Mario Del Pero

Olimpiadi, politica e miracoli sul ghiaccio

Le olimpiadi di Sochi presentano oggi una gustosa Russia-Stati Uniti nel girone eliminatorio del torneo di hockey su ghiaccio. Due squadre candidate alle medaglie, inclusa quella d’oro che sfugge alla Russia dal 1992 . Quella squadra era l’erede della meravigliosa nazionale sovietica, che conquistò tutte le medaglie d’oro dal 1964 al 1988, con l’eccezione dei giochi olimpici di Lake Placid del 1980, quando giunse seconda dietro gli Stati Uniti. Una nazionale, quella statunitense, composta solo da giocatori universitari ché all’epoca i professionisti non potevano partecipare ai giochi olimpici. Ma che fu capace di compiere quello che passò alla leggenda come il « miracolo sul ghiaccio » (Miracle on Ice), sconfiggendo i maestri sovietici per 4 a 3 nella partita decisiva di fronte a un pubblico in delirio che intonava l’inno degli Stati Uniti (i tiri complessivi in porta furono 39 a 16 a favore dell’Urss, che in realtà dominò in lungo e in largo l’incontro).

Raccontato poi anche anche da Hollywood, Il Miracle on Ice del 1980 ci mostra tutta la forza politica, invero l’intrinseca politicità, delle olimpiadi. Una politicità che si rivela tanto nel momento dell’organizzazione dell’evento quanto in quello del successo sportivo. Quelle di Lake Placid furono olimpiadi grigie e in tono minore, aperte da una delle cerimonie d’inaugurazione più modeste che la storia olimpica ricordi. L’era di commercializzazione e piena globalizzazione dei giochi – destinata a trasfigurarne il volto, l’organizzazione e i costi – era dietro l’angolo. Le olimpiadi del 1980 chiudevano però un’epoca di stagnazione, crisi e apparente declino, che parve avere, nei mesti giochi di Lake Placid, un degno sigillo. Il Miracle on Ice riattivò invece un orgoglio nazionale che nella guerra fredda surrogata dello sport sembrò trovare la sua realizzazione e sublimazione. “Possiamo dimenticare l’orgoglio che ha attraversato questo paese quando la nostra squadra di hockey ha sconfitto i russi?”, chiese retoricamente un anno più tardi il neoletto presidente Ronald Reagan: “l’immagine di quei ragazzi dopo la vittoria sul ghiaccio con la bandiera del loro paese tra le mani è un tesoro nazionale”. Quattro anni più tardi questo orgoglio nazionale sarebbe stato riversato nei giochi estivi di Los Angeles: simbolo estremo di una rinascita americana fondata sulla celebrazione di capitalismo, individualismo, patriottismo e spirito d’impresa.

Vittorie ed organizzazione adempiono a fondamentali funzioni politiche. Per gli stati che ne sono protagonisti esse costituiscono momenti di pieno riconoscimento e di proiezione simbolica di potenza. Servono a celebrare e auto-celebrarsi: alla costruzione del consenso interno e all’affermazione della propria posizione nel mondo. Talora aiutano a completare un processo di legittimazione e re-integro in una comunità globale dalla quale si era stati banditi, come accadde per i paesi sconfitti della Seconda Guerra Mondiale: Italia (giochi di Cortina 1956 e Roma 1960), Giappone (Tokyo 1964 e Sapporo 1972) e Germania (Monaco 1972).  Più spesso ambiscono a sugellare momenti di crescita economica e modernizzazione, legittimando la conseguente rivendicazione di un ruolo internazionale più rilevante, come fu per Pechino nel 2008.

E come è oggi per la Russia di Putin. Che questi giochi li ha voluti, e organizzati a Sochi, per mostrare al mondo la sua rinnovata solidità e forza. Per flettere e ostentare i propri muscoli. Correndo però diversi rischi. Perché raramente i giochi olimpici non si sono rivelati dei disastri economici (chiedere ad Atene o a Montreal, che impiegò trent’anni per coprire il buco causato dall’organizzazione dei giochi estivi del 1976). E perché i giochi globali di oggi pongono chi li organizza sotto riflettori a loro volta globali, capaci di rivelarne tutte le contraddizioni e ipocrisie, come é puntualmente avvenuto con Sochi e le polemiche sull’autoritario regime putiniano. Perché le olimpiadi sono appunto politica: talvolta brutta come solo la politica sa essere.

Il Giornale di Brescia, 15 febbraio 2014

 

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