Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2014

Ferguson e la linea della razza

La si temeva, questa decisione del gran giurì della contea di St. Louis sul rinvio a giudizio di Darren Wilson, il poliziotto che l’agosto scorso aveva ucciso il giovane afro-americano Michael Brown, scatenando un’ondata di proteste e di disordini. E puntualmente è arrivata: Wilson non sarà processato. Caso raro, quello di un gran giurì che impedisce il processo, anche se le statistiche ci dicono che negli stati dove si applica questo passaggio preliminare i poliziotti tendono a godere di un trattamento preferenziale rispetto ai normali cittadini.

La vicenda di Ferguson, e il ritorno di manifestazioni e scontri di strada, ci mostra tre aspetti dell’America d’oggi. Evidenzia, innanzitutto, la persistenza di una frattura razziale che ha negli anni modificato alcune delle sue caratteristiche, ma che continua a rappresentare una delle costanti fondamentali di un paese sempre cangiante e in trasformazione come gli Stati Uniti. Una costante facilmente misurabile attraverso alcuni banali indicatori e confronti: la popolazione carceraria (in rapporto agli abitanti, quella afro-americana è sette volte quella bianca); il reddito (rispetto alla media di 49mila dollari, quello dei nuclei familiari neri è di circa 32mila dollari); il tasso di scolarizzazione (la percentuale di afro-americani di età superiore ai 25 anni con una laurea è del 20%, contro il 33% nazionale). E una costante che negli anni di Obama, e a nonostante le grandi aspettative, non sembra essere stata intaccata.

In secondo luogo, la storia di Ferguson è rivelatrice degli effetti talvolta limitati, o addirittura contraddittori, del revival urbano dell’ultimo ventennio. Caratterizzato da una rinascita di città che sembravano senza futuro, dopo la grande crisi degli anni Settanta e Ottanta. E dal ritorno, nei centri cittadini, di giovani professionisti e la conseguente nascita di solide coalizioni politiche ed elettorali tra ceto urbano liberal e minoranze.  Ma che ha spesso anche trasferito, se non consolidato, spazi di segregazione definiti ancora una volta dalla frattura razziale, spostando e occultando le tensioni invece di risolverle. Un sobborgo di Saint Louis come Ferguson, dove la popolazione di colore è passata in due decadi dal 25 al 70%, è lì a evidenziarlo.

Infine, quanto sta avvenendo mostra una volta ancora il limite delle politiche di sicurezza perseguite dagli anni Ottanta a oggi. Politiche che con metodi draconiani e tolleranza zero hanno contribuito a rendere molte aree urbane più sicure e vivibili. Ma che hanno concorso ad alimentare una sorta d’impunità di forze di polizia che non di rado si sono trasformate in veri e propri apparati paramilitari. Che spesso abusano della violenza, in particolare contro i giovani afro-americani; che approfittano di un giustizialismo e di un’accondiscendenza verso l’uso della forza assai diffusi nell’opinione pubblica; e che non di rado trovano, a proteggerle, politici opportunisti, procuratori inetti e giurie pavide e di parte.

Il Giornale di Brescia, 25 Novembre 2014

I perché di una debacle

La mappa elettorale, che metteva in palio molti più seggi senatoriali controllati dai democratici anche in stati tradizionalmente conservatori, era oggettivamente complessa. E raramente il partito del Presidente è uscito vincitore alle elezioni di mid-term, in particolare quelle svoltesi nel secondo mandato. Il risultato di ieri è però una vera e propria debacle per Obama e i democratici. Che non si spiega solo con la storia e le contingenze avverse. Perché queste elezioni di mid-term sono state anche e soprattutto un referendum sul Presidente e rappresentano quindi una sua pesantissima sconfitta, che pone un’ipoteca molto forte sugli ultimi due anni di Presidenza.

Come si spiega questa sconfitta e il contrasto, all’apparenza stridente, col risultato elettorale del 2012? La via più breve, spesso percorsa, è di attribuirla alla bassa popolarità del Presidente, che ricadrebbe a cascata su tutto il partito democratico. Eppure Obama così impopolare non è. Il tasso di approvazione del suo operato galleggia poco sopra il 40%, non molto sotto la mediana dei sondaggi Gallup dal 1945 in poi. La sua non è, in altre parole, una condizione paragonabile a quella di George Bush nel 2008 o di Harry Truman nel 1952. E però Obama oggi rappresenta, e incarna, quella politica – inefficace, inetta, corrotta – contro la quale si è rivoltata, una volta ancora, una parte d’America.  Anche perché l’efficace retorica dell’Obama del 2008 si è rapidamente trasformata in discorso algido e tecnocratico, incapace di relazionarsi sia alla pancia del paese sia a una politica washingtoniana – ai suoi meccanismi, alle sue regole, ai suoi compromessi, se necessario alla sua bruttezza – che Obama non fa mistero di disprezzare. Tutti i resoconti di cui disponiamo parlano infatti di un Presidente distaccato e lontano, incapace di mettere in asse progetti e realizzazioni, analisi e decisioni, policy e politics. È questo, probabilmente il vero deficit di leadership di Obama, che si combina con una cautela e un realismo spesso spinti fino all’estremo della paralisi e dell’inazione, come si è visto su alcuni dossier cruciali di politica estera. Rispetto ai quali un’America impaurita e non di rado irrazionale (si pensi solo all’isterica reazione al pericolo di una diffusione dell’Ebola negli Usa) ha progressivamente abbandonato il Presidente.

Di rado le questioni internazionali incidono direttamente sull’esito delle elezioni di mid-term. In questa tornata, però, la minaccia dell’Isis e, appunto, l’Ebola hanno capeggiato la lista dei temi più sentiti dagli elettori, alimentando una spirale di paura e disorientamento abilmente sfruttata dai repubblicani. Deficit di leadership e insoddisfazione per la politica estera si sono infine combinati con un ultimo elemento, quello economico, nel condizionare le scelte degli elettori. I positivi dati macro-economici – crescita del Pil e calo della disoccupazione – incidono solo in parte sulle percezioni di un’opinione pubblica che continua ad avere come termine di paragone un’economia, quella pre-crisi del 2007, nella quale migliori retribuzioni, facile accesso al credito e alto potere di acquisto alimentavano un ottimismo, per quanto irrealistico e finanche drogato, che oggi non esiste più.

I due anni a venire saranno inevitabilmente influenzati dall’approssimarsi delle elezioni presidenziali. La condizione di governo ancor più diviso richiederebbe un surplus d’impegno politico a un Presidente che la politica ha invece dimostrato di non saperla davvero padroneggiare. E imporrebbe ai repubblicani una moderazione e una disponibilità al compromesso oggi carenti in un partito spesso dogmatico e, su temi nodali come l’immigrazione e l’ambiente, ostaggio delle sue frange più radicali. È possibile, quindi, che un cambiamento vi sia proprio su quella politica estera dove le due parti sembrano essersi più avvicinate nell’ultimo anno. Che si adottino, cioè, posizioni più interventiste e maggiore sia la disponibilità a dispiegare lo strumento militare. Di certo è che con il voto di ieri inizia a volgere al termine l’era Obama. Tempo, documenti e distanza permetteranno agli storici di darne un giudizio compiuto ed equilibrato. Sei anni fa, però, pochi avrebbero scommesso su un’uscita di scena così mesta e malinconica.

Il Messaggero, 6 novembre 2014