Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2013

Wikileaks e NSA

Ci sono, sì, delle somiglianze nei casi di Wikileaks, l’organizzazione internazionale che negli anni ha scoperto e pubblicato centinaia di migliaia di documenti riservati, e le recenti rivelazioni sull’attività di spionaggio della National Security Agency (NSA), l’agenzia d’intelligence statunitense responsabile per le comunicazioni.

In entrambi i casi, si fa largo utilizzo delle nuove tecnologie per carpire e, soprattutto, divulgare documenti altrimenti destinati a rimanere a lungo sepolti negli archivi. E sia il caso di Wikileaks sia quello di Edward Snowden – l’analista che ha reso pubblica la capillare attività di spionaggio della NSA – mostrano la paradossale vulnerabilità di apparati statuali, e strutture d’intelligence, i cui poteri e autonomia sono cresciuti di pari passo con processi di parziale privatizzazione e subappalto delle loro funzioni. Controllare la sicurezza di macchine sempre più grandi, tanto invasive nel loro operato quanto permeabili al loro interno, è diventato di fatto impossibile, quando l’accesso ai loro segreti e operazioni è esteso anche a dipendenti di livello minore, come in fondo era lo stesso Snowden. Infine, tanto Wikileaks quanto lo scandalo NSA hanno mostrato la straordinaria quantità di informazioni raccolte e archiviate da apparati d’intelligence porosi, sì, ma capaci di sfruttare loro stessi le trasformazioni tecnologiche per agire in modo capillare e intrusivo come mai prima d’ora.

E allora perché l’effetto politico delle due vicende pare essere oggi diverso? Perché, in altre parole, l’affaire Snowden e le ultime rivelazioni sullo spionaggio della NSA stanno avendo un impatto assai maggiore sui rapporti tra gli Stati Uniti e alcuni paesi loro alleati o amici, nelle Americhe (si pensi alla dura reazione di Brasile e Messico) e, soprattutto, in Europa (è questo il caso di Francia e Germania)?

Tre risposte possono essere offerte, in ordine crescente d’importanza.

Innanzitutto le diverse modalità di gestione e comunicazione di queste informazioni. Nel caso di Wikileaks, è presto sembrato che la sua azione fosse spesso al servizio della personalità, carismatica e controversa, di Assange, che i riflettori in fondo li ha costantemente ricercati. Snowden è finora apparso al peggio ingenuo e irresponsabile, ma si fa più fatica a individuare, o semplicemente immaginare, fini altri dalla onesta indignazione per come opera la NSA. Inoltre, un ruolo centrale nella divulgazione di questi ultimi segreti lo ha svolto un giornalista di certo aggressivo e ambizioso come Glenn Greewald, che però ha agito con attenzione, rigore e abilità spesso mancati ad Assange e ai suoi. Che hanno quasi sempre operato sulla base di principi di quantità più che qualità nel rendere accessibili i documenti in loro possesso.

È questo il secondo fattore da considerare. Wikileaks ha pubblicato in modo indiscriminato tutto quanto avesse in mano: tonnellate di materiali di diversa natura e genere, la gran parte dei quali di scarsa rilevanza, vuoi per il contenuto, vuoi per la fonte (analisti di secondo piano, dell’intelligence o di altri apparati governativi), vuoi per il basso livello di classificazione di tali materiali. Nel caso di Snowden, si è entrati nel cuore di uno dei più importanti centri dello spionaggio americano; e – dato davvero rilevante, ben più del controllo del cellulare di Angela Merkel o di quello di François Hollande – si è mostrato al mondo quanto estesa e invasiva sia tale azione di intelligence e quali siano i pericoli che ne derivano per i diritti di ognuno di noi.

Infine, pesa molto la diversa tempistica. Wikileaks ha iniziato ad operare nel 2006, ma il picco della sua azione lo ha raggiunto nel 2009-2011. Quando l’infatuazione per Obama di gran parte del mondo, e dell’Europa in particolare, era ancora elevatissima. E quando era facile assegnare la colpa solo al suo predecessore, ritenendo, o quantomeno auspicando, che le cose fossero cambiate. Ora quel credito si è ridotto, in particolare presso le opinioni pubbliche dei paesi europei. Alle quali sono peraltro primariamente rivolte le denunce indignate dei governi francese, tedesco e brasiliano. I cui servizi, se ne avessero la capacità, sarebbero ben felici di poter intercettare una telefonata di Barack Obama.

