Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2014

Violenza e razza a Ferguson, Missouri

La linea del colore, la frattura razziale, rimane una delle grandi ferite che lacerano la società statunitense. È questa la lezione principale, semplice ma drammatica, di quanto sta avvenendo da giorni a Ferguson, Missouri, dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di un giovane afro-americano disarmato e l’ondata di proteste e disordini che ne è conseguita. L’America rimane divisa; ovvero rimangono divise le sue grandi aree metropolitane, dove si concentra una parte preponderante della popolazione di colore (che è, su scala nazionale, circa il 13% di quella complessiva). Concentrata a lungo nel cuore urbano, questa popolazione nera è stata poi spesso espulsa verso le aree suburbane, come appunto Ferguson, uno dei tanti sobborghi di St. Louis. Qui la trasformazione è stata repentina e radicale: in 20 anni, la popolazione bianca è scesa dal 74 al 29%; quella nera è cresciuta dal 25 al 69%. Una svolta evidentemente troppo rapida per essere gestita e metabolizzata: è calato, di molto, il reddito medio dei suoi abitanti; diminuita di conseguenza la ricchezza tassabile, attraverso cui finanziare i servizi indispensabili; non si sono attivati processi virtuosi di attivismo civico e politico, capaci d’integrare e rappresentare la nuova popolazione di Ferguson. I neri sono quasi il 70% dei residenti, ma bianchi sono il sindaco, 5 dei 6 consiglieri comunali, tutti i rappresentanti degli influentissimi consigli scolastici, 50 dei 53 poliziotti in servizio nella municipalità. Ferguson non è – per reddito e criminalità – un ghetto nero. Ma è una città impoverita, dove debole è la rappresentatività delle istituzioni e dove la discriminazione razziale è forte e marcata (il 90% degli arresti e, soprattutto, delle multe con cui la città in parte si finanzia avvengono ai danni dei cittadini di colore).

Ed è una delle tante cittadine d’America dove lo iato tra residenti e istituzioni si è fatto particolarmente ampio. Agisce, è chiaro, quella collusione tra politica e polizia a cui contribuisce proprio la loro bassa rappresentatività razziale. Ma agisce un altro fattore, che lega Ferguson a dinamiche e processi più generali che hanno segnato la storia americana recente: l’affermazione cioè di una visione unilaterale della sicurezza e la conseguente, inarrestabile militarizzazione delle forze dell’ordine. Un apposito programma del dipartimento della Difesa prevede il trasferimento di mezzi e materiali militari dismessi alle polizie locali. L’intenzione è di massimizzare le economie di scala, riutilizzando strumenti assai costosi, e di aiutare le forze di polizia in operazioni contro il terrorismo o il traffico di stupefacenti. La conseguenza – da tempo denunciata da molte associazioni per i diritti civili – è di aver trasformato la polizia locale, composta spesso da persone insufficientemente addestrate e preparate, in apparati quasi paramilitari. Al posto di poliziotti di quartiere, capaci di dialogare e interagire con la popolazione, si hanno ora surrogati di forze speciali, che agiscono a Ferguson quasi come fossero in Irak. Che non di rado sparano prima di pensare; che esasperano le tensioni invece di ricomporle, obbligando poi il potere federale e quello statale a intervenire. Come Obama e il suo ministro della giustizia Eric Holder stanno ora facendo, nella consapevolezza che il connubio tra violenza e questione razziale è una miccia che da Ferguson si può facilmente estendere al resto del paese.

Vecchie e nuove realtà dei disordini di Ferguson

Da Ferguson, Missouri, ci giungono immagini antiche e per certi aspetti familiari. La storia americana del XX secolo è scandita dai tanti disordini urbani che ne hanno devastato quartieri e città. Disordini spesso originati da violenze perpetrate dalle forze di polizia contro qualche cittadino nero, si pensi solo al terribile pestaggio di Rodney King da cui originò l’ultimo grande riot urbano, quello di Los Angeles nel 1992. E disordini quindi marcati frequentemente da una precisa matrice razziale.

Anche perché le città americane, come la loro cinta suburbana, riflettono plasticamente nella loro composizione  quella divisione di razza che taglia ancor oggi il paese e che nelle grandi aree metropolitane – ove è maggiormente concentrata la popolazione di colore – si manifesta con più nettezza. Le grandi conquiste del movimento per i diritti civili sono infatti riuscite solo in parte a scalfire una segregazione urbana, nella quale i quartieri e ghetti neri risultano quasi invariabilmente più poveri e violenti degli altri pezzi di città.

