Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2014

Obama e le elezioni di mid-term

Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è sceso al 5.9%, il livello più basso degli ultimi sei anni. Quello giovanile è passato in un anno dal 15 al 13%. Nel 2014 la crescita del Pil si è attestata attorno al 2.5%, un dato affatto disprezzabile, soprattutto se comparato con la situazione dell’Europa. Il rapporto deficit/Pil è stato riportato al 2.8%; quello tra debito e Prodotto Interno Lordo si è stabilizzato attorno al 100%, smentendo gran parte delle pessimistiche proiezioni di due/tre anni fa. La riforma sanitaria di Obama sta gradualmente entrando a regime e a dispetto della sua complessità e cattiva gestione sembra sortire alcuni dei risultati auspicati, in particolare la riduzione del numero di americani privi di copertura assicurativa, sceso del 25% nel solo 2014. Nel mentre, l’inflazione rimane sotto controllo e i tassi d’interesse assai bassi. Una delle paure più forti degli ultimi anni, quella di una crescita ingestibile dei prezzi delle risorse energetiche, sembra anch’essa essere rientrata: il gallone di benzina costa oggi il 20% in meno rispetto a due anni fa; grazie alle nuove tecnologie e alla scoperta di giacimenti di gas naturale e petrolio, la dipendenza energetica degli Usa si è grandemente ridotta, con un impatto assai benefico per la competitività delle loro imprese.

Eppure, tutti i sondaggi di cui disponiamo prevedono una sconfitta, o addirittura una debacle, per il partito di Obama alle elezioni di mid-term di martedì prossimo, quando gli elettori saranno chiamati a votare per l’elezione di 36 senatori (su 100), dell’intera camera dei rappresentanti e di numerosi governatori e assemblee legislative statali. Appare concreta la possibilità che il partito democratico perda anche il controllo del Senato e si ritrovi quindi con un Congresso interamente controllato dai repubblicani, il cui già ampio dominio negli Stati (oggi controllano il 60% delle camere statali e hanno 29 governatori su 50) sembra destinato a espandersi ulteriormente.

Come si spiegano le difficoltà dei democratici e quali potrebbero essere le conseguenze di questo mid-term sull’ultimo biennio di Obama alla Casa Bianca?

Almeno tre spiegazioni aiutano a comprendere il probabile esito del voto. La prima si lega alla natura stessa delle elezioni di mid-term, che quasi sempre puniscono il partito del presidente in carica, in particolare durante il suo secondo mandato: nell’ultimo secolo solo Bill Clinton nel 1998, in circostanze peraltro straordinarie, riuscì a sfatare questa regola. Che quest’anno appare ancor più inscalfibile, se si considera che una chiara maggioranza dei seggi senatoriali in palio (21 su 36) è oggi controllata dai democratici. La seconda spiegazione è la crescente impopolarità del presidente stesso, che si riverbera inevitabilmente sui candidati del suo partito, molti dei quali hanno preso le distanze da Obama, evitando di coinvolgerlo nella loro campagna elettorale, criticandolo apertamente o, addirittura, rifiutando di dire se lo avessero votato nel 2008 e nel 2012 (è il caso della candidata al Senato in Kentucky, Alison Grimes). Un’impopolarità, quella di Obama, nella quale convergono il distacco verso la politica e il governo e la delusione più generale nei confronti di un presidente che appare timido e indeciso, soprattutto agli occhi di un elettorato giovane che contribuì alla sua elezione e che pare destinato a disertare in massa il voto di mid-term. Terzo e ultimo: le difficoltà politiche contingenti di Obama e dei democratici. Che speravano di poter condurre una campagna elettorale centrata sui temi della diseguaglianza, utilizzando i dati positivi dell’economia e dei conti pubblici, e si ritrovano invece a dover rincorrere molteplici fronti di crisi, in particolare sulla politica estera, dove l’amministrazione ha spesso offerto un’immagine di debolezza e confusione.

