Mario Del Pero

Moretti, serietà ed europeismo

Come previsto, l’europarlamentare Alessandra Moretti sarà la candidata del partito democratico alle elezioni per la presidenza del Veneto della prossima primavera. Analoga scelta ha compiuto un altro membro PD del parlamento europeo, Sergio Cofferati, candidatosi alla presidenza della regione Liguria. Certo – in termini di presenza e impegno parlamentare – nei suoi 5 anni a Bruxelles e Strasburgo l’ex sindaco di Bologna si è comportato assai meglio di Moretti (o di Debora Serracchiani, altro caso di europarlamentare rientrato in Italia senza completare il suo mandato). Eletta al parlamento europeo dopo esserlo stata per quello italiano, a pochi mesi di distanza la Moretti si candida già per un altro ruolo. Nel breve periodo da europarlamentare, la Moretti si è distinta per il desolante “zero” raccolto nella gran parte dei parametri con i quali si misura l’operato e, appunto, l’efficacia, dei membri del parlamento europeo (secondo le statistiche di Mep Ranking EU – http://www.mepranking.eu – la Moretti si colloca in 698a posizione tra i 750 parlamentari europei).

Fatte tutte le debite proporzioni, torna alla memoria la celebre vicenda di Franco Maria Malfatti, il Presidente della Commissione Europea che nel 1972 decise di abbandonare il suo incarico per candidarsi alle elezioni politiche in Italia: esempio classico di un provincialismo (e di un europeismo di facciata) tipicamente italiani. Ma c’è qualcosa di più grave e, oggi, anche meno accettabile nei comportamenti di Moretti e nei tanti che vivono l’europarlamento come una sorta di autobus, da prendere in attesa che giungano migliori opportunità politiche. In primo luogo, ciò indebolisce l’Italia in Europa, rendendola meno credibile e forte. L’europarlamento ha di molto accresciuto le sue funzioni e il suo ruolo in questi ultimi anni: agisce come co-legislatore in quasi tutti i settori del diritto dell’Unione e condivide con il Consiglio il potere di decidere sull’intero bilancio annuale dell’UE. Fondamentali, per una delegazione nazionale, sono tanto la sua coesione quanto la riduzione al minimo di un turnover che, laddove troppo marcato, impedisce di maturare le competenze e i legami necessari a un’incisiva azione legislativa. Nella 7a legislatura, il gruppo di europarlamentari italiani – pur con rilevanti e lodevoli eccezioni – non si è particolarmente distinto per il suo attivismo, collocandosi al 24o posto su 28 nelle presenze alle votazioni in aula (dietro di noi si classificano solo Cipro, Lituania, Grecia e Malta). Delegazioni di paesi come l’Austria, la Germania, l’Olanda e la Svezia totalizzano 10/15 punti percentuali superiori a quelle italiane. Soprattutto, molte di queste delegazioni non mutano radicalmente di composizione in conseguenza delle tornate elettorali o in funzione di dinamiche politiche interne. Detto banalmente: in Germania ci si candida all’europarlamento per fare il parlamentare europeo e non in attesa di correre qualche mese più tardi per la presidenza di un Land o per ottenere un ministero. Un gruppo parlamentare nazionale efficace e, anche, coeso è un gruppo che sa come lavorare e, quando le circostanze lo impongono, come tutelare gli interessi nazionali.

Scelte e comportamenti come quelli di Alessandra Moretti concorrono inoltre ad alimentare la sfiducia e la disaffezione nei confronti della politica e, in una certa misura, delle istituzioni stesse. Confermano, nella loro poca serietà, i giudizi negativi che una parte del paese dà oggi della sua classe dirigente. Rivelano, una volta ancora, come non esista vincolo tra elettore ed eletto, con il secondo che può impunemente venir meno all’impegno assunto con il primo. Ciò sarebbe grave in sé. Lo è ancor di più, però, per il Partito Democratico e per la sua nuova e giovane leadership, della quale Moretti è esponente importante e volto pubblico tra i più noti. Leadership e partito che fanno dell’Europa e dell’europeismo le loro bandiere. Che spesso abbracciano con grande superficialità le parole d’ordine del federalismo europeo. Che amano presentarsi come esponenti della “generazione Erasmus”, rivendicando, nella loro retorica innovativa e riformatrice, un’internazionalità che sarebbe mancata a chi li ha preceduti. E che, all’atto pratico, si rivelano non di rado tanto provinciali quanto poco seri.

Il Giornale di Brescia, 5 dicembre 2014

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