Vi sono, quindi, elementi antichi e già visti negli scontri di Ferguson. Vi è una frattura razziale che esaspera la situazione e delegittima, a monte, istituzioni locali e forze dell’ordine non rappresentative degli equilibri della cittadina del Missouri. La popolazione di Ferguson è per i 2/3 nera, ma dei 53 membri del locale distretto di polizia solamente tre sono di colore; in virtù della bassa partecipazione elettorale, il sindaco è bianco come bianchi sono 5 dei 6 consiglieri comunali; negli importantissimi, e influenti, consigli scolastici non siede un afro-americano. Tutto ciò riflette, ed esaspera, squilibri sociali particolarmente marcati, acuitisi negli ultimi anni quando Ferguson da sobborgo bianco è diventato sobborgo a maggioranza afroamericana (nel censimento del 1990, il 74% della popolazione di Ferguson era bianco e appena il 25% nero; oggi il 67% è di colore e appena il 29% bianco). Il reddito medio pro-capite a Ferguson è di circa 21mila dollari, contro una media nazionale di 48mila dollari. Il 22% della popolazione del sobborgo di St. Louis vive sotto la soglia della povertà (si pensi che un altro sobborgo della stessa città, a larga maggioranza bianca, come Ladue ha un reddito medio pro capite di 88mila dollari). Questa stretta interdipendenza tra fratture razziali, quasi-segregazione urbana e squilibri sociali lega Ferguson a tante vicende simili del passato. Come la legano la violenza dispiegata dalle forze di polizia locali, la loro collusione con le istituzioni locali e lo sforzo, prima del potere statale e poi di quello federale, d’intervenire, per garantire l’ordine e promuovere le necessarie indagini, ma anche per dare un preciso segnale politico, con l’obiettivo di riportare la calma.

E però Ferguson rivela anche una serie di particolarità che impediscono di farne un paradigma inequivoco e mostrano, altresì, i limiti delle importanti conquiste in materia di diritti civili così come della svolta che si sperava fosse avvenuta con l’elezione del primo presidente afro-americano nel 2008. Innanzitutto, Ferguson non è – per reddito e reati – un ghetto nero. Non lo è in termini assoluti e soprattutto relativi: se confrontato cioè con sobborghi comparabili di altre città e della stessa St. Louis, dove i due indicatori – povertà e violenza – sono spesso ben peggiori. È però un quartiere che è stato investito da rapidi, e radicali, cambiamenti e che ha sofferto – come tante altre aree urbane d’America – di un pesante sottofinanziamento, dovuto alla riduzione delle tasse e alla diminuzione del reddito medio dei suoi residenti, e quindi della base imponibile con cui finanziare servizi indispensabili (a cui si aggiunge la concomitante erosione delle donazioni private, che tanta importanza rivestono negli Usa). Come si finanzia quindi una cittadina quale Ferguson? Per un quarto del suo bilancio con multe (percentuale che sale a un astronomico 50% per alcune aree limitrofe). Una forma di tassazione indiretta e regressiva, questa, che colpisce in modo sproporzionato la popolazione nera: nel 2013 circa il 90% delle multe e degli arresti avvenuti a Ferguson sono stati nei confronti di afro-americani, anche se essi costituiscono appunto solo il 67% dei residenti. E questo ci porta al secondo elemento: l’operato delle forze di polizia. Incapaci, come si è visto, di incorporare ed esprimere al proprio interno i mutati equilibri razziali della città. E soggette nell’ultimo decennio a un inarrestabile processo di militarizzazione, a Ferguson come in gran parte del paese. Quella “polizia di quartiere” capace d’interagire e dialogare con la popolazione è stata progressivamente sostituita da apparati quasi-paramilitari, che da legge ricevono gratuitamente i materiali dismessi delle forze armate e che agiscono quasi come se si trovassero a Baghdad. Esasperando incomprensione, alimentando diffidenza, ricorrendo con troppa facilità alla violenza. Come vediamo ormai da giorni a Ferguson, Missouri.

