Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2013

Cinquant’anni dopo Camelot

Giovani, colti, ambiziosi, moderatamente progressisti: “the best and the brightest”, “i migliori e i più brillanti”, nella definizione che ne diede il grande giornalista David Halberstam (poi mal tradotta in italiano con il titolo “Le teste d’uovo”). Venivano primariamente dall’accademia – mai un’amministrazione aveva attinto così tanto al sapere universitario – anche se non mancavano eccezioni importanti, come il segretario della Difesa Robert MacNamara, un repubblicano liberal che aveva guidato per anni la Ford Motor Company.
Portavano con sé competenze scientifiche e manageriali uniche. Da mettere al servizio di un governo interventista e illuminato, sul piano interno così come su quello internazionale. Un governo attivo, ma non ideologico, forte ma liberale, dove il lavoro sporco dei negoziati col Congresso sarebbe spettato soprattutto al vice-presidente Lyndon Johnson e ai leader del partito democratico alle due camere. Al giovane e carismatico Presidente, il 43enne John Fitzgerald Kennedy, spettava il compito di fornire indicazioni strategiche e politiche chiare e generali, che i suoi tanti tecnocrati avrebbero poi trovato il modo di realizzare.
Nelle ambizioni doveva essere un connubio di competenza e visione, politica e scienza, coraggio e realismo. L’ampia corte kennediana – la “Camelot” celebrata dalla splendida moglie del Presidente, Jacqueline – era chiamata a immaginare e realizzare il futuro. A ridefinire, una volta ancora nella storia degli Stati Uniti, una “nuova frontiera”: da raggiungere e superare per rigenerare la democrazia americana; per redimere ed elevare il resto del mondo, dall’America Latina al sud-est asiatico.
Ciò non accadde. E non per mancanza d’impegno. Nella Camelot kennediana – nella sua quotidianità così come nelle sue strategie e nelle sue politiche – albergavano infatti dilemmi e contraddizioni irresolubili. Che proprio il Presidente simboleggiava in modo emblematico: proiettando vigore e giovinezza, quando era in realtà semi-infermo e spesso narcotizzato da potentissimi anti-dolorifici; rivendicando decisionismo e coraggio, laddove agiva attraverso costanti compromessi anche su temi in teoria non negoziabili, come la lotta alla segregazione razziale e per i diritti civili; ostentando sofisticatezza patrizia e quasi regale, simboleggiata proprio dalla sua famiglia perennemente ritratta ed esibita, mentre si portavano alla Casa Bianca amanti e prostitute. I grandi piani riformisti e modernizzatori della “nuova frontiera” kennediana si sarebbero arenati sugli scogli dell’opposizione al Congresso, degli equilibri interni al partito democratico (dove il sud segregazionista era centrale) e della loro presuntuosa arroganza sulla scena internazionale. La decade che nelle intenzioni doveva essere della democrazia, dello sviluppo e della modernità si sarebbe chiusa con gli Stati Uniti impegnati a radere al suolo un paese, il Vietnam, per modernizzarlo e “salvarlo” dal comunismo.
La grande stagione di riforme del 1964-65, sui diritti civili e il welfare, l’avrebbe promossa il successore di Kennedy, Johnson, con metodi da vecchia ma efficace politica, e non con la tecnocrazia illuminata dei “best and brightest”. Dietro l’angolo vi era la crisi di cui gli Usa avrebbero sofferto negli anni Settanta, l’implosione del consenso interno e la successiva svolta conservatrice e neoliberale. A rivelare come la frontiera di Kennedy fosse una fine e non un inizio: una porta che si chiudeva su di una fase, politica ed intellettuale, della storia statunitense e mondiale.

Il Giornale di Brescia, 22 novembre 2013

Il Realismo Cristiano di Obama

La religione soffonde e permea ogni momento della vita pubblica statunitense. Ne informa e qualifica il discorso; ne caratterizza e scandisce la retorica quotidiana, alta e bassa; serve a giustificare, e non di rado abbellire, i contenuti di posizioni politiche che sempre necessitano di una caratterizzazione religiosa, capace di legare la loro fondamentale prosaicità e concretezza con l’indispensabile aggancio a valori e principi morali forti e senza tempo.

La politica estera non fa eccezione. Essa, anzi, ha costituito un ambito privilegiato dove il condizionamento religioso delle scelte politiche, ovvero la caratterizzazione religiosa del loro discorso, si sono dispiegati con continuità e intensità, come ci ricorda forse il primo, vero e ricco studio sul tema, quello dello storico canadese di Cambridge, Andrew Preston (Sword of the Spirit, Shield of Faith. Religion in American War and Diplomacy, Anchor Books, 2012).

