Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2013

Leadership globali e diverse

È stato, al solito, un discorso alto quello con cui Obama ha ricordato Nelson Mandela. E un discorso non scontato, nel quale all’ovvio omaggio a Mandela è corrisposta la sottolineatura di un tema spesso centrale nella retorica obamiana: quello della imperfezione umana. “È proprio perché poteva ammettere l’imperfezione”, ha detto Obama di Mandela, “che lo amavamo … non era un busto di marmo, ma un uomo fatto di carne e di sangue”.

I limiti dell’uomo, le sue contraddizioni, sono spesso stati utilizzati dal presidente statunitense per giustificare scelte realiste e pragmatiche; per giustificare quella che a molti pare essere un’eccessiva propensione al compromesso. Enfatizzare l’inevitabile imperfezione di un’icona davvero globale come Nelson Mandela, costruirne una memoria centrata sulla sua azione di statista più che alla sua battaglia rivoluzionaria, sembra servire a Obama per ricordare una volta ancora le possibilità e costrizioni dell`agire politico. E serve in una certa misura anche a impossessarsi, in modo sottile e attento, del manto di Mandela: a rivendicarne l’eredità. Perché a dispetto di tutto, Obama rimane l’unico leader davvero globale: in quanto capo della potenza egemone del sistema internazionale; in virtù della sua biografia, straordinaria e cosmopolita; per l’emozione e le aspettative che la sua ascesa politica riuscirono a catalizzare in tutto il mondo; per la sua straordinaria e persistente popolarità. A ciò si aggiunge anche la relazione storica in qualche misura speciale tra Stati Uniti e Sudafrica, legati a lungo dalla comune esperienza della segregazione (cui negli sud degli Usa si sarebbe posto termine de jure solamente a metà degli anni Sessanta) e uniti, in alcuni snodi cruciali della Guerra Fredda, da solidi rapporti diplomatici e da comuni interessi geopolitici. Pur con tutte le immense differenze tra i due paesi, Obama e Mandela ne sono stati i primi presidenti neri. E non è un caso che tra le figure che Obama ha evocato nel suo intervento vi sia stato anche Martin Luther King, campione anch’egli di coraggio, pragmatismo e capacità di dialogo.

Eppure, osservando Obama e i tanti altri leader convenuti a Johannesburg per le esequie di Mandela, qualcosa balzava inevitabilmente agli occhi: ed era il contrasto tra le loro leadership – fragili, incerte, contestate – e quella che è sempre riuscito a proiettare Nelson Mandela. Spesso, quella sottolineatura dell’imperfezione umana così qualificante il discorso obamiano appare più una dichiarazione d’impotenza della politica che una giustificazione dei suoi strumenti e dei suoi mezzi. In parte ciò consegue a una più generale debolezza della politica: alla sua incapacità di  gestire processi che ormai sfuggono al suo controllo e alla sua guida. Molto, però, deriva dalle diverse modalità di legittimazione della leadership, che raramente permettono di produrre oggi guide forti e carismatiche. E che quando riescono a farlo, come avvenne appunto nel caso di Obama, le vedono poi rapidamente anestetizzate dalla fragilità della politica e dalla farraginosità e inefficienza dei processi decisionali nelle democrazie contemporanee. La leadership di Mandela, che acquisì nel tempo una dimensione e una proiezione globali, è quella dell’uomo di campo: forgiata in una lotta rivoluzionaria, anticoloniale e anti-razzista (e, oggi si tende a ometterlo, a lungo anche anti-capitalista). È una leadership figlia di un`investitura forte, mitigata solo in parte dalla successiva, controversa azione di governo. Le fonti di una simile legittimazione non esistono ormai quasi più e questo è certamente un bene. Ma in sua vece siamo spesso in balia di leadership mediatiche più che politiche: precarie, esili, volatili, superficiali. In ultimo non-leadership, come rivelava impietoso il contrasto tra chi veniva omaggiato e chi omaggiava ai funerali di Mandela.

