Mario Del Pero

Obama e la Libia

Nell’ultimo fronte di crisi apertosi in Libia spicca indubbiamente la passività degli Stati Uniti. Obama, che  si appresta a inaugurare a Washington una due giorni su come fronteggiare la violenza degli estremismi, ha deciso di chiedere al Congresso una esplicita autorizzazione ad utilizzare la forza contro l’ISIS. Un’autorizzazione, questa, vincolata da una serie di restrizioni – di tempo (3 anni)  e sul dispiegamento di truppe di terra (solo forze speciali)  – che non si estendono però alla geografia, in quanto si chiede di poter agire non solo in Iraq e in Siria ma anche contro “persone o forze” associate all’ISIS, senza limiti spaziali definiti.

Ma sulla Libia, sulla situazione di Derna e sui raid egiziani finora poco è stato detto o proposto, a parte la dichiarazione congiunta di ieri sera sulla necessità di trovare una soluzione politica. Come si spiega questa inazione? È anch’essa indicativa di una più generale crisi di leadership degli Usa?

È difficile dare una risposta netta a questi interrogativi. Nella posizione statunitense agisce indubbiamente la difficoltà di relazionarsi a una situazione fluida e mutevole, oltre che il desiderio di evitare errori, anche di comunicazione, simili a quelli compiuti rispetto alla Siria. E pesa il convincimento, esplicitato in passato da alcuni consiglieri del Presidente, che vadano evitate azioni poco ponderate capaci di fare il gioco di un avversario, terribile e osceno sì, ma militarmente assai fragile e vulnerabile; un avversario, cioè, che spesso trae beneficio dalle “sovra-reazioni” alle sue gesta. Incidono, inoltre, valutazioni politiche e la speranza di non dover trasformare la Libia in un nuovo fronte di dibattito interno, alimentando il convincimento già forte tra l’opinione pubblica statunitense che il Medio Oriente sia sfuggito di mano e che nella regione la passività di Obama non abbia prodotto risultati migliori dell’attivismo di Bush. Infine, opera la convinzione che la guerra che rovesciò Gheddafi nel 2011 – sostenuta dall’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, ma osteggiata da quello della Difesa, Gates e appoggiata senza entusiasmo da Obama – sia stata un grave errore e che gli europei, Francia e Gran Bretagna in primis, che la guidarono debbano farsi oggi carico delle conseguenze.

Cosa auspica l’amministrazione Obama e quali vantaggi potrebbe trarre dalla crisi libica? Innanzitutto che, come già in Siria, l’estremismo del marchio ISIS (visto che di brand più che di vera struttura sembra trattarsi) serva a compattare un ampio fronte, regionale e internazionale, con una conseguente divisione di compiti e responsabilità. Gli Usa, e la loro forza aerea, rimarrebbero ovviamente indispensabili. Non sarebbero però soli sulla prima linea – pratica e simbolica – di un confronto dove proprio sfidare il grande nemico statunitense agisce da moltiplicatore di consenso e di capacità di reclutamento.  In secondo luogo, la sfida di questa nuova incarnazione dell’Islam radicale potrebbe ridurre ulteriormente le pressioni di chi, soprattutto dentro il partito democratico, chiede di non abbandonare i dogmi dell’interventismo umanitario o tradire lo spirito delle primavere arabe. Legittimerebbe, in altre parole, una forma di realpolitik, spregiudicata e finanche cinica, che giustifica e avalla collaborazioni con regimi di cui fino a non molto tempo fa si auspicava il rovesciamento. Il pieno sdogamento dell’Egitto di al-Sisi sembra evidenziarlo. In ultimo, potrebbe contribuire a facilitare un dialogo multilaterale rispetto al quale rimangono centrali i negoziati sul nucleare iraniano, finalizzati anche al pieno reintegro di Teheran nel gioco diplomatico regionale.

Sono auspici, questi, in un contesto mediorientale oggi comunque meno centrale per gli Usa e in un teatro, quella libico, anch’esso periferico per Washington, la cui evoluzione dipenderà primariamente da dinamiche interne che sono assai poco controllabili.  E rispetto alle quali gli Usa, come l’Europa, pagano il peso dei gravi errori compiuti in passato.

Il Messaggero, 18 febbraio 2015

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