Mario Del Pero

Violenza e razza a Ferguson, Missouri

La linea del colore, la frattura razziale, rimane una delle grandi ferite che lacerano la società statunitense. È questa la lezione principale, semplice ma drammatica, di quanto sta avvenendo da giorni a Ferguson, Missouri, dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di un giovane afro-americano disarmato e l’ondata di proteste e disordini che ne è conseguita. L’America rimane divisa; ovvero rimangono divise le sue grandi aree metropolitane, dove si concentra una parte preponderante della popolazione di colore (che è, su scala nazionale, circa il 13% di quella complessiva). Concentrata a lungo nel cuore urbano, questa popolazione nera è stata poi spesso espulsa verso le aree suburbane, come appunto Ferguson, uno dei tanti sobborghi di St. Louis. Qui la trasformazione è stata repentina e radicale: in 20 anni, la popolazione bianca è scesa dal 74 al 29%; quella nera è cresciuta dal 25 al 69%. Una svolta evidentemente troppo rapida per essere gestita e metabolizzata: è calato, di molto, il reddito medio dei suoi abitanti; diminuita di conseguenza la ricchezza tassabile, attraverso cui finanziare i servizi indispensabili; non si sono attivati processi virtuosi di attivismo civico e politico, capaci d’integrare e rappresentare la nuova popolazione di Ferguson. I neri sono quasi il 70% dei residenti, ma bianchi sono il sindaco, 5 dei 6 consiglieri comunali, tutti i rappresentanti degli influentissimi consigli scolastici, 50 dei 53 poliziotti in servizio nella municipalità. Ferguson non è – per reddito e criminalità – un ghetto nero. Ma è una città impoverita, dove debole è la rappresentatività delle istituzioni e dove la discriminazione razziale è forte e marcata (il 90% degli arresti e, soprattutto, delle multe con cui la città in parte si finanzia avvengono ai danni dei cittadini di colore).

Ed è una delle tante cittadine d’America dove lo iato tra residenti e istituzioni si è fatto particolarmente ampio. Agisce, è chiaro, quella collusione tra politica e polizia a cui contribuisce proprio la loro bassa rappresentatività razziale. Ma agisce un altro fattore, che lega Ferguson a dinamiche e processi più generali che hanno segnato la storia americana recente: l’affermazione cioè di una visione unilaterale della sicurezza e la conseguente, inarrestabile militarizzazione delle forze dell’ordine. Un apposito programma del dipartimento della Difesa prevede il trasferimento di mezzi e materiali militari dismessi alle polizie locali. L’intenzione è di massimizzare le economie di scala, riutilizzando strumenti assai costosi, e di aiutare le forze di polizia in operazioni contro il terrorismo o il traffico di stupefacenti. La conseguenza – da tempo denunciata da molte associazioni per i diritti civili – è di aver trasformato la polizia locale, composta spesso da persone insufficientemente addestrate e preparate, in apparati quasi paramilitari. Al posto di poliziotti di quartiere, capaci di dialogare e interagire con la popolazione, si hanno ora surrogati di forze speciali, che agiscono a Ferguson quasi come fossero in Irak. Che non di rado sparano prima di pensare; che esasperano le tensioni invece di ricomporle, obbligando poi il potere federale e quello statale a intervenire. Come Obama e il suo ministro della giustizia Eric Holder stanno ora facendo, nella consapevolezza che il connubio tra violenza e questione razziale è una miccia che da Ferguson si può facilmente estendere al resto del paese.

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