Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2015

Obama e il terrorismo

Il terribile attentato di Tunisi rivela, una volta ancora, la forza, adattabilità e mutevolezza di un terrorismo di matrice islamica che si riesce di volta in volta a sconfiggere o contenere, ma mai pienamente a debellare o ridurre all’impotenza. La persistenza della sfida terroristica, e più in generale l’instabilità di ampie parti del Medio Oriente che essa alimenta e della quale si nutre, viene viene spesso spiegata come conseguenza delle deficienze della politica estera di Obama: della mancanza di una coerente strategia statunitense, in Medio Oriente e contro il terrorismo. Solo gli Stati Uniti, si asserisce, sono in grado di alterare i termini della equazione che avvantaggia oggi il radicalismo islamico, nelle sue molteplici forme e manifestazioni: per le impareggiabili risorse militari che essi possono mettere sul campo e per il peso diplomatico necessario a coordinare un’azione multilaterale capace di coinvolgere anche i diversi soggetti regionali.

Si tratta di una lettura superficiale, parziale e spesso strumenta        le. Il “tiro all’Obama” è ormai attività popolare e facile, così come è facile offrire una spiegazione monocausale – la passività degli Stati Uniti – di fenomeni e processi estremamente complessi e ambigui. Di certo, però, la riluttanza e finanche la fatica degli Usa a offrire risposte alle diverse crisi mediorientali hanno contribuito all’acutizzazione e diffusione di queste crisi. Hanno cioè concorso a dare un’immagine di vulnerabilità e debolezza del fronte anti-terroristico, impedendo una risposta unitaria che abbisogna invece di una leadership statunitense chiara e inequivoca.

Come si spiegano, quindi, questa fatica e questa riluttanza? Quali fattori e logiche vi sottostanno? Diverse risposte possono essere offerte nello spiegare un atteggiamento, quello dell’amministrazione Obama, determinato tanto da scelte precise quanto da costrizioni, interne e internazionali, che ne limitano la libertà d’azione.

Innanzitutto, non è vero sia mancata una strategia contro il terrorismo. Al contrario, l’amministrazione Obama ha preservato e finanche esteso alcuni elementi della controversa “lotta al terrore” di Bush. Attraverso l’uso ampio ed estensivo dei droni è stata promossa un’intensa, e assai controversa, campagna di eliminazioni mirate (ispirata, tra l’altro, dal desiderio di non portare ulteriori prigioneri a Guantanamo), laddove l’azione dell’intelligence è stata estesa in modo ampio e quasi indiscriminato, provocando non poche tensioni anche con alleati storici, soprattutto in Europa. I poteri presidenziali ne sono risultati ulteriormente ampliati, portando Obama in rotta di collisione con importanti organizzazioni per i diritti civili e con figure non marginali del suo stesso partito. Sul breve periodo, almeno fino all’emergere della sfida dell’ISIS, questa strategia è parsa funzionare: non vi sono stati attacchi terroristici; i vertici di Al Qaeda sono stati decapitati; il conflitto a bassa intensità non ha provocato vittime statunitensi, risultando di fatto invisibile e quindi politicamente tollerabile.

Ma la rapida fine di quelle che con superficialità omologatrice furono ribattezzate le “primavere arabe”, la decrescente centralità geopolitica del Medio Oriente  e il pieno manifestarsi della nuova sfida dell’Islam radicale hanno rivelato i limiti e le contraddizioni di questo approccio. E hanno messo a nudo tutte le difficoltà che gli Stati Uniti hanno oggi nell’esercizio della loro egemonia. Alzare la soglia dell’intervento in Medio Oriente, dispegando forze di terra, non è praticabile: perché rischia di essere controproducente, come il caso iracheno ha ben rivelato; e perché mancano le necessarie condizioni politiche negli Usa. L’assenza d’iniziativa da parte statunitense ha però riverberi a cascata. Produce una sorta di effetto domino, in virtù del quale l’attesa, vana, di un’azione del soggetto egemone paralizza tutti gli altri. E alimenta l’impressione di forza di un avversario in realtà fragile, capace però di riprodursi e mutare pelle in continuazione, di generare processi emolutivi e di sostenere costi e sofferenze che la controparte non appare invece in grado di reggere.