Questa presenza della religione nell’azione internazionale degli Stati Uniti si è espressa in almeno quattro modi. Innanzitutto, toni e giustificazioni religiose sono stati utilizzati per promuovere e legittimare scelte interventiste e, spesso, imperialiste, non di rado intraprese in nome di un aggressivo nazionalismo cristiano e “civilizzatore”. Per affermare l’idea, incapsulata nella famosa formula del manifest destiny degli Stati Uniti, che alla nuova Israele americana spettasse il compito di esportare e promuovere il proprio modello, sul continente nordamericano e, più tardi, su scala globale. Tra religione e interventismo, tra nazionalismo e cristianità, tra missione ed espansione si è quindi stabilito un connubio strettissimo e ineludibile. Solo in parte temperato da una seconda, opposta declinazione della religione nel discorso e nelle pratiche della politica estera: l’utilizzo cioè di un messaggio pacifistica e pietistico per invocare, e sostenere, politiche anti-interventiste e, talora, isolazioniste (la categoria d’isolazionismo, grossolanamente abusata in molti commenti sulla politica estera degli Stati Uniti, meriterebbe peraltro una riflessione a sé stante). Intrisi di religiosità sono stati, infatti, tanti movimenti di protesta contro politiche interventiste e contro la frequente tentazione di ricorrere alla forza: dalla reazione al progetto wilsoniano agli eccessi della prima Guerra Fredda, dalla guerra in Vietnam a quella più recente in Iraq.

Infine, la religione ha agito anche sulla politica quotidiana e su decisioni specifiche e particolari. Perché in un paese a religiosità diffusa e ostentata, i decisori politici sono stati spesso mossi nelle loro scelte da motivazioni religiose, talvolta – come nel caso del presidente Carter o di George Bush Jr. – rivendicate e finanche esibite. E perché nel processo caotico e pluralista che porta alle decisioni ultime di politica estera svolgono un ruolo rilevante lobby e gruppi di pressione che possono essere anche religiosi. Gli esempi qui si sprecano, dall’azione di gruppi protestanti per impedire il riconoscimento diplomatico del Vaticano e l’invio di un ambasciatore a Roma alla mobilitazione di gruppi evangelici e pentecostali contro le discriminazioni subite dai loro correligionari nella prima Italia democristiana o nella Spagna franchista; dall’impegno di gruppi ebraici a sostegno dello stato d’Israele all’appoggio d’influenti organizzazioni neo-evangeliche all’aggressiva politica estera di Ronald Reagan o George Bush Jr..

Nel suo monumentale studio, Preston recupera e valorizza il ruolo del pacifismo cristiano e la sua influenza sul dibattito politico e le scelte conseguenti. Nel farlo, sottolinea come l’enfasi posta da molti studiosi sulla dimensione nazionalista del Manifest Destiny abbia finito per oscurare l’altro lato di una dialettica religiosa intensa, vivace e mai scontata negli esiti. L’ascesa imperiale della potenza americana e l’egemonia ultima di un discorso globalista e interventista sembrano mostrare però come una parte sia stata in ultimo preponderante sull’altra.

Ma questa dialettica è indubbiamente esistita ed esiste. Essa è anzi riemersa con forza durante il mandato presidenziale di Obama e sembra manifestarsi nella stessa, ambivalente personalità del presidente. Barack Obama, lo sappiamo bene, non ha mai nascosto la sua fede o minimizzato il ruolo che essa ha svolto nel suo percorso o dovrebbe svolgere nella vita pubblica: “Dire che uomini o donne non debbano iniettare la loro ‘moralità personale’ nella discussione pubblica e politica è un’assurdità pratica”, affermò Obama nel 2006, “La nostra legge è per definizione la codificazione di una moralità basata in gran parte sulla tradizione giudeo-cristiana”.

Una delle svolte più significative della vita di Obama – la scelta di abbandonare una lucrativa carriera, accademica o professionale, nella East Coast e di trasferirsi a Chicago – è stata spesso abbinata alla sua scoperta di una fede intensa e alla decisione di divenire membro della Trinity United Church of Christ del controverso reverendo Jeremiah Wright: una chiesa dove teologia della liberazione e Black Power cristiano s’intrecciavano con forza talora incendiaria.

