Mario Del Pero

Cinquant’anni dopo Camelot

Giovani, colti, ambiziosi, moderatamente progressisti: “the best and the brightest”, “i migliori e i più brillanti”, nella definizione che ne diede il grande giornalista David Halberstam (poi mal tradotta in italiano con il titolo “Le teste d’uovo”). Venivano primariamente dall’accademia – mai un’amministrazione aveva attinto così tanto al sapere universitario – anche se non mancavano eccezioni importanti, come il segretario della Difesa Robert MacNamara, un repubblicano liberal che aveva guidato per anni la Ford Motor Company.
Portavano con sé competenze scientifiche e manageriali uniche. Da mettere al servizio di un governo interventista e illuminato, sul piano interno così come su quello internazionale. Un governo attivo, ma non ideologico, forte ma liberale, dove il lavoro sporco dei negoziati col Congresso sarebbe spettato soprattutto al vice-presidente Lyndon Johnson e ai leader del partito democratico alle due camere. Al giovane e carismatico Presidente, il 43enne John Fitzgerald Kennedy, spettava il compito di fornire indicazioni strategiche e politiche chiare e generali, che i suoi tanti tecnocrati avrebbero poi trovato il modo di realizzare.
Nelle ambizioni doveva essere un connubio di competenza e visione, politica e scienza, coraggio e realismo. L’ampia corte kennediana – la “Camelot” celebrata dalla splendida moglie del Presidente, Jacqueline – era chiamata a immaginare e realizzare il futuro. A ridefinire, una volta ancora nella storia degli Stati Uniti, una “nuova frontiera”: da raggiungere e superare per rigenerare la democrazia americana; per redimere ed elevare il resto del mondo, dall’America Latina al sud-est asiatico.
Ciò non accadde. E non per mancanza d’impegno. Nella Camelot kennediana – nella sua quotidianità così come nelle sue strategie e nelle sue politiche – albergavano infatti dilemmi e contraddizioni irresolubili. Che proprio il Presidente simboleggiava in modo emblematico: proiettando vigore e giovinezza, quando era in realtà semi-infermo e spesso narcotizzato da potentissimi anti-dolorifici; rivendicando decisionismo e coraggio, laddove agiva attraverso costanti compromessi anche su temi in teoria non negoziabili, come la lotta alla segregazione razziale e per i diritti civili; ostentando sofisticatezza patrizia e quasi regale, simboleggiata proprio dalla sua famiglia perennemente ritratta ed esibita, mentre si portavano alla Casa Bianca amanti e prostitute. I grandi piani riformisti e modernizzatori della “nuova frontiera” kennediana si sarebbero arenati sugli scogli dell’opposizione al Congresso, degli equilibri interni al partito democratico (dove il sud segregazionista era centrale) e della loro presuntuosa arroganza sulla scena internazionale. La decade che nelle intenzioni doveva essere della democrazia, dello sviluppo e della modernità si sarebbe chiusa con gli Stati Uniti impegnati a radere al suolo un paese, il Vietnam, per modernizzarlo e “salvarlo” dal comunismo.
La grande stagione di riforme del 1964-65, sui diritti civili e il welfare, l’avrebbe promossa il successore di Kennedy, Johnson, con metodi da vecchia ma efficace politica, e non con la tecnocrazia illuminata dei “best and brightest”. Dietro l’angolo vi era la crisi di cui gli Usa avrebbero sofferto negli anni Settanta, l’implosione del consenso interno e la successiva svolta conservatrice e neoliberale. A rivelare come la frontiera di Kennedy fosse una fine e non un inizio: una porta che si chiudeva su di una fase, politica ed intellettuale, della storia statunitense e mondiale.

Il Giornale di Brescia, 22 novembre 2013

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