Mario Del Pero

Olimpiadi romane?

L’annuncio della decisione di candidare Roma a ospitare i giochi olimpici del 2024 lascia sorpresi e perplessi. Avviene nel mezzo di uno scandalo devastante per la città e la sua immagine, che ha messo in luce ancora una volta il malgoverno e la corruzione imperanti nella capitale; segue altri tentativi fallimentari e la scelta dell’allora premier Monti di ritirare Roma dalla corsa per le Olimpiadi del 2020; viene comunicato in un momento di crisi economica e in assenza quindi delle risorse necessarie all’ampio piano d’investimenti pubblici indispensabili per rendere la candidatura di Roma competitiva e credibile.

Con la consueta spavalderia, Matteo Renzi ha dichiarato che si corre “per vincere” in una contesa che “riempie il cuore di orgoglio, emozione e difficoltà”. Difficile credere Roma abbia oggi delle serie possibilità. Ma se anche fosse così – se anche si superasse la comprensibile diffidenza verso l’Italia e la sua capitale e si ottenessero i giochi – si è certi che si tratterebbe di una vittoria, per Roma e ancor più per il paese? I precedenti storici inducono a nutrire molti dubbi. Non vi è stato gioco olimpico recente che ha generato profitti diretti, nemmeno le tanto celebrate olimpiadi di Los Angeles del 1984, i cui attivi non tengono conto delle spese indirette sostenute dai governi municipale, statale e federale per gestirne l’organizzazione. Molto numerosi sono i casi di paesi e città schiacciati dalle “spese olimpiche” e dai tanti scandali a esse correlati. Montreal impiegò 30 anni per pagare l’immenso debito contratto per i giochi del 1976; Atene vide triplicare il costo previsto per l’organizzazione delle olimpiadi del 2004; gli organizzatori dei giochi invernali di Nagano del 1998 bruciarono scatoloni di documenti relativi alle spese straordinarie sostenute e alle modalità non trasparenti con le quali era stata ottenuta la candidatura; Salt Lake City, sconfitta da Nagano quattro anni prima, fu a sua volta travolta dagli scandali e salvata all’ultimo dall’abilità manageriale (e dalla spregiudicatezza) di Mitt Romney; e gli esempi potrebbero continuare sino a tempi più recenti, come Pechino 2008 o Sochi 2014 (le olimpiadi più costose e, secondo molti, più corrotte della storia).

Anche quando le spese rimangono sotto controllo, la natura eccezionale dell’evento tende a produrre riverberi diversi da quelli auspicati o veri e propri effetti degenerativi. Funzionali alle due settimane e mezzo di gare, le opere pubbliche allestite non sempre possono essere riadattate per un successivo uso quotidiano; molti degli impianti sportivi creati cessano di operare un minuto dopo la cerimonia di chiusura (Atlanta 1996 e, anche, Torino 2006 sono lì a mostrarcelo).

E allora perché s’insiste? Perché con cadenza ormai quadriennale e con governi diversi ci ritroviamo a discutere della possibilità di una nuova olimpiade romana?

Vi sono, ovviamente, pressioni locali: la pioggia di finanziamenti che consegue all’organizzazione di un evento sportivo è assai allettante per una città o una regione. E agiscono considerazioni d’immagine e di prestigio, per un paese e per il suo governo. È – ospitare i giochi olimpici – momento di proiezione simbolica di potenza e di costruzione conseguente di consenso. Più di tutto, però, è scorciatoia politica e amministrativa. Un modo per aggirare, con proclami eclatanti e l’organizzazione di eventi di grandi dimensioni, la complessità di un’opera quotidiana di governo, del locale e del nazionale, che spesso ne è risultata ancor più aggravata.

Il Giornale di Brescia, 16 dicembre 2014

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