Nel confronto politico, e soprattutto nelle sue riflessioni sui dilemmi e le contraddizioni delle relazioni internazionali, Obama ha però usato la religione per affermare e rivendicare un approccio mediano: cauto e pragmaticamente realista per i suoi sostenitori; spregiudicato, ambivalente e incoerente per i suoi detrattori. Un discorso nel quale il Presidente è parso talora cercare una sintesi, forse impossibile, tra i due poli della dialettica poc’anzi menzionata: tra interventismo e anti-interventismo, uso della forza e pacifismo. Le circostanze politiche hanno in larga misura imposto questa mediazione. L’ubriacatura ideologica del periodo bushiano, e i disastri che ne sono conseguiti, imponevano una parziale ritirata, sollecitata peraltro da una larga maggioranza dell’opinione pubblica statunitense. Il ruolo degli Stati Uniti nel sistema internazionale, e i loro interessi, non permettevano però svolte neo-isolazioniste tanto impraticabili quanto velleitarie. Non sorprende quindi che Obama abbia trovato una “terra di mezzo” nel realismo cristiano di uno dei più influenti intellettuali pubblici del XX secolo, il teologo Reinhold Niebuhr (“uno dei miei filosofi preferiti”, ha confessato Obama al columnist conservatore del New York Times David Brooks, in virtù della “sua convincente idea che ci sia del male vero nel mondo … e che si debba essere umili e modesti nella convinzione che lo si possa eliminare, ma che ciò non debba costituire un pretesto per il cinismo o l’inazione”).

Laddove il vangelo sociale è stato spesso utilizzato per motivare programmi riformisti sul piano interno, il realismo niebuhriano ha costituto la bussola esplicita della politica estera obamiana: la giustificazione primaria delle sue scelte. Lo si è visto bene nel discorso di Oslo, in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace, quando Obama ha riaffermato con forza l’impossibilità di rinunciare alla violenza in un mondo dove il male, appunto, esiste (comprenderlo, affermò allora, significa riconoscere “la storia, l’imperfezione dell’uomo e i limiti della ragione”). Ma lo si è visto anche più recentemente, nei tanti interventi di Obama sulla crisi siriana: un altro esempio di quel male nel quale, direbbe Machiavelli, se necessitati bisogna “saper entrare”.

Questo realismo cristiano è stato in parte bilanciato dal grande sforzo di Obama di offrire un messaggio ecumenico, inclusivo e pluralista per alleviare le ferite e le divisioni lasciate dagli otto anni di binaria retorica occidentalista e neoconservatrice. Il momento nodale, da questo punto di vista, è stato ovviamente il discorso del Cairo della primavera del 2009, quando Obama tese la mano al mondo mussulmano e lo fece, come spesso ha fatto, ponendo  la sua biografia al centro della scena: facendo della sua persona e della sua storia l’esempio possibile di un mondo di tolleranza, inclusione, rispetto e dialogo. “Sono cristiano, ma mio padre venne da una famiglia keniana che includeva generazioni di mussulmani”, affermò allora Obama. “Da ragazzo ho trascorso diversi anni in Indonesia, ascoltando la chiamata alla preghiera dell’Azan all’aprirsi dell’alba e al scendere del tramonto. Da giovane ho lavorato nelle comunità di Chicago dove molti avevano trovato dignità e pace nella fede mussulmana. Come studente di storia conosco il debito della civiltà nei confronti dell’Islam … e so che anche l’Islam è sempre stato parte della storia dell’America”.

Ecumenismo, pluralismo e libertà religiosa hanno contraddistinto quindi la retorica obamiana. Che a lungo è parsa ispirata dall’obiettivo di riportare gli Usa nel mondo, liberandoli dal camice di forza di un nazionalismo eccezionalista che ha marcato la retorica pubblica statunitense dell’ultimo trentennio. E però, questa retorica sembra avere fatto ritorno negli ultimi mesi. Anche Obama ha iniziato a parlare il linguaggio di un eccezionalismo che sembrava avere ripudiato. “Cose terribili accadono nel mondo ed è al di fuori delle nostre capacità intervenire per porvi termine”, ha affermato il 10 settembre per spiegare agli americani le ragioni di un possibile intervento in Siria. “Ma quando, con sforzi e rischi limitati, possiamo evitare che dei bambini vengano uccisi col gas e rendere i nostri stessi bambini più sicuri, credo dovremmo agire. Perché questo è ciò che rende l’America differente. Questo è ciò che ci rende eccezionali”. Il riconoscimento niebuhriano del male e del limite s’intreccia qui sincreticamente con l’affermazione dell’indispensabilità e unicità degli Stati Uniti. In un tentativo di sintesi forse incoerente, ma di certo politicamente fragile, come la reazione dell’opinione pubblica statunitense alla proposta di intervenire in Siria ha infine ben evidenziato.

