Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2014

Gli Usa e la “relazione speciale” con Israele

Tra deboli tentativi di mediazione diplomatica e tregue fragili si consuma l’ennesimo, drammatico capitolo del conflitto arabo-israeliano. L’operazione promossa dalle forze armate d’Israele nella striscia di Gaza risponde a diversi obiettivi. Serve a soddisfare le pressioni dell’opinione pubblica e di settori importanti del mondo politico israeliano, che chiedono di punire Hamas. Intende indebolire militarmente l’avversario, eliminandone la rete infrastrutturale (nella fattispecie il famoso reticolo di tunnel) e parte dell’arsenale di cui esso dispone. Forse, e paradossalmente, vuole rafforzare politicamente la stessa Hamas che per diverse ragioni costituisce l’interlocutore preferito di alcuni settori dell’attuale governo di Tel Aviv.

L’operazione poggia sul dispiegamento, massiccio e preponderante, della forza. Israele fa cioè leva su un’asimmetria di potenza che è andata consolidandosi negli anni e che costituisce la sua principale risorsa. Gli effetti, ovviamente, sono misurabili nella efficacia distruttiva dell’azione israeliana, il cui primo, terribile indicatore è costituito dall’elevatissimo numero di vittime palestinesi, molte delle quali civili. Una delle principali conseguenze è l’ostilità crescente, e in talune manifestazioni estrema, verso Israele di una maggioranza dell’opinione pubblica internazionale, inclusa quella europea. Di ciò lo stato ebraico, o almeno la sua attuale leadership, sembra curarsi poco. Ritiene, Israele, che la storia offra lezioni precise e inequivoche: che la sua sicurezza, invero la sua stessa sopravvivenza, sia dipesa (e dipenda) dal mantenimento di questa asimmetria di potenza e dalla disponibilità a farne uso ogni qualvolta lo si ritenga necessario. E non considera, Tel Aviv, alcun altro interlocutore che non siano gli Stati Uniti, men che meno quell’Europa attraversata da pregiudizi anti-israeliani e non di rado da veri e propri rigurgiti antisemiti.

L’unico soggetto esterno che può condizionare le scelte e i comportamenti d’Israele sarebbero quindi gli Usa, dai quali lo stato ebraico dipende militarmente. L’amministrazione Obama ha però evitato finora di sfruttare tale dipendenza per costringere Israele a fermare l’operazione e, più in generale, ad accettare una ripresa seria dei negoziati di pace. Come si spiega l’inazione statunitense? Quali sono le ragioni dello scarto tra la capacità potenziale e quella effettiva di condizionamento americano delle scelte d’Israele?

Almeno tre risposte possono essere offerte. La prima si lega a dinamiche più generali dell’azione internazionale di Washington e alla decrescente rilevanza geopolitica attribuita al teatro mediorientale. Un Medio Oriente meno importante per gli Stati Uniti, non ultimo per la ridotta dipendenza dalle sue fonti energetiche, è un Medio Oriente nel quale s’investe meno capitale politico, ché le priorità oggi sono altre. La seconda ragione ha a che fare con il processo storico che negli anni ha trasformato il rapporto tra Usa e Israele in una relazione “speciale” e per certi aspetti unica. Nella narrazione dominante negli Stati Uniti, e non solo nel mondo conservatore, Israele rappresenta un avamposto dell’Occidente democratico: una sua cittadella assediata e in perenne pericolo. A questa narrazione hanno contribuito con efficacia alcune influenti organizzazioni filo-israeliane operanti negli Usa. Non vi è nulla di scandaloso in tutto ciò: la storia della democrazia americana e della sua politica estera è scandita dall’operato, spesso assai efficace, di quelle che impropriamente vengono chiamate “lobby etniche”. Negli Usa di oggi, le lobby filo-israeliane hanno rivelato una straordinaria capacità di condizionare il dibattito pubblico e politico, come ha scoperto ben presto lo stesso Obama. Di condizionarlo e, talora, di congelarlo. Impedendo così all’unica potenza in grado di farlo di esercitare quelle pressioni su un alleato, Israele, che rimane comunque minore e che oggi sarebbero quantomai necessarie.

