Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2014

Il dramma ucraino e il complesso gioco geopolitico che lo accompagna

 

Le immagini drammatiche e sconvolgenti che giungono da Kiev riportano alla memoria l’ultima, terribile guerra civile in Europa: quella che travolse la Jugoslavia nel corso degli anni Novanta. Le due situazioni sono in realtà diversissime e l’Ucraina non è in alcun modo paragonabile al mosaico religioso e nazionale jugoslavo. Anche nel caso della crisi ucraina, però, le caotiche dinamiche interne s’intrecciano con un complesso groviglio internazionale e con le interdipendenze che legano tra loro l’Ucraina medesima e i tre soggetti esterni coinvolti nella crisi: la Russia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Soggetti bisognosi l’uno dell’altro, ma che in Ucraina hanno, e perseguono, obiettivi diversi e probabilmente inconciliabili. E che esprimono approcci diplomatici e finanche culture politiche tra loro assai diversi.

L’Unione Europea ha rivelato, una volta ancora, quel bizzarro e contradditorio mix di forza e debolezza che pare contraddistinguerne la natura e identità. A dispetto di tutto, il desiderio di Europa – la forza quasi mitopoietica del modello europeo di prosperità, democrazia, diritti e libertà – mostra ancora la sua tenuta e attrattività. Un desiderio e una fascinazione, questi, che hanno contraddistinto la storia del processo d’integrazione europea, dotando l’UE di un soft power talora impareggiabile, ma che di rado si traduce in effettivo potere politico e diplomatico, come il dramma ucraino ben evidenzia. Rispetto al quale l’UE ha scelto – per necessità, convenienza e, appunto, cultura politica – una linea di basso profilo, nella convinzione che pressioni troppo palesi potessero risultare controproducenti e alimentare la rigidità del fronte governativo. Le violenze degli ultimi giorni e l’acclarata inaffidabilità del presidente Yanukovich stanno inducendo a un cambiamento di linea promosso da quell’asse franco-tedesco che, piaccia o meno, rappresenta la forza motrice indispensabile di qualsiasi azione europea. La maggior fermezza dell’UE – simboleggiata dalla convergenza con gli Usa sull’ipotesi d’imporre sanzioni mirate, con cui colpire gli stessi oligarchi vicini a Yanukovich – risponde anche alle pressioni di opinioni pubbliche inorridite da quanto sta accadendo in Ucraina. Ma non pare essere accompagnata da una strategia coerente e definita. I diversi obiettivi indicati anche nel vertice tra Hollande e Merkel risultano infatti tra loro poco complementari, se non addirittura contradditori: la fine di Yanukovich non garantisce affatto il ripristino della stabilità; l’ipotetico allargamento dello spazio europeo cozza contro la volontà di non alienare un partner, quello russo, ancora fondamentale; il sostegno all’eterogeneo fronte dell’opposizione non è probabilmente compatibile col desiderio di prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni. Per quanto giustificati, maggiori impegno e ingerenza europei non sono, in altre parole, sinonimi di risoluzione pacifica della crisi.

Problemi in parte analoghi hanno gli Usa. Sotto le forti pressioni di una parte del mondo politico, l’amministrazione Obama ha assunto, almeno a parole, una linea più intransigente, valutando ben prima della UE la possibilità d’imporre delle sanzioni. Eppure gli Usa hanno bisogno della Russia quanto e più dell’Europa, in particolare sui cruciali dossier iraniano e siriano. Obama, poi, ha da tempo abbandonato qualsiasi piano di ulteriore ampliamento dello spazio di sicurezza euro-atlantico, subordinato oggi a quel teatro dell’Asia-Pacifico che è considerato la vera priorità strategica degli Stati Uniti.

Resta infine la Russia. Che sull’Ucraina ha adottato una rozza e ostentata strategia neo-imperiale, spendendo sia il suo rinnovato (ed esagerato) potere sia la sua indispensabilità diplomatica. Una Russia, però, che come già fu spesso per l’Unione Sovietica sembra agire sulla base di una concezione unilaterale della potenza, e una conseguente incapacità di “fare egemonia” anche in quei paesi, come l’Ucraina, che dovrebbero cadere quasi naturalmente nella sua sfera d’influenza. E che invece ai condizionamenti russi – e alle modalità talora grossolane con le quali vengono gestiti e imposti – cercano di sottrarsi, rivelando una fragilità del gigante russo che a molti oggi sembra sfuggire. La manifesta incapacità della Russia di aiutare a risolvere una crisi come quella ucraina è infatti rivelatrice di tutte le intrinseche fragilità del regime putiniano. E di quanto manchi, all’Europa e al sistema internazionale, una Russia più responsabile e meno mossa da istintivi riflessi anti-occidentali.

