretario di Stato John Kerry è giunto a Ginevra per una tre giorni di negoziati con la sua controparte russa, Sergey Lavrov. Il vertice serve per definire con chiarezza il piano che prevede la cessione da parte del regime di Assad delle armi chimiche di cui dispone e, secondo i più, ha fatto uso. Un piano, quello avanzato da Mosca, che permette di congelare temporaneamente la crisi siriana e bloccare un intervento franco-statunitense fortemente osteggiato dalle opinioni pubbliche dei due paesi. Ma un piano anche assai poco realistico e dalla dubbia praticabilità. Si fatica infatti a credere che Assad possa privarsi, interamente e in tempi brevi, di un arsenale non convenzionale accumulato negli anni e considerato fondamentale per la propria sicurezza e sopravvivenza. Per farlo, il dittatore siriano chiederà precise garanzie e la certezza che la prossima risoluzione del consiglio di Sicurezza dell’Onu non ponga legami stringenti e automatici tra il suo rispetto da parte della Siria e un possibile ricorso alla forza da parte della comunità internazionale. Se così non fosse, calerà il veto russo e la partita sarà chiusa ancor prima d’iniziare. Anche laddove il processo diplomatico si rivelasse meno impervio di quanto appaia oggi e si trovasse una convergenza su un testo condiviso, si porrà l’immenso problema operativo di verificare e smantellare tale arsenale, in un contesto di guerra civile e con molteplici soggetti interessati a far deragliare il processo. Interessi che potrebbero essere dello stesso Assad, il quale chiederà, come è ovvio che sia, precisi incentivi e garanzie per rinunciare a un suo cruciale elemento di superiorità militare.

E allora perché una proposta al meglio poco praticabile e al peggio velleitaria ha raccolto un simile consenso, permettendo di riavviare i negoziati?

È chiaro che tutte le parti in causa hanno tratto dei vantaggi dalla finestra temporale permessa dalla proposta russa. La Russia è tornata a svolgere un ruolo centrale in un negoziato multilaterale che l’aveva vista vieppiù marginalizzata, anche se per farlo ha finito per gettare un’ancora di salvataggio a un Obama in grande difficoltà. Il Presidente statunitense ne esce decisamente male: ondivago nelle dichiarazioni e nelle posizioni, privo di un preciso disegno e in balia di forze, nel paese e nel suo stesso partito, che ha dimostrato una volta ancora di non saper controllare. Grazie all’intervento russo, riesce però a guadagnare tempo, evitando un intervento che appariva ormai fine a se stesso o una sconfitta al Congresso dalle pesantissime implicazioni politiche. Ottiene, infine, spazio e tempo per intensificare un’azione di denuncia morale del regime di Assad che ha avviato con grande efficacia retorica nel discorso al paese di martedì scorso ed è funzionale a costruire quel consenso interno all’azione militare per il momento assente. Come lui, anche Hollande si sottrae a una situazione complessa e politicamente pericolosa, soprattutto dopo la decisione di Obama di far approvare l’intervento al Congresso. Questa pausa nella crisi riporta infine in gioco altri attori, su tutti il Regno Unito e lo stesso Iran, che in queste settimane ha parlato con più voci, lanciando messaggi contraddittori ma rivelando anche un forte interesse ad evitare un’ulteriore escalation del conflitto.

Si discute quindi di una proposta che difficilmente porterà da qualche parte. Una proposta, però, che dà ossigeno ai negoziati, rivela l’avventatezza del comportamento dei governi di Stati Uniti e Francia e rimescola temporaneamente le carte, senza però alterare in modo significativo i termini della crisi: i suoi problemi quasi intrattabili e i suoi complicatissimi dilemmi.

Il Giornale di Brescia, 13 settembre 2013

Egemonie e consenso

Com’era ampiamente prevedibile, sulla Siria Obama ha ottenuto poco o nulla da questo G-20. Con l’eccezione di Francia, Turchia, Canada e Arabia Saudita, gli alleati degli Usa hanno mantenuto la loro distanza dal possibile intervento militare. Imbaldanzito dalle difficoltà statunitensi, il presidente russo Putin ha addirittura rilanciato, ergendosi a protettore di quelle che ha definito come le nazioni “più deboli e vulnerabili” all’uso “discrezionale della forza da parte di una superpotenza”.