Il Giornale di Brescia, 28 luglio 2014

Obama e le “verità indiscutibili”

L’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airline potrebbe rappresentare un momento di svolta cruciale nel conflitto ucraino. Tra le variabili che ne hanno finora condizionato l’evoluzione vi è stata anche la diversità di posizioni tra Europa e Stati Uniti ovvero l’indisponibilità della prima ad appoggiare pienamente la linea della fermezza e dell’intransigenza patrocinata dai secondi. Nel mancato raggiungimento di una piena coesione transatlantica, e di una conseguente linea politica coerente e unitaria, hanno pesato e pesano i diversi interessi delle due parti, misurabili in termini d’interazione commerciale, d’investimenti e di dipendenza energetica. Ma hanno pesato altresì le diverse reazioni delle opinioni pubbliche delle due parti – americana ed europea – influenzate da retaggi storici e sensibilità divergenti, come si è ben visto nella discussione sul peso della destra estrema in Ucraina, sottolineato ripetutamente nel dibattito avvenuto in Europa e costantemente minimizzato invece negli Stati Uniti.

Ora ci si trova chiaramente a un bivio. Se davvero l’aereo è stato abbattuto dai ribelli filo-russi, il gesto compiuto e la sconcertante operazione di ostruzionismo montata dai ribelli e dallo stesso Putin sono inevitabilmente destinati a generare una reazione che metterà la Russia in un angolo e renderà più ardua la posizione di quei paesi europei, inclusa l’Italia, che hanno assunto una linea moderata (e secondo taluni accomodante) nei confronti di Mosca.

Su questo sembra scommettere oggi Obama. Che si è esposto in modo crescente nel criticare la Russia. E che ha accusato i separatisti filo-russi di nascondere la verità con un atteggiamento che, ha detto il presidente, porrebbe Mosca fuori dalla “comunità di nazioni”. Sa, Obama, che un dramma come quello del boeing malesiano offre un’opportunità politica. E sa che in situazioni come queste è importante, finanche decisivo, “fissare” rapidamente una prima verità che poi spetterà alla controparte contestare e negare. Questa battaglia per la verità non è fine a se stessa, ma serve proprio per conquistare quelle opinioni pubbliche che costituiscono da sempre uno degli oggetti del contendere negli scontri di potenza qual è, a modo proprio, quello attuale tra Stati Uniti e Russia. Perché sono anche le opinioni pubbliche a muovere le decisioni dei governi e delle stesse istituzioni internazionali; e che potrebbero oggi spingere i principali alleati di Washington, a cominciare ovviamente da quello tedesco, ad abbandonare le remore residue e a seguire gli Stati Uniti nell’azione di punizione della Russia. Accanto al fronte internazionale, spesso lo dimentichiamo, vi è però sempre anche quello nazionale. Quando il leader degli Usa parla e agisce lo fa sempre di fronte a due pubblici, uno interno e uno esterno, con l’obiettivo di convincerli entrambi e costruire il doppio, indispensabile consenso a qualsiasi iniziativa di politica estera. Conciliare questi due consensi è stato spesso problematico e l’Ucraina non ha fatto eccezione. Negli Stati Uniti, Obama è stato accusato, dai suoi avversari repubblicani ma anche da alcuni democratici, di aver agito con insufficiente fermezza e di aver permesso a Putin di dettare tempi e dinamiche della crisi ucraina. La sua reazione all’abbattimento dell’aereo malesiano risponde anche alla necessità di difendersi da queste accuse. Ora si tratta non solo di dimostrare la colpevolezza dei filo-russi – di fissare cioè un’“indiscutibile verità” – ma di farlo anche in tempi rapidi per massimizzare l’effetto politico di una tragedia spiegabile probabilmente solo con le nebbie di una guerra che, come tante altre guerre, acceca la ragione e confonde le parti.