Il Messaggero, 21 febbraio 2014

Olimpiadi, politica e miracoli sul ghiaccio

Le olimpiadi di Sochi presentano oggi una gustosa Russia-Stati Uniti nel girone eliminatorio del torneo di hockey su ghiaccio. Due squadre candidate alle medaglie, inclusa quella d’oro che sfugge alla Russia dal 1992 . Quella squadra era l’erede della meravigliosa nazionale sovietica, che conquistò tutte le medaglie d’oro dal 1964 al 1988, con l’eccezione dei giochi olimpici di Lake Placid del 1980, quando giunse seconda dietro gli Stati Uniti. Una nazionale, quella statunitense, composta solo da giocatori universitari ché all’epoca i professionisti non potevano partecipare ai giochi olimpici. Ma che fu capace di compiere quello che passò alla leggenda come il « miracolo sul ghiaccio » (Miracle on Ice), sconfiggendo i maestri sovietici per 4 a 3 nella partita decisiva di fronte a un pubblico in delirio che intonava l’inno degli Stati Uniti (i tiri complessivi in porta furono 39 a 16 a favore dell’Urss, che in realtà dominò in lungo e in largo l’incontro).

Raccontato poi anche anche da Hollywood, Il Miracle on Ice del 1980 ci mostra tutta la forza politica, invero l’intrinseca politicità, delle olimpiadi. Una politicità che si rivela tanto nel momento dell’organizzazione dell’evento quanto in quello del successo sportivo. Quelle di Lake Placid furono olimpiadi grigie e in tono minore, aperte da una delle cerimonie d’inaugurazione più modeste che la storia olimpica ricordi. L’era di commercializzazione e piena globalizzazione dei giochi – destinata a trasfigurarne il volto, l’organizzazione e i costi – era dietro l’angolo. Le olimpiadi del 1980 chiudevano però un’epoca di stagnazione, crisi e apparente declino, che parve avere, nei mesti giochi di Lake Placid, un degno sigillo. Il Miracle on Ice riattivò invece un orgoglio nazionale che nella guerra fredda surrogata dello sport sembrò trovare la sua realizzazione e sublimazione. “Possiamo dimenticare l’orgoglio che ha attraversato questo paese quando la nostra squadra di hockey ha sconfitto i russi?”, chiese retoricamente un anno più tardi il neoletto presidente Ronald Reagan: “l’immagine di quei ragazzi dopo la vittoria sul ghiaccio con la bandiera del loro paese tra le mani è un tesoro nazionale”. Quattro anni più tardi questo orgoglio nazionale sarebbe stato riversato nei giochi estivi di Los Angeles: simbolo estremo di una rinascita americana fondata sulla celebrazione di capitalismo, individualismo, patriottismo e spirito d’impresa.

Vittorie ed organizzazione adempiono a fondamentali funzioni politiche. Per gli stati che ne sono protagonisti esse costituiscono momenti di pieno riconoscimento e di proiezione simbolica di potenza. Servono a celebrare e auto-celebrarsi: alla costruzione del consenso interno e all’affermazione della propria posizione nel mondo. Talora aiutano a completare un processo di legittimazione e re-integro in una comunità globale dalla quale si era stati banditi, come accadde per i paesi sconfitti della Seconda Guerra Mondiale: Italia (giochi di Cortina 1956 e Roma 1960), Giappone (Tokyo 1964 e Sapporo 1972) e Germania (Monaco 1972).  Più spesso ambiscono a sugellare momenti di crescita economica e modernizzazione, legittimando la conseguente rivendicazione di un ruolo internazionale più rilevante, come fu per Pechino nel 2008.