Un sistema internazionale efficiente e stabile, ancorché non necessariamente giusto, necessita di alcune basilari condizioni per preservare l’ordine, quando questo è minacciato da crisi come quella siriana. Innanzitutto, le principali potenze del sistema devono riconoscere la legittimità del suo modus operandi e delle istituzioni che almeno in parte lo governano. In secondo luogo è fondamentale vi sia una gerarchia di potenza chiara, riconosciuta e non sfidabile. A ciò consegue, inevitabilmente, una terza condizione: la presenza di un soggetto egemone, capace d’imporre, il più possibile consensualmente, le proprie posizioni o comunque di agire, se necessario, come “risolutore di crisi di ultima istanza”. Infine, è indispensabile che tanto tale soggetto quanto gli altri principali attori siano capaci di definire con chiarezza i propri obiettivi e i costi necessari per poterli raggiungere, a maggior ragione se si tratta di democrazie costrette a confrontarsi quotidianamente con le proprie opinioni pubbliche.

In questa crisi – è ormai evidente – tali condizioni sono presenti solo in parte o mancano del tutto. Il sistema internazionale corrente soffre di un evidente deficit di legittimità. Un deficit, questo, simboleggiato dalla persistenza di istituzioni e regole che appartengono ad un’altra epoca, su tutte un consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il cui agire è paralizzato dal diritto di veto dei cinque membri permanenti, come si è ben visto con l’atteggiamento tenuto dalla Russia sul dramma siriano. Le istituzioni però non funzionano anche perché equilibri di potenza che sembravano non scalfibili sono messi ora apertamente in discussione. L’era unipolare a dominio statunitense volge al termine e si apre una complessa fase di transizione post-egemonica. Dove gli Stati Uniti difficilmente perderanno il loro primato, ma vedranno la loro azione internazionale soggetta a vincoli e costrizioni nuovi, come già stanno scoprendo oggi. Dentro una transizione di questo tipo, gli incentivi ad agire in modo opportunistico e spregiudicato si moltiplicano. Perché, appunto, il soggetto egemone non riesce a imporre le proprie posizioni e la disciplina con esse. Si badi bene che questo soggetto ancora esiste e sono ovviamente gli Stati Uniti. I profeti del declino americano, infatti, con troppa leggerezza liquidano le tante, strutturali persistenze della preminenza americana: il primato del dollaro, l’immensa superiorità militare, l’impareggiabile capacità di proiettare globalmente la propria potenza, come mostra tangibilmente la rete di basi di cui gli Usa dispongono nel mondo.

E però di questa preminenza, gli Usa e l’amministrazione che oggi li guida riescono a far relativamente poco. Per le resistenze degli altri soggetti; per la complessità, invero la quasi intrattabilità, di crisi come quella siriana; ma soprattutto per la mancanza delle condizioni menzionate poc’anzi: chiarezza di scopi (una precisa definizione dell’interesse in ballo) e disponibilità condivisa del paese a sopportare i costi necessari per raggiungerli (unità di intenti e coesione nazionale). Sulla Siria si fatica a capire quale sia l’interesse degli Stati Uniti e non è un caso che tra i maggiori critici di un possibile intervento vi siano autorevoli studiosi realisti, che proprio nell’interesse nazionale individuano  la bussola primaria se non unica che deve orientare la politica estera del proprio paese. Soprattutto, il paese non sembra disponibile ad appoggiare l’intervento: di cui non vede, appunto la necessità; di cui teme costi ed esiti. Pesano, va da sé, i clamorosi fiaschi dell’amministrazione Bush e le migliaia di soldati statunitensi che ne sono stati vittima. Pesa la disillusione per quella “primavera araba” letta (e generalizzata) con molta approssimazione e superficialità. Pesa, infine, l’agire erratico di Obama e la sua incapacità di articolare una chiara spiegazione dell’intervento: delle sue ragioni e delle sue possibili conseguenze. E senza ampio consenso interno, l’egemone difficilmente può agire, a maggior ragione quando altri, verificatene le difficoltà, si adoperano fattivamente per ostacolarlo e metterlo in difficoltà.

Il Messaggero, 7 settembre 2013

Il doppio consenso che manca a Obama

Gli Stati Uniti rimangono, a dispetto di tutto, il soggetto più importante del sistema internazionale. L’egemone capace come nessun altro di imporre le proprie posizioni, proiettare globalmente la propria potenza, condizionare le regole di tale sistema e dominare le istituzioni che lo governano. Ogni qualvolta parla, il presidente degli Stati Uniti lo fa quindi di fronte a due opinioni pubbliche – interna e internazionale – con l’obiettivo, se non la necessità, di ottenerne l’appoggio e il consenso.

