Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2014

New York, violenza e questione razziale

Due poliziotti uccisi a sangue freddo, forse come rappresaglia per i fatti di Ferguson e, più in generale, per l’eccessivo uso della forza da parte della polizia contro gli afro-americani. Un sindaco di New York simpatetico verso le lamentele della comunità nera che si ritrova i poliziotti girati di schiena mentre si reca all’obitorio per onorare le vittime e viene accusato da uno dei sindacati di polizia di avere “il sangue delle due vittime sulle mani”. Nel mezzo il riemergere di quel connubio tra questione razziale e violenza urbana che, se non risolta, era parsa quantomeno essere stata sedata e silenziata negli ultimi vent’anni.

Cosa ci dicono queste vicende e in che modo le tensioni degli ultimi mesi riproducono linee di frattura antiche e mai davvero ricomposte?

In primo luogo evidenziano il persistere di un problema nero che le tante conquiste dagli anni Cinquanta a oggi, e infine la stessa storica elezione di un Presidente di colore, non sono riuscite a risolvere. Molteplici sono gli indicatori di questa persistenza, dal reddito pro-capite alla scolarizzazione a quello, drammatico e spesso citato, della popolazione carceraria (in rapporto alla popolazione, il tasso d’incarcerazione dei neri è di sei volte superiore a quello dei bianchi). Ed è una situazione alla quale nel tempo sembra avere concorso anche un deficit di leadership e la mancata transizione – come punto di riferimento della comunità afro-americana – dalle figure politiche emerse e legittimatesi nella lotta per i diritti civili a una generazione di leader neri più giovani, dai diversi processi di formazione e, appunto, legittimazione. Politici dai curricula più ortodossi (su tutti un’istruzione universitaria d’élite) e spesso dalle riconosciute competenze. Incapaci, però, di rappresentare le tante anime della comunità nera, integrandone e moderandone le voci più rabbiose e radicali. Uomini come l’ex sindaco di Washington Adrian Fenty, il senatore del New Jersey Cory Booker o l’ex governatore del Massachusetts Deval Patrick, in grado talora di sconfiggere i vecchi (e spesso corrotti) apparati politici neri, senza però riuscire ad offrire ai diversi segmenti dell’elettorato afro-americano un’analoga capacità di mediazione e di rappresentanza.

In secondo luogo, rimane – drammatica – la questione della sicurezza, in particolare in quelle aree urbane ove è maggiormente concentrata la popolazione di colore. La grande crisi urbana degli anni Settanta e Ottanta è stata superata anche attraverso draconiane politiche di “tolleranza zero”, nelle quali si distinse la New York dell’allora sindaco Rudi Giuliani. Politiche che hanno concorso all’aumento esponenziale della popolazione carceraria (passata in trent’anni da 500mila a 2milioni e 300 mila persone), acuendo quindi uno degli indicatori fondamentali della questione razziale (circa 1milione di questi carcerati sono neri). E politiche che hanno conferito alle forze di polizie autonomia e ampi poteri, tanto che in molte città, il capo della polizia – il police commissioner – è figura importante quanto e più dello stesso sindaco. Pochi lavori sono più difficili e pericolosi di quello del poliziotto in una grande città statunitense. Questa riconosciuta consapevolezza, i meriti attribuiti alle politiche di “tolleranza zero” e, dopo l’11 settembre, l’effetto dell’emergenza terrorismo hanno non di rado trasformato le forze di polizia in istituzioni inattaccabili, legittimate ad agire con discrezionalità e – come è accaduto in questi giorni a New York – addirittura a sfidare quelle istituzioni da cui dipendono e a cui dovrebbero rispondere.

Istituzioni deboli, però, perché a essere debole e delegittimata è la stessa politica. È questo il terzo e ultimo fattore da considerare.  Gli attacchi – in sé molto gravi – a de Blasio, le immagini dei poliziotti che con gesto di sfregio si girano al suo passaggio mostrano una politica fragile, di fronte ai fatti di Ferguson come alla reazione di una polizia che certi gesti non deve poterseli permettere, neanche in un momento di rabbia e lutto come questo.  Ed è da lì, che si deve ripartire: in un’opera di azione quotidiana che riconosca come di fronte a problemi così complessi non esistano soluzioni definitive, siano esse la “tolleranza zero” o l’elezione di un presidente nero.

