Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2014

L’Italia nella nuova relazione transatlantica

Cosa aspettarsi da questo viaggio di Obama in Europa ? Che funzione potrà avere l’incontro di giovedì prossimo con Matteo Renzi e cosa ci dice del possibile ruolo dell’Italia in questa nuova fase delle relazioni transatlantiche ?

È chiaro come la crisi apertasi in Ucraina abbia radicalmente modificato i contenuti e gli obiettivi di un viaggio, quello del presidente americano, programmato da tempo. Durante il secondo mandato obamiano, i rapporti tra Stati Uniti ed Europa hanno oscillato tra indifferenza e tensione. Con gli Stati Uniti proiettati su altri teatri e vieppiù disattenti (e disinteressati) alle questioni europee; con l’Europa concentrata sui suoi problemi e irritata dalla capillare azione di spionaggio promossa dalle agenzie d’intelligence americane; con la Nato in cerca di una missione la cui chiarezza appare spesso inversamente proporzionale alla verbosità dei suoi comunicati e dei suoi “concetti strategici”.

L’Ucraina, e la spregiudicata azione russa, impongono ora una rinnovata collaborazione transatlantica. Riattivano logiche di collaborazione e interdipendenza strategica che troppo frettolosamente si era pensato di poter archiviare. Sia pur temporaneamente, riassegnano al continente europeo una centralità geopolitica che si pensava perduta.

Permangono differenze significative, interne alla stessa Unione Europea, che in questi giorni si cercherà di superare. E permane una critica di fondo di questa amministrazione alle modalità con le quali l’Europa ha risposto all’ultima crisi economica e al flebile contributo europeo alla ripresa globale. È su questi due tavoli che l’Italia può ambire a svolgere un ruolo. Ci piaccia o meno, nella gerarchia intra-atlantica e intra-europea il nostro paese rimane un peso medio. La puntata romana di Obama era pensata più come occasione per un incontro ad alto contenuto mediatico con papa Francesco che per un vertice bilaterale. E se è vero che da parte statunitense si segue con interesse e finanche simpatia la novità rappresentata dal governo Renzi, è altresì vero che analoga attenzione, e sostegno, furono espressi per Monti e Letta, figure peraltro assai più cosmopolite e di maggior esperienza internazionale rispetto a Renzi. Eppure, come per i due governi precedenti, anche per questo si apre la possibilità di costruire una relazione forte con l’alleato maggiore americano. Al netto della tradizionale, e talora stucchevole, propensione italiana a utilizzare il rapporto con Washington come veicolo di legittimazione politica, le dichiarazioni di Renzi sulla possibilità di apprendere dalle buone performance economiche statunitensi sembrano indicare una consapevolezza di questa potenziale convergenza. Le politiche d’austerity imposte dalla Germania sono state frequentemente criticate dagli Usa. È difficile credere che le recenti posizioni espresse dal primo ministro italiano in materia di vincoli europei ed eccessivo rigore contabile – peraltro in contraddizione con quell’obbligo di pareggio di bilancio introdotto nella costituzione due anni orsono – non abbiano suscitato l’apprezzamento di Washington. Dove si spera che la “ribellione” italiana possa sortire qualche risultato. Una “ribellione” ancor più importante sarebbe però quella sul dossier ucraino. Rispetto alla quale la maggior fermezza degli Usa si è finora scontrata con le titubanze e le divisioni europee. Alzare gradualmente il livello delle sanzioni contro Mosca, come vorrebbero gli Stati Uniti, vuol dire rischiare rappresaglie capaci di toccare interessi economici importanti di alcuni paesi europei ovvero accendere la miccia del ricatto energetico di cui la Russia dispone. Questo spiega la cautela adottata dall’Europa e dal suo leader tedesco: lo scarto, emblematico, tra le dichiarazioni di Angela Merkel e le (non) decisioni a oggi assunte. Una presa di posizione più coraggiosa dell’Italia potrebbe offrire uno spazio diplomatico centrato una volta ancora sulla relazione con gli Stati Uniti. Ovvero potrebbe alterare gli equilibri interni all’UE incrinando almeno un po’ quell’incontrastato predominio tedesco cui gli Usa da tempo guardano con perplessità e malcelata irritazione.

