Mario Del Pero

L’Iran e la sfida dei senatori repubblicani

Redatta dal giovane senatore dell’Arkansas, Tim Cotton, e firmata da 47 dei 54 membri repubblicani del Senato, la “lettera aperta ai leader della Repubblica islamica dell’Iran” lascia a bocca aperta per il suo contenuto e per la forma, a dir poco irrituale e provocatoria. Questo gruppo di senatori asserisce di dover scrivere ai vertici di Teheran perché forse essi non “comprendono appieno la natura del sistema costituzionale” americano. Nel farlo, li informa che i trattati veri e propri abbisognano della ratifica di una maggioranza qualificata al Senato. E che in assenza di voto congressuale, quello tra Iran e Stati Uniti sarà al massimo un “accordo esecutivo”, che il prossimo Presidente potrebbe “cancellare con un colpo di penna” e i cui termini sono comunque emendabili dal Congresso.

Qualche commentatore ha scomodato persino il Logan Act del 1799, per il quale è reato per un cittadino statunitense corrispondere con governi stranieri per influenzarne il comportamento in dispute o controversie con gli Stati Uniti. A tanto non si giungerà e, ovviamente, non si può giungere. Ma la provocazione e la sfida sono aperte e palesi.

Intendiamoci, la politica estera è da sempre arena di aspri scontri partigiani che talvolta si sono concretati in veri e propri sabotaggi congressuali dell’operato del Presidente. Che quasi metà Senato firmi una lettera destinata ai vertici di un altro stato – di fatto una paginetta in stile wikipedia su Costituzione e accordi internazionali  – è però stupefacente.

Cosa ci dice pertanto questa vicenda, dei negoziati in corso così come del dibattito politico e pubblico negli Usa?

Innanzitutto, ci rivela quanto impervia sia la strada di un accordo per Obama. E ciò per ragioni che oggi sembrano essere politiche prima ancora che tecniche. Se è vero che il Presidente vuole un accordo per i più ampi riverberi che questo potrebbe avere nel teatro mediorientale, è altrettanto vero che i suoi avversari vi si oppongono per ragioni che vanno al di là della semplice necessità di evitare che l’Iran si doti dell’arma nucleare. L’Iran rimane, per settori rilevanti dell’opinione pubblica statunitense, uno dei nemici assoluti (ruolo, questo, che invece Castro e Cuba hanno perduto da tempo). Secondo i sondaggi Gallup, la percentuale di americani che hanno un’opinione negativa dell’Iran non ha conosciuto rilevanti variazioni tra il 1990 e oggi, attestandosi tra l’80 e il 90%. Nelle percezioni, l’Iran continua a costituire una delle principali minacce alla sicurezza degli Usa, senza che vi siano stati significativi mutamenti nell’ultimo decennio, quando anzi la rappresentazione del pericolo iraniano è stata spesso sussunta entro quella più generale della minaccia islamica. Attaccare un Presidente percepito come debole e inefficace, contro tale minaccia e più in generale rispetto al caos mediorientale, significa capitalizzare politicamente (e, in prospettiva, elettoralmente) su questi pregiudizi e stereotipi. E significa, ovviamente, mettere un ulteriore bastone tra le ruote di un negoziato che, se portato a compimento, potrebbe costituire un importante successo per Obama. La lettera dei 47 si colloca pertanto in continuità con l’invito, parimenti irrituale, al premier israeliano Netanyahu a intervenire al Congresso. E rivela, anche, una considerazione davvero bassa dell’interlocutore iraniano, trattato alla stregua di uno scolaro alle prese con l’abc della diplomazia. Più di tutto, mostra come tra i tanti effetti della polarizzazione politica degli ultimi anni vi sia stato anche un significativo abbassamento del livello e della qualità della discussione. Sulle questioni internazionali vi sono stati, in passato, scontri feroci e non sono certo mancati i colpi bassi, ma la discussione ha visto di volta in volta fronteggiarsi giganti della politica americana e una letterina come quella redatta dal senatore Tim Cotton non vi avrebbe trovato davvero mai spazio.

Il Giornale di Brescia, 12 marzo 2015

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