Il Messaggero, 29 ottobre 2013

Ma il problema non è il cellulare di Angela Merkel

Non si può non rimanere colpiti dalla scoperta che la National Security Agency (NSA), l’agenzia d’intelligence statunitense responsabile per le comunicazioni, abbia intercettato telefonate e sms di leader politici di paesi amici e alleati, come la Francia, la Germania, il Brasile, il Messico. Sciocca e alimenta indignazione l’idea che lo stesso cellulare di Angela Merkel possa essere stato controllato.

É un’indignazione, però, che occulta i problemi veri evidenziati da questa vicenda. Uno spionaggio di questo tipo vi è sempre stato, anche tra paesi alleati, come ben racconta la storia della CIA e delle sue tante operazioni promosse per carpire informazioni riservate di capi di stato di paesi amici, a partire ovviamente da quelle del Presidente francese Charles De Gaulle. In un contesto geopolitico più fluido e mutevole come quello attuale, con alleanze meno vincolanti e nemici più indefiniti, è quasi inevitabile che vi siano operazioni di questo tipo. Ed è, in una certa misura, un gioco delle parti quello che induce i governi francese e tedesco a convocare gli ambasciatori statunitensi e a rilasciare dichiarazioni di durissima condanna, o la Presidentessa del Brasile, Dilma Roussef, a denunciare davanti all’Assemblea generale dell’Onu le protratte “violazioni del diritto internazionale” commesse dagli Stati Uniti. Risulta francamente difficile credere che i servizi di Berlino, di Parigi o di Brasilia non siano impegnati essi stessi a raccogliere intelligence sul partner statunitense; che se avessero i mezzi, vastissimi, di cui dispone la NSA non adotterebbero metodi e sistemi simili.

Proprio la disponibilità di questi mezzi, la capacità cioè della NSA di intercettare e archiviare in tempi limitati un numero vastissimo di comunicazioni elettroniche e telefoniche, c’indica però la straordinaria gravità di quanto sta accadendo. La NSA è infatti una di quelle strutture d’intelligence i cui potere e autonomia sono grandemente aumentati nell’ultimo decennio. Le esigenze di sicurezza e la campagna globale contro il terrorismo hanno indotto a delegare a tali agenzie funzioni più ampie, a rimuovere controlli e supervisioni che ne potessero limitare l’operatività ed efficienza, a finanziarle come mai prima di oggi, e a permettere loro forme di azione particolarmente invasive, spesso promosse a discapito delle libertà individuali e della privacy.

A ciò si aggiunge il peso, straordinario, della tecnologia e il suo impatto su natura e quantità delle comunicazioni. Che impone, e finanche giustifica, l’adozione da parte delle strutture d’intelligence di strumenti nuovi. Che offre, però, a tali strutture mezzi impareggiabili e legittima al contempo forme estremamente intrusive di raccolta dell’intelligence (in un solo mese, a cavallo tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013, la NSA ha intercettato e archiviato ben 70 milioni di comunicazioni telefoniche di utenti francesi).

Questa intelligence, raccolta indiscriminatamente attraverso una sorta di approccio “ad aspirapolvere”, consegue almeno in parte al potere e alla discrezionalità d’azione di strutture come la NSA. Potere e discrezionalità che ne risultano però ulteriormente accresciuti, in una sorta di spirale viziosa senza fine. Perché questa monumentale quantità d’informazioni rimane in mano ad agenzie dotate di ampia autonomia, soggette a controlli democratici fattisi vieppiù deboli e, negli ultimi anni, sempre più legate ad apparati privati cui delegano e subappaltano parte dei proprio compiti. E sono queste, ben più del cellulare di Angela Merkel o di quello di Enrico Letta, le vere emergenze che tutta questa partita sta oggi rivelando.

Il Giornale di Brescia, 27 ottobre 2013

Spionaggio, silenzi e debolezze

Vari fattori hanno contribuito alla monumentale azione di spionaggio condotta nell’ultimo decennio dalle agenzie d’intelligence statunitensi e in particolare dalla National Security Agency (NSA), la struttura responsabile per le comunicazioni. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il potere della Presidenza si è largamente ampliato, laddove il Congresso ha abdicato a molte delle sue responsabilità di monitoraggio, controllo e supervisione. La campagna globale contro il terrorismo ha legittimato a sua volta forme estremamente capillari e intrusive di controllo delle informazioni e delle comunicazioni, dentro e fuori gli Stati Uniti. Infine, le radicali trasformazioni tecnologiche hanno moltiplicato forme e quantità di tali comunicazioni, imponendo alle strutture d’intelligence un’azione più ampia ed estesa, ma offrendo alle stesse strumenti nuovi e straordinariamente potenti.

