Mario Del Pero

Le nebbie della guerra asimmetrica

Nelle intenzioni e negli auspici, quella lanciata da Obama contro l’ISIS doveva essere una guerra lunga, sì, ma anche relativamente semplice e indolore. Una guerra centrata su un’intensa campagna di bombardamenti contro il nemico; un dispiegamento minimo, e il più possibile invisibile, di forze speciali sul campo; l’utilizzo di gruppi locali, adeguatamente armati, cui delegare il compito di fronteggiare le milizie del califfato islamico; il massimo coinvolgimento degli alleati europei e mediorientali, a fornire copertura politica prima ancora che appoggio operativo.

Una guerra – in fondo la prima, vera “guerra di Obama” – che è anche l’unica possibile per gli Stati Uniti oggi. Permessa dalla straordinaria e impareggiabile panoplia high-tech di cui le forze armate statunitensi dispongono; ma anche condizionata, se non addirittura imbrigliata, da precisi costringimenti politici, a partire dall’indisponibilità dell’opinione pubblica americana ad accettare ulteriori vittime ovvero a sopportare i costi che la guerra, qualsiasi guerra, imporrebbe.

E una guerra quindi asimmetrica in termini di oneri, vittime, sacrifici.

Come in tutti i conflitti asimmetrici, anche in questo troppe variabili debbono combinarsi per produrre un’equazione in ultimo vincente. Agli alleati locali si chiede di mettere da parte divisioni consolidate, collaborare e maturare in tempi brevi quell’efficacia operativa che in passato è spesso loro mancata. La sofisticatezza tecnologica estrema deve avere la meglio sulla inevitabile opacità di guerre combattute in teatri poco noti o ad alta densità di civili, riducendo così al minimo il numero di vittime innocenti: i “danni collaterali”, nell’asettico gergo in uso. Perché ogni vittima innocente è un fallimento di un’operazione come quella contro l’ISIS; e perché ogni vittima innocente agisce da moltiplicatore nel processo di reclutamento di nuovi militanti.

È ancora presto per giungere a delle conclusioni, ma appare chiaro, alla luce degli ultimi successi dell’ISIS e all’incapacità dei curdi di bloccarne l’offensiva, che l’iniziale ottimismo era infondato. Che come tante guerre asimmetriche del passato, anche questa “guerra di Obama” si debba confrontare con dilemmi di difficilissima soluzione. Perché l’affidabilità degli alleati è al meglio contingente, destinata a seguire l’andamento del conflitto più che essere fattore che contribuisce alla sua risoluzione (l’ambiguo atteggiamento tenuto dalla Turchia è lì a mostrarcelo). Perché il reclutamento globale di cui si nutrono forme di Jihad come quella dell’ISIS sembra trarre beneficio dall’azione militare statunitense e occidentale. Perché, infine, in un Medio Oriente destabilizzato e frammentato di tutto vi era bisogno meno che di un’altra “guerra americana”: di un’altra “guerra santa”, nella rappresentazione che ne dà una parte, minoritaria ma tutt’altro che insignificante, del mondo islamico.

Obama in una certa misura ne era consapevole. Ha cercato in tutti i modi di evitare un coinvolgimento, a dispetto delle pressioni molto forti presenti all’interno della sua stessa amministrazione. Ha provato a enfatizzare la diversità di questa guerra rispetto a quelle del passato. Ha sfruttato la situazione per imporre all’Iraq quel cambiamento di governo che gli Usa chiedevano da tempo.

Ogni conflitto fa storia a sé, ovviamente. E di certo un avversario come l’ISIS non sembra avere precedenti. Di guerre asimmetriche, però, gli Stati Uniti ne hanno combattute e guidate tante negli ultimi decenni; e nelle nebbie di quelle guerre hanno più volte finito per perdersi. Difficile, immaginare, che non accada anche questa volta.

Il Messaggero, 7 ottobre 2014

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