Il Messaggero, 22 luglio 2014

 

 

 

 

L’ America assente scommette sull’Iran

Nei molteplici fronti di crisi che divampano in Medio Oriente spiccano più che mai la passività e l’inazione degli Stati Uniti. L’incapacità di quello che in teoria rimane il soggetto egemone del sistema internazionale di intervenire per sanare tali crisi o quantomeno ripristinare un minimo di ordine e stabilità. Una debolezza, quella degli Usa, che stride con il frenetico attivismo dispiegato in Medio Oriente dal segretario di Stato, John Kerry. Al quale i diversi soggetti regionali hanno risposto con freddezza e, talora, malcelato scherno, inclusi i tradizionali alleati di Washington nella regione, a partire dall’Egitto o dall’Arabia saudita, o addirittura leader che devono agli Stati Uniti la loro stessa esistenza, come Nouri al-Maliki in Iraq o Hamid Karzai in Afghanistan. La riconoscenza non è delle relazioni internazionali, ma la forza sì; colpisce, dunque, che gli Usa non siano in grado d’imporre le proprie posizioni e che essi vengano anzi apertamente sfidati anche da chi dipende da loro, in termini di aiuti economici e protezione militare.

E però non è solo la debolezza degli Stati Uniti a spiegare la poca incisività della loro azione in Medio Oriente. Ovvero quella limitata incisività origina da una pluralità di fattori che non stanno necessariamente a indicare un’assenza di politica o una dolosa inettitudine dell’amministrazione Obama. Nelle crisi mediorientali si manifesta in primo luogo l’effetto di rimescolamenti geopolitici ai quali hanno contribuito, e contribuiscono, gli Stati Uniti stessi; la partita cruciale, che sottostà a molte delle altre, è quella rappresentata dal negoziato con l’Iran, che non si limita ovviamente alla questione nucleare e che si pone l’obiettivo di coinvolgere progressivamente Teheran nella gestione dell’ordine regionale. Un successo in tal senso sconvolgerebbe le dinamiche mediorientali, come ben sembra aver compreso l’alleato saudita. E costituirebbe per Obama un successo diplomatico straordinario. Prove di collaborazione tra Iran e Stati Uniti si sono già intraviste nella recente crisi irachena, anche se la strada è ovviamente lunga e gli avversari di una distensione assai agguerriti, in Medio Oriente e ancor più all’interno dei due paesi. E questo ci porta a un secondo fattore di condizionamento dell’azione statunitense: quello interno. Che sulle questioni mediorientali, in particolare il conflitto israelo-palestinese, incide moltissimo come ben vediamo in questi giorni e come ha avuto occasione di scoprire Kerry nel suo fallimentare tentativo di rilanciare il processo di pace. Senza cadere nelle fantasie complottistiche di chi vede lobby filo-israeliane tirare le fila della politica mediorientale di Washington, è evidente però che la questione della difesa d’Israele sia ormai diventata quasi una issue di politica interna per gli Stati Uniti e che ciò limiti, e finanche paralizzi, la capacità degli Usa di mediare nella disputa o anche solo d’influenzare un alleato, Israele, che dagli aiuti militari statunitensi dipende. Per farlo sarebbe inoltre necessario un appoggio a una politica interventista e d’ingerenza che oggi invece manca completamente negli Stati Uniti. E’ questo il terzo fattore da tenere in considerazione. In pochi anni la regione mediorientale è divenuta meno centrale per gli Usa e per la loro opinione pubblica. Pesano, in tal senso, gli errori compiuti dopo l’11 settembre e l’indisponibilità degli americani a immaginare un nuovo dispiego di uomini e mezzi in Medio Oriente. E pesa altresì una trasformazione delle politiche energetiche che in pochi anni ha quasi affrancato gli Stati Uniti dalla loro dipendenza nei confronti del petrolio arabo e ha grandemente ridotto, di conseguenza, la rilevanza geopolitica della regione. Ecco perché l’ (in)azione degli Stati Uniti in Medio Oriente non riflette solamente una più generale fragilità della loro politica estera, ma consegue anche al profondo ripensamento delle sue direttrici di fondo.