Il Messaggero, 11 dicembre 2013

Triangolazioni Transpacifiche

È un viaggio davvero complesso, quello compiuto in questi giorni in Giappone e Cina dal vice-Presidente Joe Biden. Biden è chiamato infatti a rassicurare l’alleato giapponese, moderare gli atteggiamenti cinesi, riaffermare l’interesse di Washington al mantenimento degli attuali equilibri regionali e rassicurare l’opinione pubblica interna e il Congresso sulla ferma volontà dell’amministrazione di preservare la leadership statunitense in Estremo Oriente.

Ad alimentare le tensioni vi sono la disputa sino-giapponese su alcune, insignficanti isole nel Mare Cinese Orientale e la decisione di Pechino di definire uno spazio d’identificazione aereo deliberatamente sovrapposto a quello giapponese. È chiaro, però, che sono altre le questioni in discussione e che le isole abbiano oggi un valore primariamente simbolico, ancorché rilevante politicamente e ideologicamente.

La Cina cerca di capitalizzare la crescita della sua potenza e una centralità regionale evidenziata dal suo costituire ormai il partner commerciale principale di quasi tutti i più importanti paesi del Pacifico, Stati Uniti inclusi. Con gradualità, ma anche con costanza e fermezza, il regime cinese sta operando per erodere la leadership Pacifica degli Usa, utilizzando la sua posizione nella rete d’interdipendenze economiche regionali e mettendo in difficoltà il sistema storico di alleanze costruito da Washington in Estremo Oriente, a partire ovviamente da quelle con Giappone e Corea del Sud. La leadership di Pechino sembra però essere mossa pure da precise considerazioni politiche: anche nell’autoritario regime cinese vi sono evidenti scontri di potere; sfruttare pulsioni nazionalistiche e consolidati antagonismi può risultare utile all’attuale Presidente, Xi Jinping, per consolidare il suo ruolo e tenere a bada le pressioni dei militari.

Analoghe considerazioni politiche paiono informare i comportamenti giapponesi. Spendere la carta nazionalista e anti-cinese ha garantito negli anni costanti dividendi elettorali, come si è visto bene un anno fa con il successo dei conservatori di Shinzo Abe. Il governo di quest’ultimo non ha fatto mistero della sua preoccupazione per le volontà egemoniche della Cina e della conseguente necessità di allentare i vincoli costituzionali e procedere alla strada di un riarmo necessario per rendere il Giappone una credibile potenza militare e non solo economica. Una decisione, questa, presa peró anche per esercitare pressioni più forti sul partner statunitense, di cui ci si fida sempre meno.

E sono proprio gli Stati Uniti a costituire la terza variabile di un’equazione complicata e contradditoria. L’amministrazione Obama è infatti impegnata in una complessa opera di mediazione, funzionale al perseguimento di obiettivi difficilmente conciliabili e di certo non complementari. Gli Usa operano infatti per preservare la loro egemonia regionale, integrare gradualmente la Cina in un ordine che nelle intenzioni deve rimanere americano-centrico, contenere le ambizioni di potenza di Pechino e mantenere infine un sistema di sicurezza regionale fondato appunto sulla leadership statunitense e sulla disponibilità degli altri paesi, a partire dal Giappone, a delegare agli Usa stessi la propria difesa. Il tutto in un contesto in cui l’elemento primario delle relazioni internazionali e transpacifiche è oggi proprio la profonda e strutturale interdipendenza tra Cina e Stati Uniti, come evidenziato dagli scambi commerciali tra i due paesi, dagli investimenti statunitensi in Cina e dall’impegno cinese a finanziare il debito americano. Ed è questo mix di collaborazione e antagonismo ad acuire la contradditorietà delle relazioni sino-statunitensi e ad alimentare  la conseguente instabilità geopolitica del Pacifico e dell’Estremo Oriente.

Il Giornale di Brescia, 6 dicembre 2013

L’11 settembre: la sua memoria; il suo significato

Gli storici dibattono oggi l’effettivo impatto degli attentati dell’11 settembre 2001 sulle relazioni internazionali contemporanee. Se a quella data si possa assegnare un valore periodizzante. Se essa costituisca davvero una delle cesure storiche della nostra epoca.

