Mario Del Pero

Tra antagonismi e interdipendenze

Era davvero difficile immaginare un simile sviluppo della crisi in Ucraina. Ed è ugualmente difficile  comprendere cosa potrà seguire. A contrapporsi – nelle politiche, nelle valutazioni e nelle previsioni – sono oggi due interpretazioni delle relazioni internazionali. La prima enfatizza alcuni elementi strutturali e intramontabili del sistema mondiale: su tutti la persistenza di antagonismi statuali di potenza dei quali le vicende recenti rappresenterebbero solo l’ultimo esempio. La seconda sottolinea invece le discontinuità radicali dell’ultimo quarantennio e l’impatto di processi che hanno accentuato forme plurime d’interdipendenza tra i soggetti del sistema internazionale aumentando la loro propensione a collaborare ed evitare conflitti in ultimo dannosi per tutti. Entrambe queste letture spiegano aspetti importanti della vicenda ucraina; entrambe, però, offrono una interpretazione al meglio parziale.

Antagonismi di potenza e logiche geopolitiche mai superate sono certamente presenti nello scontro apertosi tra la Russia e gli Stati Uniti e i loro alleati europei. È chiaro che i secondi hanno intravisto in Ucraina la possibilità di estendere la loro presenza in Europa orientale, sottraendo al potenziale avversario russo un altro pezzo della sua tradizionale sfera d’influenza e aggiungendo così un ulteriore tassello a un processo di “espansione” verso est che negli anni poca attenzione ha prestato alle sensibilità e alle esigenze di sicurezza della Russia. La quale, a sua volta, agisce mossa da logiche, oltre che da una retorica, che sembrano davvero appartenere ad un’altra epoca. I rigurgiti nazionalisti e panslavi che accompagnano e qualificano le azioni russe rimandano infatti a un passato che evidentemente avevamo archiviato con troppa fretta.

La politica internazionale rimane quindi un gioco di potenza nel quale i principali soggetti possono agire in spregio al diritto internazionale e con il solo scopo di massimizzare i propri interessi.

Eppure, la crisi rivela anche tutti i limiti di politiche, e analisi, centrate primariamente su questa dimensione di potenza delle relazioni tra gli stati. I frequenti, ingannevoli riferimenti alla guerra fredda sono lì a dimostrarcelo. Perché quella in corso non è, né potrebbe essere, una nuova guerra fredda. Stati Uniti e Russia non sono gli antagonisti assoluti e i rivali ideologici di quell’epoca; il potere – quanto meno quello economico – è assai più diffuso e meno concentrato di allora; le relazioni e le mutue dipendenze tra i diversi soggetti coinvolti nella crisi risultano assai più profonde e radicate. Gli investimenti occidentali in Russia, le fonti energetiche russe, le collaborazioni diplomatiche su dossier cruciali (a partire da quello iraniano): vari problemi e dinamiche legano tra loro la Russia e gli Stati Uniti in un rapporto che non può essere in alcun modo sciolto, neanche da una crisi come quella odierna.

Su questa ineludibile interdipendenza – che è economica, ma anche di sicurezza visto che si tratta delle uniche due superpotenze nucleari – pensano di poter far leva tanto Washington quanto Mosca. Gli Usa contano di poter imporre provvedimenti vieppiù dolorosi ad alcuni grandi interessi economici russi accompagnando tali misure ad atti simbolicamente eclatanti, quali l’esclusione della Russia dal G-8. Sanno, gli Stati Uniti, che quella russa è almeno in parte una potenza dai piedi d’argilla: economicamente fragile; bisognosa di ulteriore integrazione nella rete globale d’interdipendenze finanziarie e commerciali; dipendente, nonostante le sue fantasie sulla creazione di grandi aree di scambio eurasiatico, dall’accesso ai mercati internazionali. Da parte sua, la Russia è consapevole della leva di cui dispone grazie alle sue risorse energetiche, della impossibilità di brandirle contro la minaccia dell’azione militare e della possibilità di sfruttare il diritto di veto di cui gode nel consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

È una mutua dipendenza che in teoria avvantaggia la parte più forte, e Stati Uniti e Unione Europea di certo lo sono. Ma che può essere bilanciata dal maggiore interesse che la parte più debole ha nella contesa: e “morire per l’Ucraina” mobilita inevitabilmente di più i russi che gli europei o gli americani. Soprattutto, è una mutua dipendenza che non riduce i rischi di escalation, ma anzi li amplifica ed esaspera. Ed è questo, ora, il pericolo più grande di questa crisi.

Il Messaggero/Il Mattino, 19 marzo 2014

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