“Non sono stato io a imporre una linea rossa”, ha affermato ieri Obama in riferimento alla sua affermazione di alcuni mesi orsono, che definiva appunto una soglia intollerabile, una “linea rossa – l’uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad – oltre la quale sarebbe scattata la reazione militare. “Il mondo ha fissato una linea rossa”, ha proseguito il presidente: “non è la mia credibilità a essere in gioco. È quella della comunità internazionale, dell’America e del Congresso”.

L’affermazione è inesatta. Quella “linea rossa” l’aveva improvvidamente definita proprio il presidente , nel tentativo di esprimere risolutezza ed evitare al contempo un intervento. Il discorso di Obama ci mostra però la complessa situazione nella quale si trova l’amministrazione statunitense e il riaffermarsi, anche in questa crisi siriana, di un dilemma che ha spesso segnato l’azione internazionale degli Usa: la difficoltà di rendere complementari due consensi, interno e internazionale, di cui gli Stati Uniti abbisognano per promuovere una politica estera attiva, interventista ed efficace.

Anche in questa crisi, Obama fronteggia infatti un doppio fronte, dentro e fuori gli Stati Uniti. Ha bisogno dell’appoggio della sua opinione pubblica e, ora, anche del Congresso, cui ha deciso con procedura costituzionalmente corretta, ancorché sorprendente, di chiedere l’autorizzazione all’azione. Ma ha bisogno anche del consenso del resto del mondo, a partire ovviamente da quello dai membri permanenti del consiglio di Sicurezza dell’Onu e della Russia in particolare.

Con mossa politicamente più abile di quanto non si fosse inizialmente compreso, Obama ha rimandato la questione al voto del Senato e della Camera dei Rappresentanti. Facendolo ha guadagnato tempo e, soprattutto, impedito ai repubblicani di capitalizzare politicamente sulla crisi, rendendoli corresponsabili della sua gestione e della risposta che gli Usa vi daranno. Se ci sarà una guerra, non sarà “la guerra di Obama”: sarà invece una guerra dell’America o, stante la persistente avversione all’intervento di una maggioranza degli americani, la guerra di Washington e dei suoi politici tutti, senza distinzione di parte. Al Senato Obama ha costruito una maggioranza che appare solida. Alla Camera il quadro rimane più incerto, anche perché l’asse anti-interventista tra sinistra democratica e destra libertaria è più forte. Ma è difficile immaginare una sconfitta di Obama.

Che però non ha visto la sua posizione rafforzata fuori dai confini statunitensi. Se il problema, come spesso si va affermando in questi giorni, è primariamente di credibilità, questa non è stata di certo aiutata dall’ondivago atteggiamento del presidente e men che meno dalla decisione di chiedere l’autorizzazione del Congresso. Al resto del mondo Obama ha comunicato confusione e debolezza al meglio, inconsistenza e opportunismo al peggio. È apparso in balia di forze interne alla sua amministrazione e al suo partito, che ha dimostrato di non saper governare e tenere a freno. E si è ritrovato come unico partner un Hollande che, in Francia, si trova a livelli minimi di popolarità. Ha ottenuto, quello sì, un po’ di tempo. Per provare a rilanciare la macchina della diplomazia non ufficiale, negli incontri ai margini del G-20 che inizia oggi a San Pietroburgo così come nelle frenetiche consultazioni con tutti i soggetti interessati, incluso quasi certamente lo stesso Iran. Per provare a risolvere un’impasse dalla quale si fatica oggi a intravedere una via d’uscita.

