Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2014

Il soldato Bergdahl

A quanto si racconta oggi, il soldato semplice dell’Idaho Bowe Bergdahl non ne poteva più. Giunto in Afghanistan all’inizio del 2009, ben presto disilluso nei confronti di una guerra che non comprendeva e irritato da commilitoni con i quali non aveva legato , decise di abbandonare la sua unità che si trovava nell’est del paese, al confine col Pakistan. “Il futuro è troppo bello per essere sprecato in bugie e la vita troppo breve per la dannazione degli altri”, avrebbe scritto nell’ultima e-mail inviata ai genitori .

La nuova vita di libertà dell’ingenuo soldato Bergdahl durò solo due giorni. Immediatamente catturato dai talebani, divenne un bottino di guerra preziosissimo e, col tempo, l’ultimo prigioniero di guerra statunitense in Afghanistan.

Ora, dopo cinque anni di prigionia, Berghdal è sulla strada del ritorno a casa. L’amministrazione Obama ha negoziato uno scambio di prigioneri, liberando (con obbligo di soggiorno per un anno in Qatar) cinque leader talebani incarcerati a Guantanamo in cambio di Bergdahl. L’annuncio è stato dato da Obama stesso, in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato i genitori del soldato.

L’attenta coreografia dell’evento spiega molto della decisione di Obama di accettare quest’accordo. Riportare a casa l’ultimo soldato statunitense in mani talebane serve per dare un messaggio inequivoco a un’opinione pubblica che a sua volta non nutre più illusioni verso l’intervento in Afghanistan (nell’ultimo sondaggio Gallup, e per la prima volta in 13 anni, una maggioranza degli americani ritiene quella guerra un errore). Serve cioè per chiudere, con un gesto dall’alta valenza simbolica, la prima guerra americana del XXI secolo e la più lunga nella storia degli Stati Uniti. Nelle intenzioni dell’amministrazione, negoziare lo scambio di prigionieri con i talebani doveva inoltre aiutare a gestire lo scandalo provocato dalle rivelazioni sulla cattiva gestione degli ospedali per i veterani di guerra, sottofinanziati e incapaci di fornire servizi essenziali ai militari – feriti, mutilati e traumatizzati – di ritorno dall’Afghanistan. “Gli Stati Uniti hanno una regola sacra”, ha affermato Obama, “ed è quella di non lasciare mai indietro” i propri soldati.

E però la vicenda di Bergdahl è rapidamente esplosa nelle mani di Obama. La ricerca attivata dopo la sua fuga sembra essere costata la vita a due, e forse più, soldati statunitensi ed avere comportato un ampio impegno di uomini e mezzi. I suoi commilitoni e diversi gruppi di veterani hanno aspramente criticato la decisione di salvare un disertore, liberando leader talebani detenuti in una struttura, Guantanamo, nei confronti della quale l’opinione pubblica statunitense continua a non condividere la posizione critica del resto del mondo. La mancata consultazione del Congresso sullo scambio di prigionieri – un chiaro, ennesimo abuso di autorità presidenziale da parte di Obama – è stata fortemente criticata dai repubblicani e ha irritato diversi deputati e senatori dello stesso partito democratico, tra i quali l’influente presidente della Commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein. L’America è un paese stanco delle sue guerre; provato da 13 anni d’interventi militari oggi giudicati inutili. Ma è anche un paese dove il patriottismo militare rimane forte e diffuso, con tutti i suoi eccessi e problemi. Un paese dove ogni contea piange i suoi caduti e invita a onorare i suoi uomini e donne impegnati in missioni militari all’estero. E dove il costo politico di salvare i disertori e liberare i terroristi – perchè questa è la rappresentazione della vicenda offerta dai suoi critici – può risultare inaspettatamente alto.

