Mario Del Pero

Spie a Berlino

Si sospettava fornisse informazioni ai russi, il funzionario di “medio livello” dei servizi d’intelligence tedeschi – nome in codice Marcus R. – arrestato qualche giorno fa. E invece si è scoperto che la sua attività di spia aveva come primo committente il più importante alleato della Germania, gli Stati Uniti, ai quali Marcus R. avrebbe passato più di 200 documenti segreti. La risposta del governo tedesco non si è fatta attendere. Con una decisione che ha pochi precedenti nella storia, il capo stazione della CIA a Berlino è stato espulso dal paese. “Non siamo più all’epoca della Guerra Fredda”, ha dichiarato Angela Merkel, “quando tutti sospettavano di tutti”.

Frase di circostanza, quella della Merkel. E decisamente non vera. L’attività di spionaggio non ha mai risparmiato amici ed alleati: prima, durante e dopo la Guerra Fredda. I servizi d’intelligence non fanno distinzioni quando si tratta di raccogliere informazioni ritenute utili. E ancor meno ne fanno le spie, siano esse mosse da motivazioni politiche e ideologiche o da incentivi economici, come nel caso di Marcus R. che, stando alle ultime rivelazioni giornalistiche, avrebbe ricevuto dagli Usa 34mila dollari per i suoi servigi.

Cosa ci dice però questa vicenda rispetto ai rapporti tra Germania e Stati Uniti oggi? Perché la Merkel ha optato per una risposta così eclatante? Cosa spinge oggi i servizi d’intelligence statunitensi, che pur collaborano intensamente con quelli tedeschi, a promuovere simili operazioni di spionaggio?

Varie risposte possono essere offerte. Innanzitutto, e se mai fosse stata necessaria un’ulteriore conferma, la vicenda è indicativa dell’accresciuto peso politico e diplomatico della Germania. Che si permette di rispondere con fermezza a quello che è non solo il suo alleato maggiore, ma anche il garante primario della sua sicurezza. Nel farlo, la Germania afferma con forza il suo ruolo guida in Europa. La valenza simbolica della reazione tedesca emerge con chiarezza laddove la si contestualizzi e colleghi allo scandalo delle intercettazioni illegali della National Security Agency emerso un anno fa in seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, che tanta irritazione avevano suscitato tra i leader e le opinioni pubbliche europee (tra i telefonini sotto controllo, si seppe allora, vi era anche quello di Angela Merkel). Rispetto a quello scandalo, l’amministrazione Obama sembra avere fatto molto poco e forte è il sospetto che l’azione della NSA non sia cessata. Fare la voce grossa sul caso di Marcus R. serve quindi a dare un messaggio forte: agli Usa, certamente, ma anche ai propri alleati e alle opinioni pubbliche tanto interna quanto europea. Serve cioè per dire che il paese leader della UE si assume il compito di fronteggiare gli Usa  e di essere addirittura pronto a scontrarsi con Washington laddove ciò si rivelasse necessario. Vi è, infine, un ultimo fattore, legato a dinamiche più contingenti e alla crisi ucraina, da tenere in considerazione. La scoperta di Marcus R. origina nel contesto di un’azione dei servizi tedeschi finalizzata a scoprire eventuali operazioni di spionaggio russe. Nasce, cioè, dentro le dinamiche innescate da quanto accadeva in Ucraina e dal complesso gioco diplomatico che ne è scaturito. Un gioco, questo, in larga misura triangolare: russo-statunitense-europeo (ossia tedesco). Marcus R. cercava di muoversi dentro questo triangolo, offrendo informazioni riservate tanto a Mosca quanto a Washington. Certo, non di triangolo equilatero si trattava (e si tratta): pur nella diversità d’interessi e di posizioni, Usa e Germania sono assai più vicini tra loro di quanto non siano alla Russia. Il vecchio cemento atlantico della Guerra Fredda è però assai meno efficace che in passato. E se gli alleati li si spiava già allora, oggi, evidentemente, esistono molte più ragioni per farlo.

Il Giornale di Brescia, 15 luglio 2014

 

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