Messaggero, 16 luglio 2014

 

Spie a Berlino

Si sospettava fornisse informazioni ai russi, il funzionario di “medio livello” dei servizi d’intelligence tedeschi – nome in codice Marcus R. – arrestato qualche giorno fa. E invece si è scoperto che la sua attività di spia aveva come primo committente il più importante alleato della Germania, gli Stati Uniti, ai quali Marcus R. avrebbe passato più di 200 documenti segreti. La risposta del governo tedesco non si è fatta attendere. Con una decisione che ha pochi precedenti nella storia, il capo stazione della CIA a Berlino è stato espulso dal paese. “Non siamo più all’epoca della Guerra Fredda”, ha dichiarato Angela Merkel, “quando tutti sospettavano di tutti”.

Frase di circostanza, quella della Merkel. E decisamente non vera. L’attività di spionaggio non ha mai risparmiato amici ed alleati: prima, durante e dopo la Guerra Fredda. I servizi d’intelligence non fanno distinzioni quando si tratta di raccogliere informazioni ritenute utili. E ancor meno ne fanno le spie, siano esse mosse da motivazioni politiche e ideologiche o da incentivi economici, come nel caso di Marcus R. che, stando alle ultime rivelazioni giornalistiche, avrebbe ricevuto dagli Usa 34mila dollari per i suoi servigi.

Cosa ci dice però questa vicenda rispetto ai rapporti tra Germania e Stati Uniti oggi? Perché la Merkel ha optato per una risposta così eclatante? Cosa spinge oggi i servizi d’intelligence statunitensi, che pur collaborano intensamente con quelli tedeschi, a promuovere simili operazioni di spionaggio?

Varie risposte possono essere offerte. Innanzitutto, e se mai fosse stata necessaria un’ulteriore conferma, la vicenda è indicativa dell’accresciuto peso politico e diplomatico della Germania. Che si permette di rispondere con fermezza a quello che è non solo il suo alleato maggiore, ma anche il garante primario della sua sicurezza. Nel farlo, la Germania afferma con forza il suo ruolo guida in Europa. La valenza simbolica della reazione tedesca emerge con chiarezza laddove la si contestualizzi e colleghi allo scandalo delle intercettazioni illegali della National Security Agency emerso un anno fa in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, che tanta irritazione avevano suscitato tra i leader e le opinioni pubbliche europee (tra i telefonini sotto controllo, si seppe allora, vi era anche quello di Angela Merkel). Rispetto a quello scandalo, l’amministrazione Obama sembra avere fatto molto poco e forte è il sospetto che l’azione della NSA non sia cessata. Fare la voce grossa sul caso di Marcus R. serve quindi a dare un messaggio forte: agli Usa, certamente, ma anche ai propri alleati e alle opinioni pubbliche tanto interna quanto europea. Serve cioè per dire che il paese leader della UE si assume il compito di fronteggiare gli Usa  e di essere addirittura pronto a scontrarsi con Washington laddove ciò si rivelasse necessario. Vi è, infine, un ultimo fattore, legato a dinamiche più contingenti e alla crisi ucraina, da tenere in considerazione. La scoperta di Marcus R. origina nel contesto di un’azione dei servizi tedeschi finalizzata a scoprire eventuali operazioni di spionaggio russe. Nasce, cioè, dentro le dinamiche innescate da quanto accadeva in Ucraina e dal complesso gioco diplomatico che ne è scaturito. Un gioco, questo, in larga misura triangolare: russo-statunitense-europeo (ossia tedesco). Marcus R. cercava di muoversi dentro questo triangolo, offrendo informazioni riservate tanto a Mosca quanto a Washington. Certo, non di triangolo equilatero si trattava (e si tratta): pur nella diversità d’interessi e di posizioni, Usa e Germania sono assai più vicini tra loro di quanto non siano alla Russia. Il vecchio cemento atlantico della Guerra Fredda è però assai meno efficace che in passato. E se gli alleati li si spiava già allora, oggi, evidentemente, esistono molte più ragioni per farlo.

