Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2015

Obama cerca di dettare l’agenda futura

Il pulpito presidenziale è servito, una volta ancora, a Barack Obama per parlare in modo alto al paese. Nell’annuale discorso sullo stato dell’Unione il presidente statunitense ha avanzato una nuova serie di proposte ambiziose e, quasi certamente, irrealizzabili. In particolare, ha sollecitato il Congresso ad accettare un aumento dell’imposizione fiscale sui redditi da capitale, su banche e istituzioni finanziarie con patrimoni superiori ai 50 miliardi di dollari che assumono determinati rischi nelle loro operazioni e su patrimoni finanziari ereditati. L’aumento del gettito fiscale così ottenuto – stimato in 320 miliardi di dollari su un decennio – andrebbe utilizzato per estendere l’istruzione gratuita nei college pubblici biennali, garantire più generosi permessi per malattia e offrire varie forme di sostegno alle famiglie.

È improbabile che anche solo una parte di questo piano possa superare il vaglio di un Congresso a chiara maggioranza repubblicana, dichiaratamente ostile alle proposte e, più in generale, alla filosofia che vi sottostà. Vi è, anzi, un che di paradossale nella baldanza e, anche, nell’ambizione di un Presidente il cui partito ha appena subito una pesantissima sconfitta elettorale, perdendo anche il controllo del Senato. Come si spiega questo paradosso? Cosa motiva Obama a rilanciare e a non cercare, a dispetto delle parole di circostanza, un qualche compromesso al ribasso, abbandonando quasi del tutto quella retorica conciliante spesso utilizzata in passato?

Diverse risposte possono essere offerte. Come ha candidamente ammesso in uno dei passaggi più divertenti del suo discorso, Obama non ha più competizioni elettorali da affrontare. È, in altre parole, libero da vincoli elettorali. La scadenza del 2016, e la lunga campagna presidenziale, in un certo qual senso lo avvantaggiano. Gli permettono di essere più coraggioso anche di fronte al suo partito e ai suoi candidati, che saranno costretti inevitabilmente a spostarsi a sinistra durante le primarie, quando il voto è in maggioranza quello dei militanti. In secondo luogo, Obama può beneficiare degli eccellenti dati economici, con la disoccupazione scesa stabilmente sotto il 6%, tassi di crescita annua del Pil attorno al 2.5% e conti pubblici sotto controllo (per la prima volta dal 2007, il deficit di bilancio è stato inferiore al 3% del Pil). Anche se gli effetti sono sentiti solo in parte dall’opinione pubblica americana, questi progressi stanno contribuendo alla crescita del consenso del Presidente e, soprattutto, potrebbero permettere una trasformazione del dibattito pubblico e politico negli Usa. È questo, infatti, l’obiettivo di Obama: modificare la natura di tale dibattito, mettendovi al centro la questione della diseguaglianza. I dati economici non possono nascondere che i benefici della crescita siano andati a una ristretta fascia di privilegiati. Che lo scarto tra i redditi alti e altissimi e gli altri si sia ulteriormente amplificato. È un tema, quello della diseguaglianza, al quale l’America presta sempre più attenzione e che sta divenendo politicamente trasversale, tanto che su esso si sono concentrati di recente anche alcuni candidati repubblicani alle presidenziali, come Jeb Bush e il sempiterno Mitt Romney. Infine Obama agisce in questo modo anche perché ha sperimentato negli anni scorsi l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di trovare una qualche convergenza con un fronte, quello repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, in balia delle sue frange più radicali e raramente disponibile alla mediazione e al compromesso. Sarà così anche nei prossimi due anni. Ma dall’altra vi sarà un Presidente che, come abbiamo visto, è pronto a usare in modo estensivo e spregiudicato i poteri presidenziali, a rilanciare ogni qualvolta sarà possibile e, anche, a condizionare tempi e contenuti del dibattito politico e della prossima campagna elettorale.