Il Messaggero, 25 marzo 2014

Tra antagonismi e interdipendenze

Era davvero difficile immaginare un simile sviluppo della crisi in Ucraina. Ed è ugualmente difficile  comprendere cosa potrà seguire. A contrapporsi – nelle politiche, nelle valutazioni e nelle previsioni – sono oggi due interpretazioni delle relazioni internazionali. La prima enfatizza alcuni elementi strutturali e intramontabili del sistema mondiale: su tutti la persistenza di antagonismi statuali di potenza dei quali le vicende recenti rappresenterebbero solo l’ultimo esempio. La seconda sottolinea invece le discontinuità radicali dell’ultimo quarantennio e l’impatto di processi che hanno accentuato forme plurime d’interdipendenza tra i soggetti del sistema internazionale aumentando la loro propensione a collaborare ed evitare conflitti in ultimo dannosi per tutti. Entrambe queste letture spiegano aspetti importanti della vicenda ucraina; entrambe, però, offrono una interpretazione al meglio parziale.

Antagonismi di potenza e logiche geopolitiche mai superate sono certamente presenti nello scontro apertosi tra la Russia e gli Stati Uniti e i loro alleati europei. È chiaro che i secondi hanno intravisto in Ucraina la possibilità di estendere la loro presenza in Europa orientale, sottraendo al potenziale avversario russo un altro pezzo della sua tradizionale sfera d’influenza e aggiungendo così un ulteriore tassello a un processo di “espansione” verso est che negli anni poca attenzione ha prestato alle sensibilità e alle esigenze di sicurezza della Russia. La quale, a sua volta, agisce mossa da logiche, oltre che da una retorica, che sembrano davvero appartenere ad un’altra epoca. I rigurgiti nazionalisti e panslavi che accompagnano e qualificano le azioni russe rimandano infatti a un passato che evidentemente avevamo archiviato con troppa fretta.

La politica internazionale rimane quindi un gioco di potenza nel quale i principali soggetti possono agire in spregio al diritto internazionale e con il solo scopo di massimizzare i propri interessi.

Eppure, la crisi rivela anche tutti i limiti di politiche, e analisi, centrate primariamente su questa dimensione di potenza delle relazioni tra gli stati. I frequenti, ingannevoli riferimenti alla guerra fredda sono lì a dimostrarcelo. Perché quella in corso non è, né potrebbe essere, una nuova guerra fredda. Stati Uniti e Russia non sono gli antagonisti assoluti e i rivali ideologici di quell’epoca; il potere – quanto meno quello economico – è assai più diffuso e meno concentrato di allora; le relazioni e le mutue dipendenze tra i diversi soggetti coinvolti nella crisi risultano assai più profonde e radicate. Gli investimenti occidentali in Russia, le fonti energetiche russe, le collaborazioni diplomatiche su dossier cruciali (a partire da quello iraniano): vari problemi e dinamiche legano tra loro la Russia e gli Stati Uniti in un rapporto che non può essere in alcun modo sciolto, neanche da una crisi come quella odierna.

Su questa ineludibile interdipendenza – che è economica, ma anche di sicurezza visto che si tratta delle uniche due superpotenze nucleari – pensano di poter far leva tanto Washington quanto Mosca. Gli Usa contano di poter imporre provvedimenti vieppiù dolorosi ad alcuni grandi interessi economici russi accompagnando tali misure ad atti simbolicamente eclatanti, quali l’esclusione della Russia dal G-8. Sanno, gli Stati Uniti, che quella russa è almeno in parte una potenza dai piedi d’argilla: economicamente fragile; bisognosa di ulteriore integrazione nella rete globale d’interdipendenze finanziarie e commerciali; dipendente, nonostante le sue fantasie sulla creazione di grandi aree di scambio eurasiatico, dall’accesso ai mercati internazionali. Da parte sua, la Russia è consapevole della leva di cui dispone grazie alle sue risorse energetiche, della impossibilità di brandirle contro la minaccia dell’azione militare e della possibilità di sfruttare il diritto di veto di cui gode nel consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

È una mutua dipendenza che in teoria avvantaggia la parte più forte, e Stati Uniti e Unione Europea di certo lo sono. Ma che può essere bilanciata dal maggiore interesse che la parte più debole ha nella contesa: e “morire per l’Ucraina” mobilita inevitabilmente di più i russi che gli europei o gli americani. Soprattutto, è una mutua dipendenza che non riduce i rischi di escalation, ma anzi li amplifica ed esaspera. Ed è questo, ora, il pericolo più grande di questa crisi.

