Mario Del Pero

Obama cerca di dettare l’agenda futura

Il pulpito presidenziale è servito, una volta ancora, a Barack Obama per parlare in modo alto al paese. Nell’annuale discorso sullo stato dell’Unione il presidente statunitense ha avanzato una nuova serie di proposte ambiziose e, quasi certamente, irrealizzabili. In particolare, ha sollecitato il Congresso ad accettare un aumento dell’imposizione fiscale sui redditi da capitale, su banche e istituzioni finanziarie con patrimoni superiori ai 50 miliardi di dollari che assumono determinati rischi nelle loro operazioni e su patrimoni finanziari ereditati. L’aumento del gettito fiscale così ottenuto – stimato in 320 miliardi di dollari su un decennio – andrebbe utilizzato per estendere l’istruzione gratuita nei college pubblici biennali, garantire più generosi permessi per malattia e offrire varie forme di sostegno alle famiglie.

È improbabile che anche solo una parte di questo piano possa superare il vaglio di un Congresso a chiara maggioranza repubblicana, dichiaratamente ostile alle proposte e, più in generale, alla filosofia che vi sottostà. Vi è, anzi, un che di paradossale nella baldanza e, anche, nell’ambizione di un Presidente il cui partito ha appena subito una pesantissima sconfitta elettorale, perdendo anche il controllo del Senato. Come si spiega questo paradosso? Cosa motiva Obama a rilanciare e a non cercare, a dispetto delle parole di circostanza, un qualche compromesso al ribasso, abbandonando quasi del tutto quella retorica conciliante spesso utilizzata in passato?

Diverse risposte possono essere offerte. Come ha candidamente ammesso in uno dei passaggi più divertenti del suo discorso, Obama non ha più competizioni elettorali da affrontare. È, in altre parole, libero da vincoli elettorali. La scadenza del 2016, e la lunga campagna presidenziale, in un certo qual senso lo avvantaggiano. Gli permettono di essere più coraggioso anche di fronte al suo partito e ai suoi candidati, che saranno costretti inevitabilmente a spostarsi a sinistra durante le primarie, quando il voto è in maggioranza quello dei militanti. In secondo luogo, Obama può beneficiare degli eccellenti dati economici, con la disoccupazione scesa stabilmente sotto il 6%, tassi di crescita annua del Pil attorno al 2.5% e conti pubblici sotto controllo (per la prima volta dal 2007, il deficit di bilancio è stato inferiore al 3% del Pil). Anche se gli effetti sono sentiti solo in parte dall’opinione pubblica americana, questi progressi stanno contribuendo alla crescita del consenso del Presidente e, soprattutto, potrebbero permettere una trasformazione del dibattito pubblico e politico negli Usa. È questo, infatti, l’obiettivo di Obama: modificare la natura di tale dibattito, mettendovi al centro la questione della diseguaglianza. I dati economici non possono nascondere che i benefici della crescita siano andati a una ristretta fascia di privilegiati. Che lo scarto tra i redditi alti e altissimi e gli altri si sia ulteriormente amplificato. È un tema, quello della diseguaglianza, al quale l’America presta sempre più attenzione e che sta divenendo politicamente trasversale, tanto che su esso si sono concentrati di recente anche alcuni candidati repubblicani alle presidenziali, come Jeb Bush e il sempiterno Mitt Romney. Infine Obama agisce in questo modo anche perché ha sperimentato negli anni scorsi l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di trovare una qualche convergenza con un fronte, quello repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, in balia delle sue frange più radicali e raramente disponibile alla mediazione e al compromesso. Sarà così anche nei prossimi due anni. Ma dall’altra vi sarà un Presidente che, come abbiamo visto, è pronto a usare in modo estensivo e spregiudicato i poteri presidenziali, a rilanciare ogni qualvolta sarà possibile e, anche, a condizionare tempi e contenuti del dibattito politico e della prossima campagna elettorale.

Il Giornale di Brescia, 22 gennaio 2015

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