Un’operazione d’intelligence così vasta, invasiva e spregiudicata non poteva che scatenare reazioni critiche e finanche indignate, negli Usa e nel resto del mondo. Lo stato d’eccezione che l’aveva permessa e giustificata era tollerabile per un periodo di tempo circoscritto e limitato. Il simultaneo, e contraddittorio, processo di privatizzazione di molte funzioni della politica di sicurezza degli Stati Uniti ha fatto sì che un numero crescente di persone fosse coinvolto nell’operazione, ne conoscesse i segreti e potesse rivelarli, come infine accaduto con Edward Snowden. Infine, le vittime dello spionaggio statunitense – governi, apparati statuali e, ora sappiamo, anche semplici e ignari cittadini – avrebbero prima o poi protestato.

È quanto sta avvenendo oggi, dopo l’ultima, sconcertante serie di rivelazioni sulle intercettazioni da parte della NSA di un numero impressionante di comunicazioni telefoniche in Europa, che pare abbiano preso di mira lo stesso cellulare di Angela Merkel (secondo un’inchiesta del quotidiano Le Monde, in un solo mese, tra il 2012 e il 2013, la NSA avrebbe intercettato e archiviato più di 70 milioni di scambi telefonici avvenuti in Francia). La reazione del governo di Parigi è stata aspra, con tanto di richiesta di chiarimenti all’ambasciatore statunitense e dichiarazioni inusitatamente dure da parte del ministro degli Esteri, Fabius, e dello stesso premier, Hollande. In modo analogo, altri governi avevano già preso posizione contro Washington, con gesti talora eclatanti, in particolare da parte della presidente del Brasile, Dilma Roussef, che prima ha cancellato una visita di stato negli Usa e poi, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, ha lanciato un duro attacco contro gli Stati Uniti e le loro protratte “violazioni del diritto internazionale”.

Vi è un velo d’ipocrisia in quella che rimane però un’indignazione comprensibile e legittima. Difficile credere che gli alleati di Washington non fossero almeno in parte a conoscenza delle operazioni in atto; che non utilizzino loro stessi (con risorse e strumenti molto inferiori) metodi simili; che, soprattutto, non facciano la voce grossa anche per calcolo politico ed elettorale: per soddisfare le pulsioni di opinioni pubbliche sempre sensibili alle critiche nei confronti del gigante americano.

Come si spiega, allora, la cautela se non addirittura il basso profilo del governo italiano, ribadito nelle morigerate dichiarazioni di Enrico Letta dopo il suo incontro di ieri con il segretario di Stato John Kerry? In fondo, anche il nostro è un paese dove raramente un attacco agli Usa non suscita applausi istintivi, fragorosi e trasversali, soprattutto se condito con qualche buona dose di stereotipato anti-americanismo.

Sarebbe bello credere che sia un segno di maturità chiedere sobriamente agli Usa, come ha fatto Letta, di “verificare la veridicità delle indiscrezioni” su “eventuali violazioni della privacy”, prima di lanciarsi in facili invettive e condanne sommarie. Ahimè, la (non) reazione italiana sembra però esprimere debolezza più che senso di responsabilità. Sembra cioè rimandare a una lunga storia di subalternità il cui fattore primario è stato non tanto, e non primariamente, la comunanza di vedute e interessi, in un rapporto bilaterale inevitabilmente squilibrato a vantaggio di Washington, quanto la strutturale fragilità politica di molti governi italiani. Che hanno cercato una stampella, talvolta una vera e propria investitura di legittimità, nel rapporto con l’alleato maggiore: per contare di più sulla scena internazionale; per essere più solidi e credibili sul piano interno. Raggiungendo però raramente sia l’uno sia l’altro obiettivo.

Il Messaggero, 24 Ottobre 2013

 

Egemonie, interdipendenze e irresponsabilità

Un compromesso è stato raggiunto. Falliti diversi piani dei repubblicani alla Camera, la palla è infine tornata al Senato, dove le due parti si sono accordate per alzare il tetto del debito pubblico fino al febbraio prossimo e per finanziare le attività governative sino al 15 gennaio 2014. Contestualmente, si dovrà produrre entro metà dicembre un preciso piano di bilancio per il decennio venturo.