 

Il Messaggero, 5 settembre 2013

Obama, la costituzione e la guerra

La costituzione degli Stati Uniti in teoria non lascia adito a dubbi: tra le attribuzioni esplicitamente attribuite al Congresso vi è anche quella di “dichiarare guerra, concedere licenze di preda e di rappresaglia, e stabilire regole sulle prede in terra e in mare” (art.1, sezione VIII). Le forme di tale dichiarazione – se con voto a camera unificate o con singole votazioni delle due camere – non sono specificate. Che la competenza sia stata assegnata all’organo legislativo, e i padri costituenti lo abbiano fatto deliberatamente per evitare un’eccessiva concentrazione di poteri nella Presidenza, è però fuor di dubbio. Eppure, dei tanti interventi militari intrapresi dagli Stati Uniti nella loro storia solamente cinque sono stati autorizzati così come previsto dalla costituzione: le guerre con la Gran Bretagna del 1812-14, il Messico del 1846-48, la Spagna del 1898 e i due conflitti mondiali. Tante altre guerre sono state promosse senza il voto del Congresso o in conseguenza di sue semplici autorizzazioni, spesso vaghe e ampie, alla possibilità di ricorrere alla forza per tutelare la sicurezza del paese o far rispettare risoluzioni dell’Onu (è il caso, questo, del Vietnam nel 1964 e più recentemente dell’Iraq nel 2002).

Al crescere della potenza e dell’influenza degli Stati Uniti è infatti corrisposta la crescita del potere e delle prerogative, esplicite ed implicite, del loro presidente. Che appellandosi ai precedenti, agli imperativi di sicurezza e al suo ruolo, per altro definito in modo molto generico e controverso, di “Comandante in Capo” delle Forze Armate, si è spesso arrogato il diritto di portare il paese in guerra senza seguire il dettame costituzionale. Storici e costituzionalisti hanno quasi sempre denunciato questa forzatura della norma e sollecitato i presidenti a rispettare la costituzione o seguire i vincoli posti da leggi successive, su tutte la War Powers Resolution del 1973 che impone al presidente di ottenere l’autorizzazione del Congresso entro 90 giorni dall’inizio di un conflitto. In tal senso si pronunciò qualche anno fa anche un giovane ex docente di diritto costituzionale, dal nome esotico e prossimo a diventare presidente: Barack Hussein Obama. Che nel 2007 sottolineò come “fosse sempre preferibile avere il consenso informato del Congresso prima di intraprendere una qualsiasi azione militare”.

Da presidente, Obama ha disatteso queste sue posizioni. Non ha resistito alla tentazione dell’ufficio presidenziale; come molti altri prima di lui, ha interpretato in modo estensivo il suo ruolo di “Comandante in Capo”; e ha portato il paese in guerra, ad esempio nell’azione contro la Libia di Gheddafi, senza chiedere l’autorizzazione del Congresso.

Ora, però, Obama ha deciso di posticipare il previsto attacco alla Siria e di vincolarlo al voto favorevole del Congresso. Dietro questo improvviso ritorno alla costituzione, vi è, va da sé, un calcolo primariamente politico. Obama sa bene che una chiara maggioranza del paese è contraria all’intervento. E sa che il voto della Camera dei Comuni e la conseguente defezione britannica ha isolato ancor più gli Stati Uniti. Rinviare l’intervento di qualche giorno e chiedere il voto del Congresso serve quindi per raggiungere diversi obiettivi. Permette di guadagnar tempo, in funzione di nuove iniziative diplomatiche nei giorni a venire. Aiuta temporaneamente Obama a uscire dal cul-de-sac in cui si era improvvidamente cacciato. Più di tutto, rende i repubblicani, i cui principali esponenti hanno esplicitamente chiesto l’intervento, corresponsabili di una scelta potenzialmente impopolare, impedendo loro di capitalizzare politicamente su tale impopolarità. Certo, è una decisione che non giova all’immagine e alla credibilità di Obama: che agli occhi di molti, appare ormai leader titubante, indeciso e incapace di contenere le pressioni di chi, soprattutto dentro la sua amministrazione e il suo partito, ha sollecitato l’opzione militare. Almeno su questo, però, l’Obama studioso e l’Obama capo di stato sono tornati temporaneamente a pensarla allo stesso modo.

 

Il Giornale di Brescia, 2 settembre 2013

Sullo strano asse franco-statunitense

Con una decisione invero sorprendente, Obama ha deciso di seguire quel dettame costituzionale spesso ignorato in passato e di chiedere il voto del Congresso prima di intraprendere un’azione militare contro la Siria di Assad. Un’azione, questa, che il Presidente ritiene però necessaria e inevitabile . Con una decisione che gli era spesso mancata in passato, Obama ha infatti mostrato di non aver alcun dubbio sul fatto che il regime siriano abbia usato armi chimiche nel recente massacro di Damasco. La credibilità degli Stati Uniti, ha affermato il presidente, è ormai in gioco: “Che messaggio daremo”, ha chiesto retoricamente, “se un dittatore può uccidere impunemente col gas migliaia di bambini?”.