Il Messaggero, 21 marzo 2015

L’Iran e la sfida dei senatori repubblicani

Redatta dal giovane senatore dell’Arkansas, Tim Cotton, e firmata da 47 dei 54 membri repubblicani del Senato, la “lettera aperta ai leader della Repubblica islamica dell’Iran” lascia a bocca aperta per il suo contenuto e per la forma, a dir poco irrituale e provocatoria. Questo gruppo di senatori asserisce di dover scrivere ai vertici di Teheran perché forse essi non “comprendono appieno la natura del sistema costituzionale” americano. Nel farlo, li informa che i trattati veri e propri abbisognano della ratifica di una maggioranza qualificata al Senato. E che in assenza di voto congressuale, quello tra Iran e Stati Uniti sarà al massimo un “accordo esecutivo”, che il prossimo Presidente potrebbe “cancellare con un colpo di penna” e i cui termini sono comunque emendabili dal Congresso.

Qualche commentatore ha scomodato persino il Logan Act del 1799, per il quale è reato per un cittadino statunitense corrispondere con governi stranieri per influenzarne il comportamento in dispute o controversie con gli Stati Uniti. A tanto non si giungerà e, ovviamente, non si può giungere. Ma la provocazione e la sfida sono aperte e palesi.

Intendiamoci, la politica estera è da sempre arena di aspri scontri partigiani che talvolta si sono concretati in veri e propri sabotaggi congressuali dell’operato del Presidente. Che quasi metà Senato firmi una lettera destinata ai vertici di un altro stato – di fatto una paginetta in stile wikipedia su Costituzione e accordi internazionali  – è però stupefacente.

Cosa ci dice pertanto questa vicenda, dei negoziati in corso così come del dibattito politico e pubblico negli Usa?

Innanzitutto, ci rivela quanto impervia sia la strada di un accordo per Obama. E ciò per ragioni che oggi sembrano essere politiche prima ancora che tecniche. Se è vero che il Presidente vuole un accordo per i più ampi riverberi che questo potrebbe avere nel teatro mediorientale, è altrettanto vero che i suoi avversari vi si oppongono per ragioni che vanno al di là della semplice necessità di evitare che l’Iran si doti dell’arma nucleare. L’Iran rimane, per settori rilevanti dell’opinione pubblica statunitense, uno dei nemici assoluti (ruolo, questo, che invece Castro e Cuba hanno perduto da tempo). Secondo i sondaggi Gallup, la percentuale di americani che hanno un’opinione negativa dell’Iran non ha conosciuto rilevanti variazioni tra il 1990 e oggi, attestandosi tra l’80 e il 90%. Nelle percezioni, l’Iran continua a costituire una delle principali minacce alla sicurezza degli Usa, senza che vi siano stati significativi mutamenti nell’ultimo decennio, quando anzi la rappresentazione del pericolo iraniano è stata spesso sussunta entro quella più generale della minaccia islamica. Attaccare un Presidente percepito come debole e inefficace, contro tale minaccia e più in generale rispetto al caos mediorientale, significa capitalizzare politicamente (e, in prospettiva, elettoralmente) su questi pregiudizi e stereotipi. E significa, ovviamente, mettere un ulteriore bastone tra le ruote di un negoziato che, se portato a compimento, potrebbe costituire un importante successo per Obama. La lettera dei 47 si colloca pertanto in continuità con l’invito, parimenti irrituale, al premier israeliano Netanyahu a intervenire al Congresso. E rivela, anche, una considerazione davvero bassa dell’interlocutore iraniano, trattato alla stregua di uno scolaro alle prese con l’abc della diplomazia. Più di tutto, mostra come tra i tanti effetti della polarizzazione politica degli ultimi anni vi sia stato anche un significativo abbassamento del livello e della qualità della discussione. Sulle questioni internazionali vi sono stati, in passato, scontri feroci e non sono certo mancati i colpi bassi, ma la discussione ha visto di volta in volta fronteggiarsi giganti della politica americana e una letterina come quella redatta dal senatore Tim Cotton non vi avrebbe trovato davvero mai spazio.