Un governo diviso, con un Congresso controllato dai repubblicani, porrà Obama in una condizione estremamente difficile. Lo obbligherà probabilmente a fare maggior uso di quel veto presidenziale utilizzato finora con estrema parsimonia (2 volte, contro le 11 di Bush e le 36 di Clinton). E a ricorrere con maggior spregiudicatezza ai poteri presidenziali per aggirare l’opposizione e, non di rado, l’ostruzionismo del Congresso. Se ciò avvenisse si aprirà quasi certamente un conflitto istituzionale e, forse, finanche costituzionale, che potrebbe però costituire l’unica alternativa a un biennio di inazione e di frustrante paralisi politica e legislativa.

Il Messaggero, 30 Ottobre 2014

Le nebbie della guerra asimmetrica

Nelle intenzioni e negli auspici, quella lanciata da Obama contro l’ISIS doveva essere una guerra lunga, sì, ma anche relativamente semplice e indolore. Una guerra centrata su un’intensa campagna di bombardamenti contro il nemico; un dispiegamento minimo, e il più possibile invisibile, di forze speciali sul campo; l’utilizzo di gruppi locali, adeguatamente armati, cui delegare il compito di fronteggiare le milizie del califfato islamico; il massimo coinvolgimento degli alleati europei e mediorientali, a fornire copertura politica prima ancora che appoggio operativo.

Una guerra – in fondo la prima, vera “guerra di Obama” – che è anche l’unica possibile per gli Stati Uniti oggi. Permessa dalla straordinaria e impareggiabile panoplia high-tech di cui le forze armate statunitensi dispongono; ma anche condizionata, se non addirittura imbrigliata, da precisi costringimenti politici, a partire dall’indisponibilità dell’opinione pubblica americana ad accettare ulteriori vittime ovvero a sopportare i costi che la guerra, qualsiasi guerra, imporrebbe.

E una guerra quindi asimmetrica in termini di oneri, vittime, sacrifici.

Come in tutti i conflitti asimmetrici, anche in questo troppe variabili debbono combinarsi per produrre un’equazione in ultimo vincente. Agli alleati locali si chiede di mettere da parte divisioni consolidate, collaborare e maturare in tempi brevi quell’efficacia operativa che in passato è spesso loro mancata. La sofisticatezza tecnologica estrema deve avere la meglio sulla inevitabile opacità di guerre combattute in teatri poco noti o ad alta densità di civili, riducendo così al minimo il numero di vittime innocenti: i “danni collaterali”, nell’asettico gergo in uso. Perché ogni vittima innocente è un fallimento di un’operazione come quella contro l’ISIS; e perché ogni vittima innocente agisce da moltiplicatore nel processo di reclutamento di nuovi militanti.

È ancora presto per giungere a delle conclusioni, ma appare chiaro, alla luce degli ultimi successi dell’ISIS e all’incapacità dei curdi di bloccarne l’offensiva, che l’iniziale ottimismo era infondato. Che come tante guerre asimmetriche del passato, anche questa “guerra di Obama” si debba confrontare con dilemmi di difficilissima soluzione. Perché l’affidabilità degli alleati è al meglio contingente, destinata a seguire l’andamento del conflitto più che essere fattore che contribuisce alla sua risoluzione (l’ambiguo atteggiamento tenuto dalla Turchia è lì a mostrarcelo). Perché il reclutamento globale di cui si nutrono forme di Jihad come quella dell’ISIS sembra trarre beneficio dall’azione militare statunitense e occidentale. Perché, infine, in un Medio Oriente destabilizzato e frammentato di tutto vi era bisogno meno che di un’altra “guerra americana”: di un’altra “guerra santa”, nella rappresentazione che ne dà una parte, minoritaria ma tutt’altro che insignificante, del mondo islamico.

Obama in una certa misura ne era consapevole. Ha cercato in tutti i modi di evitare un coinvolgimento, a dispetto delle pressioni molto forti presenti all’interno della sua stessa amministrazione. Ha provato a enfatizzare la diversità di questa guerra rispetto a quelle del passato. Ha sfruttato la situazione per imporre all’Iraq quel cambiamento di governo che gli Usa chiedevano da tempo.

Ogni conflitto fa storia a sé, ovviamente. E di certo un avversario come l’ISIS non sembra avere precedenti. Di guerre asimmetriche, però, gli Stati Uniti ne hanno combattute e guidate tante negli ultimi decenni; e nelle nebbie di quelle guerre hanno più volte finito per perdersi. Difficile, immaginare, che non accada anche questa volta.

Il Messaggero, 7 ottobre 2014