E come è oggi per la Russia di Putin. Che questi giochi li ha voluti, e organizzati a Sochi, per mostrare al mondo la sua rinnovata solidità e forza. Per flettere e ostentare i propri muscoli. Correndo però diversi rischi. Perché raramente i giochi olimpici non si sono rivelati dei disastri economici (chiedere ad Atene o a Montreal, che impiegò trent’anni per coprire il buco causato dall’organizzazione dei giochi estivi del 1976). E perché i giochi globali di oggi pongono chi li organizza sotto riflettori a loro volta globali, capaci di rivelarne tutte le contraddizioni e ipocrisie, come é puntualmente avvenuto con Sochi e le polemiche sull’autoritario regime putiniano. Perché le olimpiadi sono appunto politica: talvolta brutta come solo la politica sa essere.

Il Giornale di Brescia, 15 febbraio 2014

 

Olimpiadi e politica

I giochi olimpici sono eventi globali contraddistinti da un intrinseco, e talora primario, significato politico. Le olimpiadi invernali che si aprono domani a Sochi non fanno eccezione e anzi rivelano plasticamente il connubio tra sport e politica.

Ma come si manifesta tale connubio ? Cosa spinge un paese a spendere così tanto per organizzare una grande manifestazione sportiva (cifre non ufficiali indicano in 38 miliardi di euro il costo esorbitante dei giochi di Sochi) ? Quali vantaggi si pensa di trarre? Che cosa ci dice la storia e come si collocano, rispetto ad essa, queste olimpiadi russe?

La valenza simbolica dei giochi e la loro spendibilità nella politica internazionale emergono chiaramente sia nell’organizzazione dell’evento sia nel suo svolgimento. Per un paese, ospitare un’olimpiade o conseguire successi sportivi significa ottenere un preciso riconoscimento: è un momento di affermazione della propria identità e di presentazione globale della propria immagine. I giochi olimpici adempiono a questa funzione: sono vettori di proiezione simbolica di potenza; servono per rendere riconoscibile, e riconosciuto, un dato soggetto statale a un immaginario potenzialmente universale. Le olimpiadi naziste organizzate a Berlino nel 1936, il primo mega-evento sportivo dell’età contempranea, a questo dovevano servire: a legittimare, e far ammirare, il regime hitleriano. Con modalità diverse, ciò valse anche per le olimpiadi del miracolo economico italiano, a Roma nel 1960; per quelle – bagnate di sangue – di Monaco del 1972; o, in tempi più recenti, per i giochi di Seul del 1988 e di Pechino nel 2008. Grandi momenti di ostentato orgoglio nazionale da offrire a un’ammirata, e talora ipnotizzata, audience mondiale. Che osservando le gesta degli atleti finiva inoltre per accettare, e normalizzare, una geopolitica spesso incerta e contestata. Fu questo il caso della Germania dell’Est che usò con profitto lo sport, e i successi olimpici, per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza: per ottenere un riconoscimento simbolico, ma fortissimo, e per dimostrare la propria superiorità rispetto alla controparte occidentale (nei giochi estivi del 1976, 1980 e 1988 la Germania orientale arrivò sempre seconda nel medagliere, dietro l’Unione Sovietica).

Organizzazione e vittorie rispondono però anche a precisi obiettivi di carattere interno. Sono strumenti di costruzione di consenso, tanto per regimi autoritari quanto per governi democratici (le olimpiadi di Los Angeles del 1984, ad esempio, furono un passaggio importante per l’amministrazione Reagan e per la sua retorica nazionalista che celebrava la rinascita e grandezza degli Stati Uniti). E sono mezzi per distribuire risorse e favori – a località, interessi e lobby – giustificando i costi esorbitanti dell’organizzazione dell’evento con i vantaggi economici che ne conseguirebbero e la possibilità di modernizzare una data città e area, attraverso la costruzione di una rete nuova d’infrastrutture ed impianti (in realtà i costi sono quasi sempre superiori ai benefici, come dimostra bene il caso della città di Montreal, che solo nel 2006 ha finito di pagare il buco causato dall’organizzazione dei giochi del 1976).

Le olimpiadi di Sochi si collocano perfettamente entro questa traiettoria. Servono a Putin per mostrare al mondo la rinnovata potenza della Russia; informano e alimentanto un ostentato discorso nazionalista funzionale alla costruzione del consenso interno; cementano i legami tra il regime e alcuni grandi interessi privati che hanno contribuito a co-finanziare quest’olimpiade o che si sono assicurati i tanti appalti distribuiti negli ultimi anni per trasformare Sochi e le aree limitrofe. Sono giochi politici, in altre parole, perché a dispetto della retorica le olimpiadi sono un fenomeno politico come pochi altri, con buona pace degli atleti e di tutti noi che mai ci stanchiamo di ammirarne le gesta e di chiudere convenientemente gli occhi su tutto il resto.