Il Messaggero, 22 dicembre 2014

Cuba e l’isolamento degli Stati Uniti

Accuratamente preparato e discusso, l’annuncio di Barack Obama e Raul Castro ha nondimeno sorpreso. Pochi si aspettavano un’azione così incisiva e coraggiosa, da ambo le parti, e l’avvio di un percorso che, per quanto destinato a incontrare numerosi ostacoli, appare oggi ineluttabile.

Ma perché Obama ha deciso proprio ora di riaprire le relazioni diplomatiche con Cuba e di allentare, laddove possibile, l’embargo economico nei confronti dell’isola? Quali sono le condizioni che hanno permesso questa decisione e quali le possibili conseguenze?

Gli obiettivi, innanzitutto. Con questa iniziativa Obama facilita l’uscita dall’isolamento non solo di Cuba ma degli stessi Usa. Sempre più soli nel mantenere una politica di rigidità ed ostracismo verso Cuba e sempre più criticati dal resto della comunità internazionale. L’Assemblea generale dell’ONU ha approvato più di venti risoluzioni nelle quali si chiede la fine dell’embargo statunitense contro L’Avana. L’ultima di queste risoluzioni risale a poche settimane fa ed è stata votata da 188 dei 193 membri dell’Assemblea. A questo isolamento politico è corrisposto, nell’ultimo ventennio, un crescente isolamento economico: laddove Cuba si apriva agli investimenti stranieri, essa continuava a rimanere in larga misura off-limits per quelli statunitensi. Ciò avveniva in un contesto regionale nel quale l’influenza e il peso degli Stati Uniti diminuivano rapidamente. E anche il desiderio di riacquisire una centralità nelle Americhe almeno in parte perduta spiega l’iniziativa di Obama su una questione, Cuba, che ha spesso alimentato frizioni e scontri tra gli Usa e i loro partner latino-americani. Infine incide il valore simbolico della decisione, che di certo non sfugge ad altri interlocutori di Washington, a partire da quello iraniano, verso i quali il messaggio intende essere inequivoco: liberata da vincoli elettorali e desiderosa di lasciare un marchio significativo in quest’ultimo biennio di governo,  l’amministrazione statunitense si muoverà con quel coraggio e quella incisività che le sono spesso mancati nei precedenti sei anni.

Lo farà, però, soprattutto se le condizioni lo permetteranno. Condizioni, queste, certamente presenti nel caso specifico delle relazioni cubano-statunitensi. L’assenza di rapporti diplomatici e il persistere di uno stato di guerra fredda tra i due paesi rappresentavano davvero degli anacronistici cimeli di una storia ormai terminata. Passati sono i tempi in cui Chuck Norris sgominava i tentativi cubani d’invasione degli Stati Uniti; passato è il timore che un fuoco rivoluzionario sempre più flebile e bolso si estenda da Cuba al resto del Continente; passato è quel convincimento molto trionfalistico del post-guerra fredda secondo il quale l’irrigidimento dell’embargo e l’intensificazione delle pressioni avrebbero fatto crollare il regime; passato è infine anche il peso politico di una comunità cubano-statunitense che, per la centralità della Florida nelle elezioni presidenziali, ha spesso tenuto in ostaggio la politica statunitense verso Cuba. Quest’ultimo è uno dei dati più significativi evidenziati da quanto accaduto. Assai meno monolitica di un tempo, la comunità cubana negli Usa è oggi divisa secondo linee di frattura generazionali assai marcate. I figli degli esuli anti-castristi e gl’immigrati più recenti hanno una posizione meno dogmatica e legata al passato. Sono favorevoli, secondo i sondaggi di cui disponiamo, alla fine dell’embargo e alla normalizzazione delle relazioni. Sognano un futuro d’interdipendenza e di abbattimento delle barriere e non la prosecuzione di una contrapposizione ormai priva di significato.

Ecco perché il processo apertosi l’altro ieri appare ineluttabile. Ineluttabile ma non semplice. Il fronte repubblicano ha infatti a sua disposizione molteplici strumenti per ostacolarlo e rallentarlo. Obama ha già iniziato a usare i suoi poteri presidenziali per attenuare un embargo la cui rimozione completa necessita però del voto congressuale. Un congresso che potrebbe far mancare i fondi per la riapertura dell’ambasciata statunitense a Cuba o bloccare la nomina del nuovo ambasciatore. Probabile che ciò avvenga. Anche se, per una volta, l’iniziativa politica sembra essere in mano al Presidente e ai democratici, nella consapevolezza che l’incapacità di molti repubblicani a uscire dalla guerra fredda potrebbe avere anche dei costi elettorali già a partire dal 2016.