Left Wing, 1, 2013

Un sindaco progressista per una città unica e ingiusta

Come previsto, Bill de Blasio è il nuovo sindaco di New York. L`affluenza alle urne è stata inferiore alle attese, ma la nettissima vittoria (de Blasio ha ottenuto più del 70% dei voti) gli conferisce un mandato forte e ampio.

Nelle ultime settimane l’attenzione dei media si è spesso concentrata sulla biografia e la famiglia di de Blasio. Una “modern family” – meravigliosamente meticcia – nella quale stanno un italo-americano, una moglie afroamericana e omosessuale fino all’incontro con il marito, due figli brillanti e orgogliosamente “afro”, che sembrano anch’essi usciti da un telefilm. Si può ironizzare fin che si vuole su questo mix, strambo e simpatico, che però simboleggia plasticamente un’America cangiante e in movimento:  una società capace di farsi sempre più plurale, diversa e inclusiva.

Ma è il dato politico dell’elezione di de Blasio quello su cui è indispensabile interrogarsi. Perché New York ha scelto il candidato più radicale (noi diremmo “di sinistra”) del lotto? Per qual motivo ha deciso di eleggere sindaco un uomo che ha impostato la sua campagna elettorale sul tema delle “due New York”, quella opulenta e luccicante di gran parte di Manhattan e quella in sofferenza e difficoltà di molte aree della metropoli? Perché ha scelto a maggioranza larghissima (e politicamente e socialmente trasversale) un programma estremamente progressista, nel quale si propone un ampio piano di edilizia popolare, imposte straordinarie sui redditi più alti per finanziare l’istruzione pubblica e un controllo più severo di un apparato di polizia fattosi negli anni sempre più invasivo e indipendente?

La risposta a queste domande la si trova nei cambiamenti dell’America, e di New York, durante quest`ultimo decennio. Perché le richieste dell’elettorato della Grande Mela sono oggi diverse rispetto a vent’anni fa, anche in conseguenza delle politiche e, in parte, dei successi dei due predecessori di de Blasio: Rudy Giuliani (sindaco dal 1994 al 2001) e Michael Bloomberg, in carica fino a oggi. Lo sceriffo Giuliani ereditò una città devastata da un ventennio di crisi urbana, dall’epidemia di crack e da una microcriminalità che appariva endemica e inestirpabile. Con metodi spicci e discutibili riuscì a rivoltare come un calzino New York, o quantomeno le sue parti più vissute e note. Beneficiò, sì, di tendenze più generali e di un revival urbano che coinvolse gran parte del paese; ma alcuni suoi successi furono indiscutibili e a lungo apprezzati dall’elettorato.

Il magnate dei media Michael Bloomberg ha rappresentato l’incarnazione estrema del sindaco tecnocrate divenuto negli anni monarca tanto illuminato quanto indiscusso. L’ultimo decennio è stato quindi caratterizzato da politiche pubbliche calate dall’alto, con piglio, stile manageriale e, va detto, spesso con successo e grande efficacia. New York è stata ancora una volta trasformata, attraverso il recupero di aree dismesse e date per perse, la creazione di nuovi spazi pubblici e di centinaia di chilometri di piste ciclabili, mentre quantità crescenti di capitali privati venivano attratti verso la città, non di rado attraverso ambiziose joint ventures con la municipalità stessa.

È una New York per molti aspetti splendida e più vivibile quella che hanno lasciato Giuliani e Bloomberg. Ma lo è soprattutto per i turisti o per gli abitanti dei suoi tanti quartieri opulenti; per quelli che hanno pochi motivi per lasciare il cuore di Manhattan e al massimo si spingono verso i nuovi quartieri ricchi di Brooklyn. Un pezzo rilevante e crescente di città, e di chi la vive, è rimasto escluso da questi miglioramenti o ne è stato in qualche modo vittima. I dati sono macroscopici e inequivoci, tanto che nessuna area metropolitana degli Usa presenta livelli di sperequazione sociale pari a quelli di New York. Se Manhattan fosse uno stato, il tasso di diseguaglianza misurato in termini di reddito sarebbe comparabile a quello della Sierra Leone o del Lesotho; circa un quinto della popolazione di New York sta sotto la soglia della povertà; in alcune zone della città il reddito del 20% più ricco è di quasi quaranta volte superiore a quello del 20% più povero. Mille altri dati possono essere aggiunti. A evidenziare, appunto, livelli intollerabili di diseguaglianza. E ad aiutarci a capire perché de Blasio, candidato sconosciuto e improbabile solo fino a pochi mesi fa, sia oggi il sindaco della città più bella e importante del mondo.

Il Giornale di Brescia, 7 novembre 2013