Mario Del Pero

Ma l’Europa continua a non essere centrale per Obama

Era uno dei principali obiettivi di Obama dopo la sua elezione: migliorare i rapporti con la Russia e avviare una nuova fase di collaborazione tra i due paesi. O, come disse il vice-presidente Joe Biden, “premere il pulsante reset” nelle relazioni russo-statunitensi, dopo le difficoltà degli anni precedenti e le tensioni create dalla crisi georgiana dell’agosto 2008. Nelle intenzioni, questo “reset” avrebbe aiutato il riposizionamento strategico degli Usa verso il teatro dell’Asia-Pacifico. E avrebbe permesso di coinvolgere Mosca nella gestione di alcuni importanti dossier, quello del nucleare iraniano su tutti.

In una prima fase, l’amministrazione Obama s’impegnò fattivamente, abbandonando il progetto di difesa missilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca che tanto aveva irritato Mosca; ovvero mettendo da parte ulteriori piani di ampliamento a est dell’Alleanza Atlantica.

E però, questo riavvicinamento con la Russia si è arenato su scogli in ultimo insormontabili: l’opposizione di una parte importante del partito repubblicano e del mondo conservatore all’interno degli Stati Uniti; quella di alcuni importanti alleati, e nuovi membri della Nato, Polonia su tutti; dinamiche regionali poco controllabili, come si è ben visto in Ucraina; i comportamenti di Putin, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

Da più parti Obama è accusato oggi d’ingenuità. Di avere colpevolmente pensato che certe logiche geopolitiche fossero superate: che fosse possibile co-optare la Russia entro l’ordine internazionale liberale a egemonia statunitense e che la vecchia politica di potenza fosse finalmente giunta al capolinea. E si rimarca di conseguenza il forzoso “ritorno in Europa” (e alla geopolitica) degli Stati Uniti, evidenziato dalla ferma reazione sull’Ucraina e da quel che ne è conseguito, nei rapporti con la Russia e nella rinnovata collaborazione transatlantica. Un ritorno che evidenzierebbe la persistenza di un assunto, e un obiettivo, fondamentale della politica estera statunitense: evitare che sorgano condizioni che permettano a un singolo stato, in questo caso la Russia di Putin, di avere una posizione dominante sul continente europeo.

Si tratta, però, di analisi al meglio superficiali e al peggio errate. Perché è ingenuo, e invero sciocco, pensare che calcoli geopolitici non abbiano informato l’azione statunitense dal 2009 a oggi, condizionando le politiche europee di Washington. Perché gli Usa – con la Nato che si estende dal Mar Baltico alla Turchia (e che lentamente si amplia all’ex Jugoslavia) – hanno maturato in Europa una condizione geopolitica, e una capacità di proiezione di potenza conseguente, che avrebbero sognato solo due decadi fa. Perché l’Ucraina, per quanto amputata della Crimea, sembra oggi orientarsi vieppiù verso Occidente, sottraendo un altro tassello alla già circoscritta sfera d’influenza russa. Perché, soprattutto, è su altre direttrici – quelle dell’Asia-Pacifico, appunto – che scorrono oggi le priorità strategiche statunitensi, in conseguenza del fitto reticolo di legami economici con la Cina, del sistema di alleanze e d’impegni che gli Usa hanno costruito nella regione, della centralità delle vie di comunicazione dell’area (quelle navali su tutte) e del tentativo di Pechino di mettere in discussione un’architettura di sicurezza regionale che continua a poggiare sulla centralità, e ancora una volta sul primato, degli Stati Uniti.

Obama ha annunciato l’attivazione di un modestissimo piano di aiuti agli apparati di sicurezza ucraini e, pur promettendo uno stanziamento straordinario per finanziare nuovi programmi di addestramento delle forze armate, ha deluso l’alleato polacco, che sperava in un aumento dell’impegno militare statunitense, in termini di uomini e di strutture. Perché le priorità statunitensi sono altre, la minaccia russa rimane circoscritta e l’Europa, ci piaccia o meno, non è più il centro geopolitico del mondo.

Il Messaggero/Il Mattino, 5 giugno 2014

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