Il Messaggero, 19 gennaio 2014

Cuba, gli Stati Uniti e i cimeli della storia

L’embargo statunitense e l’assenza di rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba rappresentavano ormai dei cimeli della guerra fredda quanto e più dell’appassito look rivoluzionario di Fidel Castro o della bolsa retorica anti-comunista degli esuli cubani in Florida. Era inevitabile ci si mettesse prima o poi una pietra sopra, una volta terminata la guerra fredda, riposto l’internazionalismo rivoluzionario castrista e giunti sull’isola capitali e turisti di gran parte del mondo, con l’eccezione, appunto, di quegli americani.

Eppure non ci si riusciva. La guerra fredda cubano-statunitense sopravviveva alla sua obsolescenza e inutilità. Offriva a Fidel e al suo regime un nemico assoluto spesso funzionale a nutrirne l’orgogliosa retorica patriottica, socialista e rivoluzionaria. Dava alla destra statunitense un avversario noto e facilmente caratterizzabile, prima che il radicalismo islamico soppiantasse definitivamente i resti della minaccia comunista che fu. Soprattutto, un qualsiasi superamento di questo lascito della guerra fredda rimaneva ostaggio di dinamiche politiche interne statunitensi e del peso spropositato che la piccola lobby cubana anti-castrista esercitava in uno stato, la Florida, spesso determinante nelle contese presidenziali.

Sin dalla sua elezione, Obama aveva espresso l’intenzione di superare questo stallo e ripristinare i rapporti diplomatici interrotti nel 1961. Una politica estera non particolarmente attenta alle relazioni inter-americane, il precoce indebolimento politico del Presidente e l’apparente nuovo irrigidimento del regime cubano avevano posto ulteriori ostacoli sulla strada di una riconciliazione tanto inevitabile quanto tormentata.

Quanto avvenuto ieri giunge pertanto un po’ a sorpresa. Obama e Raul Castro hanno annunciato la riapertura delle rispettive ambasciate a L’Avana e a Washington e la ripresa delle relazioni diplomatiche. Varie iniziative accompagneranno e, nelle intenzioni, faciliteranno questo processo, dalla rimozione di molti ostacoli alle transizioni finanziarie all’aumento della quota di rimesse concesse a favore di cittadini cubani. Sarà rivisto, e rapidamente tolto, l’inserimento di Cuba nella lista degli stati che sponsorizzano il terrorismo, nella quale si trova dal 1982. Vi saranno varie facilitazioni agli investimenti statunitensi sull’isola. Soprattutto inizierà il processo, in sé più complesso, dell’eliminazione completa dell’embargo, per la quale è necessario il pieno coinvolgimento del Congresso.

Perché Obama ha agito ora e quali sono le possibili implicazioni e conseguenze? I tempi, come si è detto, erano maturi. La questione non è più centrale nel dibattito politico e pubblico degli Stati Uniti. La comunità cubano-statunitense è divenuta meno dogmatica e, anche, influente. La Florida, per quanto importante, ha perso una parte della rilevanza avuta ancora negli anni Novanta. La retorica anti-americana a Cuba si è in parte attenuata e in Raul Castro il presidente americano sembra avere trovato un interlocutore più realista di Fidel e meno legato a un’immagine negativa che ancor oggi pesa negli Usa. È probabile che, nel caso di Obama, abbiano agito anche precise considerazioni politiche: il convincimento, appunto, che per una maggioranza dell’opinione pubblica questa sia ormai una questione secondaria e da risolvere; il desiderio di sfruttare la libertà di quest’ultimo biennio per promuovere quell’azione incisiva e risoluta spesso assente nei precedenti sei anni; l’auspicio che questa prova di coraggio e flessibilità sia recepita da altri interlocutori, a partire ovviamente dall’Iran.