Il Giornale di Brescia, 15 luglio 2014

 

Obama e il califfato del Levante

Come si spiega la passività degli Stati Uniti di fronte all’offensiva che ha portato le nuove forze del fondamentalismo sunnita – il califfato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS, nell’acronimo inglese in uso) – a conquistare importanti città irachene e a minacciare la stessa Baghdad? Sono legittime le critiche che da più parti vengono oggi mosse all’amministrazione americana? Infine, quanto sta avvenendo in Iraq e in Siria è davvero un altro esempio del graduale indebolimento della potenza statunitense e della decrescente capacità degli Usa di dominare la scena internazionale e, nella fattispecie, quella mediorientale?

Le risposte che si possono dare a queste domande ci mostrano un quadro più sfumato e complesso di quello denunciato dai tanti critici di Obama. Ma ci rivelano altresì i limiti di una campagna globale contro il terrorismo – quella in cui gli Usa sono impegnati da ormai quasi tredici anni – che ha finito per produrre e mobilitare più terroristi di quanti non ne abbia eliminati e catturati, a dispetto dei successi (su tutti l’eliminazione di Bin Laden), dei proclami e della spregiudicata e intensa campagna di assassini mirati promossa dall’attuale amministrazione.

Si evidenzia, nell’inazione statunitense, un senso di frustrazione e impotenza verso problemi, e interlocutori, che appaiono sempre meno gestibili. Non è una novità questa: la storia dell’azione internazionale degli Stati Uniti è segnata da rapporti con partner riottosi, spregiudicati e talora intrattabili. Partner comunque mossi da priorità proprie, capaci di esercitare con efficacia la “tirannia del debole”, soprattutto quando la posta in palio per l’alleato maggiore, gli Stati Uniti appunto, era tale da indurlo a concessioni e compromessi. Lo vediamo bene oggi in Medio Oriente e in Iraq, dove gli interlocutori locali di Washington – siano essi il governo egiziano, quello iracheno o quello israeliano – fanno orecchie da mercante alle proposte e alle richieste di Washington e dove il frenetico attivismo del segretario di Stato Kerry produce pochi o nulli risultati, e viene accolto con malcelata sufficienza se non addirittura scherno.

Anche perché esso sembra costituire un attivismo di circostanza: una cosmesi diplomatica finalizzata a occultare il decrescente peso geopolitico del Medio Oriente nell’equazione che definisce l’interesse nazionale degli Stati Uniti. E’ questo il secondo fattore da considerare: per gli Usa il Medio Oriente è oggi meno importante, molto meno importante, di quanto non fosse solo pochi anni fa. Perché le priorità statunitensi sono orientate verso l’Asia e il Pacifico, dove più profonde sono le interdipendenze economiche che coinvolgono gli Usa e maggiore, con l’ascesa cinese, la minaccia all’egemonia globale degli Usa; perché la maturata autosufficienza energetica ha emancipato gli Stati Uniti dal vincolo principale che li legava al teatro mediorientale; perché, per quanto terribile nelle sue conseguenze, la situazione di stallo e guerra civile intra-islamica cui si assiste oggi in Iraq e Siria non è necessariamente svantaggiosa per gli Stati Uniti.

Essa infatti garantisce un equilibrio che paradossalmente facilita quel disimpegno sollecitato con forza dall’opinione pubblica del paese, stanca di guerre inconcludenti e contraria a nuovi interventi militari. La variabile politica interna, alla quale Obama si è sempre mostrato molto sensibile, rappresenta infatti il terzo elemento che concorre a spiegare l’atteggiamento, ovvero la passività, di Washington. Al quale ne va infine aggiunto un ultimo, centrale e spesso sottaciuto: il negoziato con l’Iran e le sue possibili implicazioni. Un Iran con il quale gli Usa condividono oggi diversi interessi e obiettivi. Un Iran la cui influenza regionale è di molto aumentata, anche in conseguenza degli errori compiuti dagli Usa e del deterioramento dei loro rapporti con il principale alleato, l’Arabia Saudita. E un Iran che, per l’ennesimo paradosso della storia, potrebbe tornare ad assumere il ruolo geopolitico svolto prima della rivoluzione teocratica: quello di garante di un ordine regionale che gli Usa, sempre più disattenti e disinteressati, non possono né vogliono più svolgere.

Il Giornale di Brescia, 1 luglio 2014