Il Giornale di Brescia, 7 giugno 2014

Ma l’Europa continua a non essere centrale per Obama

Era uno dei principali obiettivi di Obama dopo la sua elezione: migliorare i rapporti con la Russia e avviare una nuova fase di collaborazione tra i due paesi. O, come disse il vice-presidente Joe Biden, “premere il pulsante reset” nelle relazioni russo-statunitensi, dopo le difficoltà degli anni precedenti e le tensioni create dalla crisi georgiana dell’agosto 2008. Nelle intenzioni, questo “reset” avrebbe aiutato il riposizionamento strategico degli Usa verso il teatro dell’Asia-Pacifico. E avrebbe permesso di coinvolgere Mosca nella gestione di alcuni importanti dossier, quello del nucleare iraniano su tutti.

In una prima fase, l’amministrazione Obama s’impegnò fattivamente, abbandonando il progetto di difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca che tanto aveva irritato Mosca; ovvero mettendo da parte ulteriori piani di ampliamento a est dell’Alleanza Atlantica.

E però, questo riavvicinamento con la Russia si è arenato su scogli in ultimo insormontabili: l’opposizione di una parte importante del partito repubblicano e del mondo conservatore all’interno degli Stati Uniti; quella di alcuni importanti alleati, e nuovi membri della Nato, Polonia su tutti; dinamiche regionali poco controllabili, come si è ben visto in Ucraina; i comportamenti di Putin, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

Da più parti Obama è accusato oggi d’ingenuità. Di avere colpevolmente pensato che certe logiche geopolitiche fossero superate: che fosse possibile co-optare la Russia entro l’ordine internazionale liberale a egemonia statunitense e che la vecchia politica di potenza fosse finalmente giunta al capolinea. E si rimarca di conseguenza il forzoso “ritorno in Europa” (e alla geopolitica) degli Stati Uniti, evidenziato dalla ferma reazione sull’Ucraina e da quel che ne è conseguito, nei rapporti con la Russia e nella rinnovata collaborazione transatlantica. Un ritorno che evidenzierebbe la persistenza di un assunto, e un obiettivo, fondamentale della politica estera statunitense: evitare che sorgano condizioni che permettano a un singolo stato, in questo caso la Russia di Putin, di avere una posizione dominante sul continente europeo.

Si tratta, però, di analisi al meglio superficiali e al peggio errate. Perché è ingenuo, e invero sciocco, pensare che calcoli geopolitici non abbiano informato l’azione statunitense dal 2009 a oggi, condizionando le politiche europee di Washington. Perché gli Usa – con la Nato che si estende dal Mar Baltico alla Turchia (e che lentamente si amplia all’ex Jugoslavia) – hanno maturato in Europa una condizione geopolitica, e una capacità di proiezione di potenza conseguente, che avrebbero sognato solo due decadi fa. Perché l’Ucraina, per quanto amputata della Crimea, sembra oggi orientarsi vieppiù verso Occidente, sottraendo un altro tassello alla già circoscritta sfera d’influenza russa. Perché, soprattutto, è su altre direttrici – quelle dell’Asia-Pacifico, appunto – che scorrono oggi le priorità strategiche statunitensi, in conseguenza del fitto reticolo di legami economici con la Cina, del sistema di alleanze e d’impegni che gli Usa hanno costruito nella regione, della centralità delle vie di comunicazione dell’area (quelle navali su tutte) e del tentativo di Pechino di mettere in discussione un’architettura di sicurezza regionale che continua a poggiare sulla centralità, e ancora una volta sul primato, degli Stati Uniti.

Obama ha annunciato l’attivazione di un modestissimo piano di aiuti agli apparati di sicurezza ucraini e, pur promettendo uno stanziamento straordinario per finanziare nuovi programmi di addestramento delle forze armate, ha deluso l’alleato polacco, che sperava in un aumento dell’impegno militare statunitense, in termini di uomini e di strutture. Perché le priorità statunitensi sono altre, la minaccia russa rimane circoscritta e l’Europa, ci piaccia o meno, non è più il centro geopolitico del mondo.

Il Messaggero/Il Mattino, 5 giugno 2014