Il fronte repubblicano ora tuona contro il tradimento di Obama. Accusa il presidente di debolezza e finanche di “appeasement”. Promette di dare battaglia al Congresso. Sono denunce che appaiono però fuori tempo; che parlano un linguaggio vecchio e stantio come quello della piccola guerra fredda cubano-statunitense, di cui i due ultimi grandi protagonisti, usciti in fondo di scena solo pochi anni fa – Fidel Castro e George W. Bush – sembrano essi stessi appartenere a un’altra epoca e a un altro mondo.

 

Olimpiadi romane?

L’annuncio della decisione di candidare Roma a ospitare i giochi olimpici del 2024 lascia sorpresi e perplessi. Avviene nel mezzo di uno scandalo devastante per la città e la sua immagine, che ha messo in luce ancora una volta il malgoverno e la corruzione imperanti nella capitale; segue altri tentativi fallimentari e la scelta dell’allora premier Monti di ritirare Roma dalla corsa per le Olimpiadi del 2020; viene comunicato in un momento di crisi economica e in assenza quindi delle risorse necessarie all’ampio piano d’investimenti pubblici indispensabili per rendere la candidatura di Roma competitiva e credibile.

Con la consueta spavalderia, Matteo Renzi ha dichiarato che si corre “per vincere” in una contesa che “riempie il cuore di orgoglio, emozione e difficoltà”. Difficile credere Roma abbia oggi delle serie possibilità. Ma se anche fosse così – se anche si superasse la comprensibile diffidenza verso l’Italia e la sua capitale e si ottenessero i giochi – si è certi che si tratterebbe di una vittoria, per Roma e ancor più per il paese? I precedenti storici inducono a nutrire molti dubbi. Non vi è stato gioco olimpico recente che ha generato profitti diretti, nemmeno le tanto celebrate olimpiadi di Los Angeles del 1984, i cui attivi non tengono conto delle spese indirette sostenute dai governi municipale, statale e federale per gestirne l’organizzazione. Molto numerosi sono i casi di paesi e città schiacciati dalle “spese olimpiche” e dai tanti scandali a esse correlati. Montreal impiegò 30 anni per pagare l’immenso debito contratto per i giochi del 1976; Atene vide triplicare il costo previsto per l’organizzazione delle olimpiadi del 2004; gli organizzatori dei giochi invernali di Nagano del 1998 bruciarono scatoloni di documenti relativi alle spese straordinarie sostenute e alle modalità non trasparenti con le quali era stata ottenuta la candidatura; Salt Lake City, sconfitta da Nagano quattro anni prima, fu a sua volta travolta dagli scandali e salvata all’ultimo dall’abilità manageriale (e dalla spregiudicatezza) di Mitt Romney; e gli esempi potrebbero continuare sino a tempi più recenti, come Pechino 2008 o Sochi 2014 (le olimpiadi più costose e, secondo molti, più corrotte della storia).

Anche quando le spese rimangono sotto controllo, la natura eccezionale dell’evento tende a produrre riverberi diversi da quelli auspicati o veri e propri effetti degenerativi. Funzionali alle due settimane e mezzo di gare, le opere pubbliche allestite non sempre possono essere riadattate per un successivo uso quotidiano; molti degli impianti sportivi creati cessano di operare un minuto dopo la cerimonia di chiusura (Atlanta 1996 e, anche, Torino 2006 sono lì a mostrarcelo).

E allora perché s’insiste? Perché con cadenza ormai quadriennale e con governi diversi ci ritroviamo a discutere della possibilità di una nuova olimpiade romana?

Vi sono, ovviamente, pressioni locali: la pioggia di finanziamenti che consegue all’organizzazione di un evento sportivo è assai allettante per una città o una regione. E agiscono considerazioni d’immagine e di prestigio, per un paese e per il suo governo. È – ospitare i giochi olimpici – momento di proiezione simbolica di potenza e di costruzione conseguente di consenso. Più di tutto, però, è scorciatoia politica e amministrativa. Un modo per aggirare, con proclami eclatanti e l’organizzazione di eventi di grandi dimensioni, la complessità di un’opera quotidiana di governo, del locale e del nazionale, che spesso ne è risultata ancor più aggravata.