Il Giornale di Brescia, 12 marzo 2015

Obama e Netanyahu

Quello di Benjamin Netanyahu e del capogruppo repubblicano alla Camera, John Boehner, che lo ha invitato a intervenire al Congresso è un gesto di sfida eclatante e clamoroso.  Per quanto si sia cercato negli ultimi giorni di smorzare toni e tensioni, si tratta di una vicenda che non ha precedenti nella storia statunitense recente. Accettando l’invito dei repubblicani, il Primo Ministro d’Israele è entrato a pié pari nell’aspro scontro politico in corso negli Usa, denunciando le scelte e la strategia di Obama. E lo ha fatto nel pieno della campagna elettorale per il rinnovo del parlamento israeliano, inserendo quindi nell’equazione anche questa ulteriore variabile.

Intendiamoci, che la politica estera degli Usa si muova secondo un responsabile spirito bipartisan e sia impermeabile a pressioni di soggetti esterni è una di quelle leggende che, per quanto diffuse e popolari, sono del tutto smentite dall’esperienza, passata e presente, del paese. Eppure a tanto non si era mai giunti, almeno di non voler scomodare i primi anni di storia degli Stati Uniti quando metà o più Congresso era sul libro paga di potenze straniere. Ci si chiede dunque perché Netanyahu abbia azzardato così tanto e cosa ci dica questo dei rapporti tra Israele e il loro alleato e protettore, gli Stati Uniti.

È chiaro come a monte abbia agito un calcolo tanto di opportunità quanto di possibilità politiche. In una campagna combattuta, come quella in corso in Israele, alzare la soglia dello scontro con un Presidente come Obama, così inviso a larga parte della destra israeliana, può portare evidenti dividendi elettorali. Che non sembrano peraltro imporre contropartite in termini d’immagine e popolarità negli Stati Uniti. Tutti i sondaggi ci rivelano infatti come il consenso di Netanyahu negli Usa rimanga alto e non sia stato comunque danneggiato dalla controversia. Un dato in parte sorprendente, questo, spiegabile con la diminuzione dell’apprezzamento dell’opinione pubblica statunitense verso la politica mediorientale di Obama e la frequente contrapposizione tra la presunta debolezza del Presidente e l’acclarata fermezza del governo israeliano. Vantaggi elettorali e praticabilità politica non sono però sufficienti a spiegare la scelta di Netanyahu di accogliere l’invito, di per sé assai strumentale, di Boehner. È evidente come vi sia oggi una marcata differenza nelle visioni strategiche e nelle politiche di sicurezza d’Israele e degli Stati Uniti. Per il primo, l’Iran rimane un avversario assoluto ed esistenziale, al quale va mantenuto uno status di paria nel sistema internazionale corrente. Obama ritiene invece che vi siano differenze e divisioni dentro il regime iraniano e che queste vadano sfruttate per favorire l’ala più moderata e dialogante. Soprattutto, comprende l’importanza crescente dell’Iran nel complesso scacchiere mediorientale e la necessità quindi di coinvolgerlo in un’azione diplomatica multilaterale indispensabile alla stabilizzazione dell’area e al contenimento dell’Islam più radicale. Per Obama i negoziati sul nucleare sono fondamentali anche per i possibili vantaggi collaterali che ne potrebbero conseguire, su tutti la piena cooptazione di Teheran nella gestione dell’ordine regionale. Per Netanyahu, al di là del timore – più o meno fondato, più o meno esagerato – del programma nucleare iraniano, i negoziati in corso minacciano invece di costituire la premessa sia di una piena legittimazione dell’Iran sia di una potenziale, conseguente riduzione dell’importanza della relazione speciale tra Israele e gli Stati Uniti. Anche per questo ha deciso di sfidare così apertamente Obama, trovando ovviamente una sponda nella leadership repubblicana che al Congresso sta cercando in tutti i modi di ostacolare il dialogo tra Washington e Teheran. La ferma e irata reazione dell’amministrazione induce a ritenere che non sia stata una scommessa vincente. Di certo si tratta di un precedente rilevante dentro un dibattito, quello congressuale e politico statunitense, sempre più polarizzato e conflittuale.

Il Messaggero, 4 marzo 2015