Il Giornale di Brescia, 22 gennaio 2015

Il nuovo terrorismo

In attesa di dettagli più precisi sulla biografia dei terroristi che hanno ucciso 12 persone ieri a Parigi, e di capire se si tratti di un gruppo isolato o se esso sia legato a qualche organizzazione terroristica internazionale, sembra certo che la loro formazione sia avvenuta in una delle “guerre sante” combattute nell’ultimo decennio, nella fattispecie il conflitto civile in Siria.

E ciò ci rivela il volto sfuggente, complesso e mutevole del terrorismo odierno. La difficoltà non solo del comprenderne le matrici e le origini, ma anche le pratiche, l’organizzazione e il modus operandi. Una difficoltà che alimenta legittime paure, ma che rischia anche di scatenare reazioni emotive e irrazionali e di produrre risposte in ultimo irrealistiche e controproducenti.

Al Qaeda è sempre stata una realtà multiforme, priva di una strutturazione rigida e di una gerarchia decisionale ben definita; un brand più che un’organizzazione, con l’immagine iconica di Bin Laden a offrire un’unità simbolica a un arcipelago di gruppi, sigle, leader e realtà. Le trasformazioni dell’ultimo decennio sembrano avere accentuato questa dimensione, riducendo il peso e l’appeal del brand originale e alimentando un’ulteriore atomizzazione del terrorismo internazionale, capace, però, di renderlo ancor più pericoloso per le società europee.

Guerre sbagliate condotte con metodi sbagliati, il peso rilevante di un Islam radicale che non viene contenuto né circoscritto, il fallimento di molte politiche d’integrazione, l’alienazione di comunità d’immigrati (un giro in alcune banlieues parigine è molto istruttivo al riguardo): questi e altri fattori sono comunemente menzionati per spiegare un fenomeno – quello di una possibile jihad in Europa – di cui l’azione terroristica contro il giornale satirico Charlie Hebdo potrebbe essere la prima salve.

I dati da cui partire sono diversi. Quello principale è rappresentato da processi di radicalizzazione individuale nei quali convergono vari fattori, tra loro molto diversi. E che trovano talora sfogo in quello che sembra essere l’ultimo grande radicalismo rimasto nel mercato delle ideologie: il fondamentalismo religioso e le sue guerre sante. I numeri sono in sé limitati, finanche minuscoli; sufficienti però per colpire, fare male, catalizzare dinamiche politiche e sociali poco controllabili, come vediamo bene in gran parte d’Europa a partire proprio dalla Francia. Secondo alcune stime, i cittadini di nazionalità francese che si sono recati a combattere in Siria sono circa 800: il numero maggiore tra gli stati dell’Unione Europea. Una gran parte ha scelto di farlo per lo stato Islamico della Siria e del Levante. Di nuovo, a quanto sappiamo le scelte sono state spesso individuali e non rubricabili sotto una singola categoria: vi sono, ovviamente, giovani di origine araba e religione mussulmana; ma anche francesi convertiti all’Islam o immigrati di prima generazione alla ricerca di radici e identità. L’esperienza di guerra produce spesso un’ulteriore radicalizzazione e, ovviamente, la maturazione di competenze e capacità militari in precedenza assenti. Per quanto numericamente ridotti e frequentemente intercettati dai servizi d’intelligence, i veterani delle jihad pongono una minaccia rilevante ai loro paesi e società d’origine. Di cui possono sfruttare le maglie larghe di politiche di sicurezza che non possono essere troppo invasive e capillari pena il rischio di degenerazione in veri e propri stati di polizia; e che si muovono a proprio agio nell’usare strumenti di comunicazione e social networks che faciltano tanto la costruzione di reti flessibili quanto, appunto, l’attivazione di cellule in grado di operare con grande autonomia e indipendenza. Contro le quali si può poco, quantomeno nel breve periodo. Se non, appunto, mantenere i nervi saldi ed evitare isterismi e demagogie.