È difficile immaginare un voto negativo del Congresso. Molti repubblicani appoggiano l’intervento e ne condividono le motivazioni ideali e gli assunti strategici di fondo. La roboante retorica nazionalista dispiegata dal Presidente serve però a rafforzare l’idea che gli Usa siano chiamati a una missione, l’ennesima, e che divisioni e spirito di parte debbano essere messi da parte.

Una missione nella quale si trovano però quasi soli, dopo la sorprendente defezione britannica. Ovvero si trovano con un alleato che solo poco tempo fa sarebbe apparso del tutto improbabile: la Francia del socialista Hollande. Undici anni orsono, di questi tempi, Francia e Stati Uniti si scornavano sull’Iraq e sulla opportunità, e legalità, di un intervento atto a rovesciare il regime di Saddam Hussein. Francofobia e anti-americanismo dilagavano nei due paesi e tra le rispettive opinioni pubbliche. Il ristorante del Congresso, e molti altri con esso, modificava il nome delle patatine fritte, che da “French Fries” (letteralmente “fritti francesi”), come sono chiamate negli Usa, diventavano “Freedom Fries”, le “patatine della libertà”. John Kerry, candidato presidenziale del 2004, doveva nascondere la sua perfetta conoscenza del francese, per il timore che ciò lo danneggiasse alle urne. In Francia, scalavano la lista dei best-seller libri che sostenevano la tesi secondo la quale gli attentati dell’11 settembre erano un’invenzione e nessun aereo fosse mai caduto sul Pentagono.

È un connubio di ideologia e geopolitica, ideali e ambizioni (e velleità) di potenza, pressioni politiche interne e calcoli elettorali quello che determina questa strana asse Washington-Parigi. Il cemento discorsivo è rappresentato dai diritti umani, che fece irruzione nella politica internazionale negli anni Settanta, anche allora attraverso uno strano, e sincretico, dialogo tra parte della sinistra eretica francese e neoconservatori democratici statunitensi. È una logica, quella dei diritti umani, che ha finito per scardinare categorie care all’internazionalismo della sinistra, su tutte il principio di autodeterminazione dei popoli e il conseguente rispetto della piena sovranità degli stati all’interno dei loro confini. Con la fine della guerra fredda, e con contraddizioni e corto-circuiti di non poco conto, la difesa dei diritti umani ha determinato una progressiva rilegittimazione della guerra e, di nuovo, offerto un comune denominatore a nuovi democratici statunitensi e sinistra liberal europea. Il momento culminante di quella stagione fu quella guerra del Kosovo costantemente invocata in questi giorni, condotta con Clinton alla Casa Bianca e D’Alema, Jospin, Blair e Schroeder a guidare i governi d’Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania.

Questo nuovo internazionalismo umanitario non basta, da solo, a spiegare la convergenza franco-statunitense. Vi sono, ovviamente, tangibili interessi di potenza ovvero precise, ancorché non sempre realistiche, declinazioni dell’interesse nazionale. Agiscono le tradizionali ambizioni mediorientali della Francia e un senso di grandeur ora acuito dal ruolo acquisito nella crisi. E vi è l’ambizione statunitense di indebolire l’Iran ed Hezbollah, colpendo di riflesso anche la Russia.

Come sempre, in democrazia, operano infine calcoli politici e considerazioni elettorali, particolarmente visibili nel caso di Hollande, in pesante calo di consensi, ma presenti anche per Obama, che di fronte a un’opinione pubblica perplessa, se non critica, cerca di rendere il Congresso e i suoi avversari corresponsabili di una scelta a oggi impopolare e politicamente azzardata.

Le contraddizioni sono tante, a maggior ragione laddove si cerca di imporre un linguaggio eticamente binario come quello dei diritti umani alla complessa e sfuggente ambiguità delle relazioni internazionali e a una situazione intricata e caotica come quella siriana. E la coerenza di un internazionalismo che si muove in nome della violazione delle convenzioni internazionali provocata dall’uso di armi chimiche cessa laddove si viola il diritto e si agisce in assenza di una risoluzione dell’Onu. Per intanto, però, Francia e Stati Uniti si trovano dalla stessa parte. Se ce lo avessero detto dieci anni fa pochi di noi voi avrebbero creduto.

Il Messaggero, 1 settembre 2013