Vecchie e nuove realtà dei disordini di FergusonDa Ferguson, Missouri, ci giungono

 

 

Il Mattino, 20 agosto 2014

L’America senza una grand strategy

In una lunga intervista per la rivista “The Atlantic”, Hillary Clinton non ha risparmiato critiche alla politica estera di Barack Obama. La Clinton ha esplicitamente collegato i successi delle milizie dello Stato Islamico dell’Irak e del Levante (ISIS) alla passività degli Usa nella guerra civile siriana e alla decisione di non appoggiare, e armare, le forze dell’opposizione al regime di Assad. Soprattutto, l’ex segretario di Stato ha messo in discussione la filosofia di fondo, a suo dire minimalista e appunto passiva, della politica estera obamiana. Il cui credo sarebbe incapsulato nella famosa affermazione del Presidente secondo il quale l’obiettivo fondamentale dell’azione internazionale degli Stati Uniti si debba oggi ridurre al “non fare stupidate” (don’t do stupid stuff). Hillary Clinton è stata a dir poco aspra su tale punto”: “le grandi nazioni”, ha affermato la Clinton, “hanno bisogno di principi generali e ‘il non-fare stupidate’ di certo non lo è”.

Implicita, nella critica clintoniana, è la convinzione che la politica estera statunitense manchi di una necessaria grand strategy: di una visione articolata, sofisticata e onnicomprensiva, che individui gli interessi nazionali del paese, prenda il globo come unità di analisi e costruisca un’azione politica conseguente.

Piace molto, a studiosi ed esperti di relazioni internazionali, discettare di grand strategy. Denunciare quelli statisti e politici che ne sono stati sprovvisti; celebrare chi, nella storia, ne ha avuto una e ha agito sulla scorta di essa. Quella storia rivela in realtà come spesso queste grand strategy siano stato poco più di artifizi retorici: visioni del mondo ad alto e irrealistico contenuto ideologico, non di rado funzionali, nella loro proiezione pubblica, alla costruzione del consenso. L’azione politica quotidiana è stata invece spesso reattiva se non addirittura emergenziale, in risposta a problemi inattesi, condizionata da pressioni politiche e ispirata non di rado proprio alla massima obamiana: all’evitare di “fare stupidate”, come intervenire militarmente in Iraq o in Vietnam.

Questo pragmatismo al ribasso si afferma soprattutto in periodi di risorse decrescenti – in termini di mezzi e capitale politico – come quello attuale. E spiega, quindi, la cautela e finanche l’inazione dell’amministrazione Obama in alcune crisi recenti, in particolare quella in Irak-Siria e a Gaza (meno in Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno agito con una certa fermezza). Si tratta di un pragmatismo che ben si accorda con l’Obama moderato, centrista e professorale: leader di suo poco coraggioso o incline al rischio. Non basta però la filosofia obamiana – la sua scarsa propensione verso le visionarie grand strategy – a spiegare l’atteggiamento dell’amministrazione Usa negli odierni teatri di crisi. Per quanto sottaciute, pesano, infatti, anche precise considerazioni politiche e geopolitiche. Nel caso dell’Ucraina, le pressioni dell’opinione pubblica, orientata in chiaro senso anti-russo, e l’auspicio di sottrarre a Mosca un ulteriore tassello della sua sfera d’influenza in Europa orientale sono almeno in parte bilanciate dalla crescente marginalità geopolitica del continente europeo, ormai subordinato al teatro dell’Asia-Pacifico, in termini d’interessi economici e impegno strategico. Questo doppio condizionamento, politico e geopolitico, è ancor più visibile in Medio Oriente. La relazione e il legame speciale con Israele e il peso di gruppo filo-israeliani negli Usa condizionano in modo rilevante l’atteggiamento degli Stati Uniti rispetto alla questione israelo-palestinese, come si è ben visto nell’ultima crisi su Gaza. La decrescente centralità del teatro mediorientale – conseguenza anche del graduale affrancamento degli Stati Uniti dalle risorse petrolifere regionali – e l’indisponibilità dell’opinione pubblica americana a sostenere nuovi interventi militari spiegano a loro volta l’inazione di Washington o la limitatezza d’interventi come quello in corso in Irak.