Si tratta di misure tampone, che risolvono temporaneamente una crisi dai riverberi potenzialmente drammatici e globali, ma che lasciano irrisolti molti dei nodi che l’avevano causata. Si tratta, però, anche di una devastante sconfitta politica per il partito repubblicano, in balia delle sue frange più radicali, privo di leadership e mosso da logiche quasi eversive nel suo tentativo di abbinare questioni del tutto scollegate – bilancio e aumento del tetto del debito – alla cancellazione o revisione di una legge, la riforma sanitaria, approvata ormai tre anni orsono e confermata da una successiva decisione della Corte Suprema.

Molti dei protagonisti di questa crisi hanno operato come se gli Stati Uniti si trovassero entro una bolla. Come se un eventuale default americano non avesse ripercussioni ben più ampie. Come se gli Stati Uniti non fossero legati al resto del mondo da una rete di interdipendenze tanto profonde e ineludibili quanto complesse e delicate.

La vicenda è infatti rivelatrice delle fragilità strutturali di un sistema internazionale ancora imperniato sulla centralità, e invero sull’egemonia, degli Stati Uniti. Un’egemonia di per sé contraddittoria e complessa che, come hanno rivelato queste ultime settimane, può trovarsi appesa a decisioni di parlamentari impreparati, straordinariamente ideologici e inevitabilmente poco responsabili.

Il dollaro è il perno e il medium fondamentale di questa egemonia. Rimane la valuta dominante, a dispetto delle illusioni suscitate inizialmente dall’introduzione dell’euro, e quella utilizzata nelle transazioni internazionali; denomina titoli, quelli del Tesoro statunitense, che costituiscono l’investimento primario di soggetti statuali e non; alimenta la capacità di consumo americana fondata su un debito, pubblico e privato, permesso e sussidiato da tali investimenti, ma indispensabile per la crescita mondiale.

Veniamo da almeno un decennio di rinnovato discorso “declinista’, negli Usa e non solo: da una discussione intellettuale e politica centrata sull’idea che gli Stati Uniti siano in declino e la loro egemonia sia giunta al capolinea. Le fragilità e contraddizioni di tale egemonia, appunto, sono tali che è difficile immaginare una capacità del sistema di tollerarle a lungo ovvero una disponibilità degli altri soggetti, a partire dalla Cina, ad accettarle e anzi permetterle. Eppure, a dispetto di debito crescente e di deficit strutturali della bilancia delle partite correnti, i tassi rimangono bassissimi, gli Usa continuano ad attrarre capitali, il loro sistema industriale si è fatto più competitivo, possibili alternative al dollaro non sembrano esistere. Nel mentre, la capacità di proiezione della potenza militare statunitense rimane impareggiabile,  nonostante le tante débâcle dell’ultimo decennio.

La crisi di queste ultime settimane inserisce però un’ulteriore, potente variabile nella discussione sul possibile declino statunitense; aggiunge una freccia all’arco di chi ne asserisce la inevitabilità. Questa variabile è l’acclarata disfunzionalità del sistema politico degli Stati Uniti.

La tensione tra la quotidianità di una politica (politics) litigiosa, conflittuale e polarizzata e le esigenze di una azione di governo (policy) coerente e globale ha scandito tante fasi della storia degli Usa, della loro azione internazionale e della ascesa della loro potenza. Così come l’ha scandita la dialettica tra Congresso ed Esecutivo, tra un’opinione pubblica riluttante a sostenere politiche estere attive e globali ed élite invece internazionaliste e interventiste. Eppure questa tensione e questa dialettica sembrano avere raggiunto oggi un livello nuovo e senza precedenti, con una fazione minoritaria di un partito di minoranza, che controlla uno dei due rami del Congresso, disposta a prendere in ostaggio il paese e, in una certa misura, il resto del mondo pur di raggiungere il suo scopo. Pronta anche ad accettare un default e una nuova recessione, i cui effetti negativi sull’economia globale sono difficili tanto da immaginare quanto da sottovalutare.  Pronta a minare autolesionisticamente l’egemonia del proprio paese, pur di riaffermare la propria purezza ideologica, preservare il proprio seggio al Congresso o, più banalmente, poter trascorrere qualche ora sotto la luce dei riflettori.