Il Messaggero, 6 febbraio 2014

Il salario minimo di Obama

La diseguaglianza negli Stati Uniti ha raggiunto livelli inimmaginabili nell’ultimo quarantennio, qualsiasi sia il parametro utilizzato per misurarla, a partire ovviamente dal reddito e dalla distribuzione della ricchezza. Lo stipendio dell’amministratore delegato di una delle principali compagnie statunitensi è oggi di 350 volte superiore a quello di un suo dipendente (era di circa trenta volte nel 1980). Dal 1980 a oggi il reddito dell’1% più ricco del paese è aumentato di più del 300%; la crescita di quello dell’ 80% della popolazione che guadagna di meno non ha superato invece il 45%. Questo 1% guadagna oggi più di un quinto del reddito complessivo del paese, quando era meno di un decimo a metà degli anni Settanta. Più del 15% delle famiglie americane, infine, vive con redditi che le collocano sotto la soglia della povertà. Se misurate con questi criteri, le lancette della storia sono state riportate agli anni venti del Novecento.

Diseguaglianza di redditi e di distribuzione della ricchezza significa inevitabilmente diseguaglianza di opportunità. Come evidenziato da diversi studi, la mobilità sociale è grandemente diminuita negli Stati Uniti e il background familiare rappresenta oggi la variabile fondamentale per la carriera di un giovane. Secondo un recente studio, un cittadino statunitense ha oggi il 47% di possibilità di rimanere nello stesso strato sociale dei suoi genitori (contro il 41% della Francia, il 29% del Canada e il 15% della Danimarca). Il sogno americano sembra in altre parole infrangersi sugli scogli di una diseguaglianza crescente e strutturale.

A lungo tutto ciò è stato reso tollerabile dagli alti livelli di crescita, dalla flessibilità e mobilità occupazionale e, più di tutto, da consumi individuali e familiari garantiti dai prezzi calanti di beni importati e dal facile, facilissimo, accesso al credito. La crisi del 2007-8 ha rivelato, e fatto esplodere, le contraddizioni di un modello insostenibile di consumi a debito. E ha esposto, anche politicamente, una diseguaglianza a lungo nascosta e dimenticata, contribuendo alla radicalizzazione e polarizzazione dello scontro politico negli Stati Uniti. Perché la stessa retorica della destra populista del Tea Party si nutre di un discorso egalitario che prende di mira le elite politiche e sociali e, con esse, l’oppressivo potere federale e chi lo incarna.

Con non poca lentezza anche Obama ha compreso che è su questo terreno, quello della lotta alla diseguaglianza, che si gioca oggi una partita politica cruciale. Numerosi suoi interventi, a partire da quello celebre di Osawatomie, in Kansas, del dicembre 2011, si sono concentrati sulla necessità di promuovere misure incisive e concrete contro l’intollerabile sperequazione sociale. È quanto il presidente ha fatto anche nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di martedì scorso, quando ha annunciato di voler aumentare, con decreto presidenziale, il salario minimo per futuri dipendenti federali, portandolo dagli attuali 7.25 dollari all’ora a 10.10 dollari. L’annuncio ha in sé un valore primariamente simbolico e coinvolgerà una percentuale assai bassa di lavoratori. Al meglio può servire come pungolo al Congresso e agli stati per approvare provvedimenti analoghi. Ed è a tutti gli effetti un provvedimento assai meno ambizioso e, diremo noi, “statalista” di molte misure adottate da Obama durante il suo primo biennio presidenziale. Serve però a intercettare una rabbia diffusa che spesso alimenta una denuncia della politica e delle istituzioni della quale il Presidente è la prima vittima. E serve a rivelare le ipocrisie di un fronte repubblicano che poco o nulla può offrire su questo terreno. Nell’auspicio che ciò possa aiutare i democratici alle elezioni di mid-term del novembre prossimo e, anche, le sorti di una Presidenza oggi assai indebolita e in difficoltà.

Il Giornale di Brescia, 1 febbraio 2014