Il tiro all’Obama e alla sua politica estera sembra essere sport assai popolare oggi, negli Usa e non solo. Vi sono però solide ragioni dietro alle scelte (e alle non-scelte) recenti degli Stati Uniti. E a dispetto di quel che crede Hillary Clinton, il “non fare stupidate” rimane assioma di politica estera dalla tradizione assai solida e dalla validità senza tempo.

Una sconfitta per Obama?

Una sconfitta per Obama?

 

Obama ha infine ceduto. Nella mattinata di ieri gli F/A-18 statunitensi sono entrati in azione per colpire l’artiglieria dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che assediava Irbin, la principale città curda in Irak. Un’azione per ora ancora limitata e accompagnata da un’intensificazione dell’operazione umanitaria finalizzata a fornire acqua e generi di prima necessità alle popolazioni in fuga dall’avanzata delle milizie dell’ISIS. Ma comunque una svolta importante, che smentisce la linea seguita fino ad ora dagli Stati Uniti.

Perché questo cambiamento di rotta  e quali sono le ragioni che hanno indotto gli Usa ad attendere così a lungo?

Obama, è chiaro, ha cercato a tutti i costi di evitare un nuovo coinvolgimento nel teatro iracheno. Considerava l’uscita dall’Irak uno dei suoi maggiori successi di politica estera oltre che la risposta obbligata a quelle sollecitazioni dell’opinione pubblica statunitense che tanto avevano contribuito a portarlo alla Casa Bianca. E sapeva, il Presidente, che una maggioranza degli americani era, ed è, contraria a qualsiasi partecipazione delle forze armate statunitensi in un nuovo conflitto iracheno (stando all’ultimo sondaggio Gallup, il 61% degli intervistati approva ancor oggi la decisione di ritirare tutte le truppe statunitensi nel 2011, mentre il 34% la ritiene errata; la percentuale sale addirittura all’87% tra gli elettori registrati come democratici). Accanto a questa motivazione interna ha agito un convincimento diffuso tra il presidente e i suo consiglieri, una lezione della storia che il decennio precedente sembrava avere confermato: l’idea, cioè, che qualsiasi intervento statunitense, con i suoi inevitabili danni collaterali e vittime innocenti, avrebbe finito per peggiorare la situazione, alimentando e acuendo un’ostilità contro gli Stati Uniti di cui si nutre il radicalismo islamico, in tutte le sue forme e manifestazioni. Si riteneva, e sperava, inoltre che il brutale estremismo dell’ISIS gli si sarebbe ritorto contro, mentre l’ampliamento del territorio sotto il suo dominio avrebbe determinato una sovraestensione destinata a logorarlo e in ultimo distruggerlo. Infine, si confidava nella formazione di una contro-coalizione, imposta anche dalla passività statunitense, nella quale la presenza di un nemico comune e assoluto doveva facilitare il superamento di divisioni settarie e politiche. Nelle intenzioni statunitensi, il pericolo rappresentato dall’ISIS poteva infatti costituire la leva per costringere il premier sciita al Maliki ad accettare finalmente la formazione di un governo di unità nazionale se non, addirittura, a farsi da parte. Secondo questa lettura, un intervento militare statunitense, al contrario, avrebbe rischiato di unire forzosamente tutte le forze sunnite, esacerbando il problema invece di risolverlo.

L’evolvere della situazione sul campo ha però alterato questo stato di cose e le analisi che vi sottostavano. I sorprendenti successi militari dell’ISIS minacciano ora anche le zone controllate dai curdi, fino ad oggi gli alleati più affidabili e credibili di Washington nella regione. Il rischio di una nuova catastrofe umanitaria è altissima, mentre le testimonianze della brutalità estrema dispiegata dalle  milizie sunnite contro nemici e minoranze religiose alimentano sdegno e orrore, negli Usa e altrove. La passività di Obama in Irak è così denunciata dai suoi oppositori repubblicani e abbinata, in modo non di rado grossolano e approssimativo, alle difficoltà, e agli insuccessi, più generali della politica mediorientale degli Stati Uniti. S’interviene quindi per aiutare gli alleati curdi, per fermare l’ISIS, ma anche per motivi simbolici e politici. Nell’auspicio che le tante, valide ragioni che avevano finora indotto a evitare tale intervento non siano confermate; e nella consapevolezza che è quasi sempre più semplice intraprendere, ed estendere, un intervento militare che ridurlo e terminarlo.

Il Messaggero, 9 agosto 2014