Il Messaggero, 17 ottobre 2013

La nuova crisi del debito

Sono trascorsi ormai cinque giorni dalla mancata approvazione della legge di bilancio e la conseguente sospensione da parte del governo degli Stati Uniti di una serie di servizi, con la messa in congedo non retribuito di quasi un milione di dipendenti federali. I repubblicani, che controllano la camera dei rappresentanti, sembrano avere superato lo smarrimento dei giorni scorsi e irrigidito ulteriormente le loro posizioni: il bilancio, sottolineano, non sarà approvato in assenza di contestuali modifiche alla riforma sanitaria approvata nel 2010, il più importante successo legislativo di Obama.

Ma la partita si sta spostando ora su un’altra questione, che già paralizzò il paese nel 2011: l’aumento da parte del Congresso del tetto del debito pubblico da approvarsi entro il 17 ottobre. Dovrebbe essere un provvedimento quasi automatico, necessario per coprire impegni già assunti: per garantire al Tesoro le risorse con cui far fronte a spese autorizzate dal Congresso e per le quali non è sufficiente il gettito del corrente anno fiscale. In altre parole, si chiede al Congresso di assicurare la copertura di impegni di spesa già approvati. Di qui l’automatismo logico tra questi e il successivo aumento del tetto del debito. Nell’approvazione del quale, però, i repubblicani – ovvero la loro fazione più radicale e aggressiva – hanno individuato un’ulteriore arma politica, da utilizzarsi per imporre a Obama quei tagli e, eventualmente, quelle modifiche alla riforma sanitaria che il Presidente non è disposto a considerare.

Le conseguenze di un mancato aumento del tetto del debito pubblico sono difficili da prevedere. Verrebbe meno la copertura di circa il 30/35% delle spese già previste. Impossibilitato ad adempiere ai propri impegni, il Tesoro dovrebbe definire una scala di priorità e, nel caso, continuare a pagare i possessori dei suoi titoli, concentrandosi in un primo momento su tagli a pensioni, spesa militare, sanità e welfare, anche se le complicazioni pratiche di una scelta di questo tipo – che dovrebbe selezionare tra milioni di pagamenti mensili automatici – sono immense. L’impatto economico sarebbe comunque immediato e potenzialmente devastante (un calo netto del 4/5% del Pil, secondo alcune stime).

Se  la crisi si prolungasse, e la “prioritarizzazione” dei tagli non fosse materialmente o politicamente praticabile, allora il rischio del default si farebbe più concreto. I riverberi globali risulterebbero tanto inevitabili quanto drammatici: drastico indebolimento del dollaro; crisi d’istituzioni finanziarie e banche i cui portafogli (e riserve) sono ricchi di dollari e bonds del Tesoro statunitense; contrazione ulteriore di un’economia globale che dagli Usa – dai loro consumi, dalla loro valuta e dal loro debito – in ultimo dipende.

È uno scenario fin troppo apocalittico per essere considerato possibile. Forse anche per questo la reazione dei mercati è stata finora cauta, con un dollaro che si è un po’ indebolito, con lo spread dei titoli statunitensi sostanzialmente stabile rispetto a quello dei bund tedeschi e con tassi d’interesse quindi ancora straordinariamente bassi, a dimostrazione di come l’egemonia mondiale degli Usa sia stata finora capace di resistere a un sistema politico interno sempre più irrazionale e disfunzionale. Probabilmente tutti considerano il rischio troppo grande per essere corso: pensano che un compromesso sarà infine trovato; o che Obama, con una dimostrazione di fermezza e spregiudicatezza che gli mancò nel 2011, forzerà la mano e approverà l’aumento del tetto del debito in assenza di autorizzazione congressuale, appellandosi al quattordicesimo emendamento della Costituzione (il quale afferma che non si può porre “in questione la validità del debito pubblico degli Stati Uniti, autorizzato con legge”). Si tratterebbe di una chiara forzatura del testo costituzionale e di un atto di “presidenza imperiale”:  stiamo infatti parlando di un emendamento del 1868, introdotto per garantire il pagamento dei debiti dell’Unione durante la guerra civile. Che però molti considerano necessario, a partire da Bill Clinton che lo suggerì nell’analoga crisi di due anni fa. Laddove Obama optasse per una scelta di questo tipo si aprirebbe una querelle costituzionale sulla quale la parola ultima spetterebbe, tra qualche tempo, alla Corte Suprema. Ma si uscirebbe quantomeno da un’impasse alla quale l’America, e con essa anche il resto del mondo, osservano oggi con sconcerto e preoccupazione.