Il Messaggero/Il Mattino, 19 marzo 2014

Gli Stati Uniti e il dilemma ucraino

La Russia potrebbe “pagare un prezzo immenso” per le sue azioni in Ucraina, ha dichiarato il segretario di Stato John Kerry. “Ci saranno dei costi” per Mosca in caso di suo intervento militare, aveva sottolineato in precedenza Barack Obama.  Questi costi e questo prezzo sono però difficili da definire; quando dalle parole si passa alle proposte concrete lo scarto è invero macroscopico e il duro prezzo che la Russia rischia di pagare si riduce alla possibile cancellazione del prossimo G8 di Sochi, a qualche esercitazione militare statunitense e a possibili sanzioni mirate contro individui e banche russe che operano in Crimea.

Le armi di cui dispongono gli Stati Uniti e i loro partner europei appaiono pertanto assai spuntate. Nessuno, va da sé, vuole un’escalation dello scontro. La Russia ha strumenti diplomatici, a partire dal veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che la proteggono da azioni multilaterali; la vicenda ucraina non può essere isolata da altri teatri nei quali il coinvolgimento e la collaborazione di Mosca sono vitali. A ciò si aggiunge un ulteriore fattore, per certi aspetti paradossale, che alimenta la tentazione dell’inazione. Se letta attraverso un prisma strettamente geopolitico, la crisi ucraina potrebbe risolversi in un paradossale successo degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica, anche laddove terminasse nel modo peggiore: con una soluzione simile a quella della Georgia nel 2008 e una secessione della Crimea dall’Ucraina. La conseguenza, infatti, sarebbe solo di affermare con forme più dirette un controllo della Russia su una regione, la Crimea, che già oggi ricade nella sua orbita geopolitica e di accelerare l’integrazione dell’Ucraina nella rete d’interdipendenze economiche e strategiche dell’occidente atlantico. Per quanto piaccia credere il contrario, la spregiudicata azione russa è quindi indicativa di una debolezza più che di una forza e il suo possibile esito ne è la conferma.

E però Obama rischia un’altra pesante sconfitta politica: sul piano interno così come su quello internazionale. A rischio è in primo luogo quella credibilità di cui il soggetto egemone del sistema internazionale abbisogna per esercitare effettivamente il suo primato. Già la fatidica “linea rossa” indicata da Obama e violata impunemente dal regime siriano danneggiò questa credibilità. Per quanto simbolica prima ancora che pratica, una sconfitta sull’Ucraina confermerebbe al mondo che l’unica superpotenza rimasta può essere sfidata; soprattutto che le parole di chi la guida, talora avventate come fu sulla Siria, possono non lasciare segno. All’indebolimento della credibilità internazionale ne potrebbe però corrispondere, per Obama e i democratici, anche uno sul piano interno. Finora il presidente è riuscito a sfruttare l’ostilità dell’opinione pubblica interna verso nuovi interventi militari per costruire un forte capitale di consenso sulla sua politica estera e di sicurezza. Il caso dell’Ucraina appare però diverso. Forse agisce il lungo lascito della guerra fredda; forse al continente europeo si applicano standard diversi; di certo, però, l’aggressività russa suscita critiche aspre all’interno degli Stati Uniti e conseguenti sollecitazioni all’azione. Non a caso è stato un candidato presidenziale come il giovane senatore repubblicano della Florida Marco Rubio a sollecitare in questi giorni una maggiore fermezza. Eppure, anche nel caso di Rubio l’aggressiva retorica si coniuga con la vaghezza e, talora, inconsistenza delle misure punitive proposte nei confronti di Mosca. A testimonianza dei dilemmi in cui si dibattono gli Usa oggi e dell’immensa difficoltà di coniugare parole e azioni.

Il Messaggero, 3 marzo 2014