Da più parti si sottolinea come alcune tendenze strutturali del sistema mondiale siano state solo in minima parte condizionate da quell’11 settembre. Che esse si sarebbero dispiegate anche senza l’attacco al Pentagono e alle Torri Gemelli. Cancellando il quale, nulla sarebbe cambiato rispetto all’ascesa economica e alla crescente influenza geopolitica della Cina. O al processo d’inarrestabile integrazione economica globale. O alla parallela obsolescenza dell’architettura istituzionale di un ordine internazionale costruito in un’altra epoca. O, infine, alla graduale riduzione della centralità dell’asse transatlantica in favore di quella transpacifica, e al concomitante emergere di nuove potenze non europee, India e Brasile su tutte.

Sono considerazioni non prive di validità, quelle di chi evidenzia le matrici di lungo periodo di queste dinamiche. Nondimeno, è un grave errore di analisi minimizzare l’importanza storica dell’11 settembre 2001. Questo per diversi motivi. Innanzitutto, per la sua straordinaria valenza simbolica, che lo ha reso evento mondiale come pochi altri nella sua drammatica mediaticità e nei suoi conseguenti riverberi globali. In secondo luogo, perché a essere colpita fu la potenza egemone – gli Stati Uniti – di un ordine internazionale che era (e in parte rimane) unipolare e americano-centrico. Infine, per le modalità di risposta che tale potenza scelse. Modalità che esacerbarono alcune contraddizioni dell’egemonia americana per come questa era stata ridefinita dopo la fine della Guerra Fredda. E che acuirono le asimmetrie di un ordine internazionale fondato su un egemone fragile, su equilibri di potenza mutevoli e su una rete di regole e istituzioni parziali e datate.

La risposta dell’amministrazione Bush si espresse in una combinazione – ideologicamente coerente e politicamente fallimentare – di iper-nazionalismo, unilateralismo e uso (e abuso) delle armi. Lo strumento militare fu utilizzato prima in Afghanistan e poi in Iraq con l’obiettivo non solo di colpire Al Qaeda, ma anche di avviare un processo di trasformazione geopolitica e culturale della regione mediorientale ritenuta funzionale all’erosione del consenso del radicalismo islamico. Gli esiti di questa strategia sarebbero stati ben presto sotto gli occhi di tutti. Il discorso e le pratiche della politica estera statunitense avrebbero finito per alimentare una forte ostilità nei confronti degli Usa, anche in paesi tradizionalmente amici. In Iraq si assistette a uno straordinario fallimento strategico, forse il più grande nella storia degli Stati Uniti. I conti pubblici subirono un forte deterioramento, anche in conseguenza dei costi immensi dell’interventismo unilateralista e dell’indisponibilità ad assumere i provvedimenti, dolorosi ma inevitabili, necessari per farvi fronte (quelle in Afghanistan e in Iraq furono le uniche guerre nella storia degli Stati Uniti intraprese senza aumenti delle tasse, ma anzi con una loro concomitante riduzione).

L’elezione di Obama nel 2008 mostrò sia la straordinaria vitalità degli Usa e del loro sistema politico sia la persistente forza del mito americano rivelata proprio dalla popolarità del nuovo Presidente: dalla sorta d’infatuazione globale che ne accompagnò la campagna elettorale. Gli iniziali successi politici di Obama, e la capacità di rispondere in modo incisivo alla crisi economica, sono stati però nel tempo silenziati dai tanti errori della sua amministrazione, dall’incapacità di offrire una discontinuità forte con le politiche di sicurezza di Bush e dalla paralisi legislativa provocata dal rigido ostruzionismo repubblicano. Soprattutto, è rimasto il retaggio profondo delle contraddizioni dell’egemonia statunitense e dell’impatto su di essa di quell’11 settembre che rappresenta oggi, e rappresenterà a lungo, una della fondamentali cesure storiche del età  contemporanea.

Supplemento Il Messaggero, 3 dicembre 2013