Il Giornale di Brescia, 16 dicembre 2014

Moretti, serietà ed europeismo

Come previsto, l’europarlamentare Alessandra Moretti sarà la candidata del partito democratico alle elezioni per la presidenza del Veneto della prossima primavera. Analoga scelta ha compiuto un altro membro PD del parlamento europeo, Sergio Cofferati, candidatosi alla presidenza della regione Liguria. Certo – in termini di presenza e impegno parlamentare – nei suoi 5 anni a Bruxelles e Strasburgo l’ex sindaco di Bologna si è comportato assai meglio di Moretti (o di Debora Serracchiani, altro caso di europarlamentare rientrato in Italia senza completare il suo mandato). Eletta al parlamento europeo dopo esserlo stata per quello italiano, a pochi mesi di distanza la Moretti si candida già per un altro ruolo. Nel breve periodo da europarlamentare, la Moretti si è distinta per il desolante “zero” raccolto nella gran parte dei parametri con i quali si misura l’operato e, appunto, l’efficacia, dei membri del parlamento europeo (secondo le statistiche di Mep Ranking EU – http://www.mepranking.eu – la Moretti si colloca in 698a posizione tra i 750 parlamentari europei).

Fatte tutte le debite proporzioni, torna alla memoria la celebre vicenda di Franco Maria Malfatti, il Presidente della Commissione Europea che nel 1972 decise di abbandonare il suo incarico per candidarsi alle elezioni politiche in Italia: esempio classico di un provincialismo (e di un europeismo di facciata) tipicamente italiani. Ma c’è qualcosa di più grave e, oggi, anche meno accettabile nei comportamenti di Moretti e nei tanti che vivono l’europarlamento come una sorta di autobus, da prendere in attesa che giungano migliori opportunità politiche. In primo luogo, ciò indebolisce l’Italia in Europa, rendendola meno credibile e forte. L’europarlamento ha di molto accresciuto le sue funzioni e il suo ruolo in questi ultimi anni: agisce come co-legislatore in quasi tutti i settori del diritto dell’Unione e condivide con il Consiglio il potere di decidere sull’intero bilancio annuale dell’UE. Fondamentali, per una delegazione nazionale, sono tanto la sua coesione quanto la riduzione al minimo di un turnover che, laddove troppo marcato, impedisce di maturare le competenze e i legami necessari a un’incisiva azione legislativa. Nella 7a legislatura, il gruppo di europarlamentari italiani – pur con rilevanti e lodevoli eccezioni – non si è particolarmente distinto per il suo attivismo, collocandosi al 24o posto su 28 nelle presenze alle votazioni in aula (dietro di noi si classificano solo Cipro, Lituania, Grecia e Malta). Delegazioni di paesi come l’Austria, la Germania, l’Olanda e la Svezia totalizzano 10/15 punti percentuali superiori a quelle italiane. Soprattutto, molte di queste delegazioni non mutano radicalmente di composizione in conseguenza delle tornate elettorali o in funzione di dinamiche politiche interne. Detto banalmente: in Germania ci si candida all’europarlamento per fare il parlamentare europeo e non in attesa di correre qualche mese più tardi per la presidenza di un Land o per ottenere un ministero. Un gruppo parlamentare nazionale efficace e, anche, coeso è un gruppo che sa come lavorare e, quando le circostanze lo impongono, come tutelare gli interessi nazionali.

Scelte e comportamenti come quelli di Alessandra Moretti concorrono inoltre ad alimentare la sfiducia e la disaffezione nei confronti della politica e, in una certa misura, delle istituzioni stesse. Confermano, nella loro poca serietà, i giudizi negativi che una parte del paese dà oggi della sua classe dirigente. Rivelano, una volta ancora, come non esista vincolo tra elettore ed eletto, con il secondo che può impunemente venir meno all’impegno assunto con il primo. Ciò sarebbe grave in sé. Lo è ancor di più, però, per il Partito Democratico e per la sua nuova e giovane leadership, della quale Moretti è esponente importante e volto pubblico tra i più noti. Leadership e partito che fanno dell’Europa e dell’europeismo le loro bandiere. Che spesso abbracciano con grande superficialità le parole d’ordine del federalismo europeo. Che amano presentarsi come esponenti della “generazione Erasmus”, rivendicando, nella loro retorica innovativa e riformatrice, un’internazionalità che sarebbe mancata a chi li ha preceduti. E che, all’atto pratico, si rivelano non di rado tanto provinciali quanto poco seri.

Il Giornale di Brescia, 5 dicembre 2014