Il Messaggero, 8 ottobre 2013

Il governo americano chiude

 

Alla fine un compromesso non è stato trovato. In assenza di una legge di bilancio, il governo degli Stati Uniti ha dovuto sospendere l’erogazione di una serie di servizi e porre in congedo non retribuito quasi un milione di dipendenti federali. Non avveniva dal 1996.

Lo “shutdown”, la serrata dell’attività di governo, mostra il grado estremo di disfunzionalità del sistema politico statunitense. Evidenzia una paralisi esasperata da un processo apparentemente inarrestabile di polarizzazione dei due campi, democratico e repubblicano, provocata, va detto, primariamente dalla radicalizzazione estrema delle posizioni dei secondi, che controllano oggi la camera dei rappresentanti. A scatenare la crisi è stato il tentativo dei repubblicani di vincolare l’approvazione della legge di bilancio alla modifica di alcuni dei pilastri della riforma sanitaria di Obama, destinati a entrare in vigore nei mesi a venire. Una battaglia che dura ormai da anni, quella repubblicana, contro il più grande successo legislativo del Presidente. E che prende di mira una legge complessa, incompleta, farraginosa in molti dei suoi meccanismi di funzionamento, il cui esito ed eventuale successo sono oggi difficili da prevedere. Una legge, però, approvata dai due rami del Congresso, confermata da una sentenza della Corte Suprema e, in ultimo, da un’elezione – quella presidenziale del 2012 – che fu vissuta e presentata dai repubblicani anche come un referendum sulla riforma sanitaria.

Vi è, in altre parole, un che di quasi-eversivo nella disponibilità ad usare tutti i metodi a disposizione per rovesciare un iter legislativo completato da tempo. Di ciò sono consapevoli molti leader repubblicani, che assistono però impotenti a quanto sta avvenendo, anche se il fronte di deputati della destra del Tea party, che ha imposto questa linea, non supera il 30/40% della rappresentanza repubblicana complessiva alla camera.

Come è possibile tutto ciò? Come può una fazione minoritaria di un partito che controlla solo uno dei rami di governo mettere sotto scacco il paese e addirittura destabilizzare l’economia globale con la minaccia di non autorizzare l’aumento del debito pubblico degli Stati Uniti, la cui approvazione congressuale è necessaria entro il 17 di ottobre?

Pesa indubbiamente la progressiva radicalizzazione di un partito dalla caratterizzazione regionale, demografica e razziale sempre più marcata e circoscritta. Un partito dove sono grandemente sovrappresentati il Sud e una parte del midwest, e quindi un elettorato primariamente maschile e bianco. Ma pesano anche i meccanismi elettorali e la pratica, invalsa a livello statale, di ridisegnare i collegi elettorali nei quali sono scelti i deputati per trarne il massimo vantaggio elettorale possibile. Il meccanismo del cosiddetto “gerrymandering” porta cioè a creare collegi spesso geograficamente assai bizzarri, con lo scopo di rendere la controparte il meno competitiva possibile. È una pratica usata anche dai democratici, quando questi controllano assemblee legislative statali, ma della quale i repubblicani hanno fatto un uso senza precedenti negli ultimi anni, in particolare dopo il voto del 2010. Ne consegue che i democratici debbano stravincere per poter ambire a ri-conquistare la camera: nel 2012 essi ottennero quasi due milioni di voti in più dei repubblicani (uno scarto di circa il 2%), che però riuscirono a preservare una chiara maggioranza (234 a 201). Ne consegue, soprattutto, che in tanti collegi blindati la partita si gioca nelle primarie repubblicane più che nelle elezioni generali: in una consultazione, cioè, alla quale partecipano generalmente militanti radicalizzati che spingono i candidati ancor più verso destra.

I sondaggi sembrano evidenziare una crescente consapevolezza dell’opinione pubblica su chi sia il responsabile primario, ancorché non unico, della crisi. Molti intellettuali e commentari conservatori denunciano la scelta suicida e irresponsabile dei repubblicani. Ma in un paese che osserva con sconcerto quanto sta accadendo si diffonde con forza un disincanto più ampio verso la politica e le istituzioni dal quale tutti, inclusa la stessa democrazia americana, hanno da perdere.

Il Giornale di Brescia, 6 ottobre 2013