Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2015

Due narrazioni, nessuna politica

Le diverse narrazioni del dramma dei migranti nel Mediterraneo danno la cifra sia delle divisioni che attraversano oggi l’Europa sia dell’inettitudine delle politiche adottate dalla UE in risposta a processi migratori sempre meno controllabili. Per l’Italia e per molti altri stati dell’Europa meridionale si tratta in primis di un problema umanitario di cui Roma, come Matteo Renzi non si stanca di ripetere, non si può fare carico da sola. Per altri paesi, Germania e Gran Bretagna in primis, è una questione primariamente di sicurezza, da affrontarsi potenziando i meccanismi di controllo e adottando misure più dure contro gli scafisti. È in tal senso che va letta l’offerta del Primo Ministro britannico David Cameron di mettere a disposizione una portaelicotteri a condizione però che le persone eventualmente salvate nel Mediterraneo non chiedano poi asilo nel Regno Unito. Le due narrazioni rispondono inevitabilmente alle pressioni che giungono dalle diverse opinioni pubbliche nazionali e al modo in cui la crisi dei migranti viene presentata. Per chi, come l’Italia, sta in prima linea la questione primaria è l’assenza di solidarietà europea e l’insensibilità di molti membri dell’Unione, a partire ovviamente dal suo paese più influente, la Germania. Nella quale, invece, prevale l’idea che il dramma mediterraneo sia un’ulteriore manifestazione dell’inefficienza e debolezza politica dei governi sud-europei, incapaci di svolgere il ruolo che loro compete nelle politiche di sicurezza europee.

È difficile non simpatizzare con il governo italiano, spesso lasciato solo a fronteggiare un problema d’immensa complessità. L’operazione Mare Nostrum fu un tentativo di rispondere alla crisi. Ma un tentativo destinato a essere logorato dalla portata di tale crisi, dalle speculazioni politiche che immediatamente ne scaturirono e dall’insofferenza di una parte crescente dell’opinione pubblica italiana. Era una strada giusta, forse l’unica percorribile e praticabile, che non poteva però essere gestita e sopportata da un paese solo. Di fronte a processi migratori di queste dimensioni, che originano da condizioni rispetto alle quali la comunità internazionale può relativamente poco, l’unica strada è quella di una seria politica comunitaria, capace di mettere in comune i mezzi e le risorse e di socializzare i costi e le conseguenze.

È però immaginabile una simile politica, al di là delle dichiarazioni di circostanza, delle mezze misure e degli impegni come quelli di Cameron? È ahimè lecito dubitarne. Perchè pesano, appunto, le pressioni dei diversi elettorati; perchè le difficoltà economiche europee degli ultimi anni hanno avvelenato, e finanche incattivito, la discussione pubblica rendendo ancor più difficile l’adozione di quelle politiche solidaristiche – di quella generosità – che la situazione imporrebbe; perchè ciò si è riverberato anche nei rapporti intra-UE, come ben si è visto nell’atteggiamento tedesco nei confronti della Grecia e più in generale dei paesi dell’area mediterranea. È un circolo vizioso quello che si è così venuto a determinare, nel quale l’assenza di una politica europea amplifica il dramma dei migranti che a sua volta alimenta divisioni nell’Unione e rende più difficile l’azione comune. L’unica soluzione sarebbe un’iniziativa della potenza egemone, quella Germania che però ha più volte dimostrato di non essere in grado di svolgere il ruolo di guida dell’Europa che la storia oggi le riserverebbe.

 

Obama e Renzi

È un’Italia, quella che Matteo Renzi ha rappresentato ieri nel suo colloquio con Barack Obama, che per gli Usa è forse più importante di quanto non sia stata in gran parte del recente passato. Più importante sia per il suo ruolo all’interno dell’ Unione Europa sia per l’evoluzione di un quadro geopolitico che determina una rinnovata centralità del Mediterraneo. Da questo punto di vista, il governo Renzi potrebbe offrire una sponda importante all’amministrazione Obama, che peraltro non fa mistero (come del resto molti commentatori e media liberal) di guardare con interesse e simpatia all’azione politica del nostro Presidente del Consiglio. Una sponda – quella italiana – su almeno due dossier. Innanzitutto, rispetto a dinamiche intraeuropee contraddistinte oggi da un’egemonia tedesca che molto preoccupa gli Stati Uniti. Perché contribusce a politiche d’austerity che, per quanto mitigate nell’ultimo anno, nuociono alla crescita globale e, anche, alla stabilità europea (e su questo, si sottolinea a Washington, il contrasto tra un Pil statunitense cresciuto tra il 2 e il 3% annuo tra il 2012 e il 2015 e quello stagnante dell’area euro parlerebbe da solo). E perché una Germania egemone in Europa tende a essere una Germania meno atlantica, come evidenziato dall’atteggiamento tedesco sulla questione ucraina e dal crescente scetticismo di Berlino nei confronti delle sanzioni contro la Russia. In secondo luogo, l’auspicio è che l’Italia possa dare un contributo maggiore rispetto a quell’arco di crisi che dal Nord Africa si estende sino al Medio Oriente. Quello libico è ovviamente il teatro cruciale, ancorché non l’unico visto che le discussioni, e i negoziati, si estendono anche all’Afghanistan e al possibile prolungamento della missione italiana; una eventualità, questa, dal valore primariamente simbolico ma che aiuterebbe Obama di fronte a un’opinione pubblica statunitense oggi, come in passato, assai critica verso quello che si ritiene essere l’insufficiente contributo dei partner europei della Nato.

È in grado, però, l’Italia di svolgere questa funzione? Ovvero è nel suo interesse, e nell’interesse del governo Renzi, farlo? Su questo è lecito nutrire più di un dubbio. Finora Renzi si è mosso con abilità in Europa riuscendo tra l’altro a moderare e incanalare pulsioni euro-scettiche e anti-tedesche che rischiavano di alimentare una pericolosa eurofobia. Al di là delle dichiarazioni di circostanza sull’amicizia speciale tra Italia e Stati Uniti, il presidente del Consiglio sa che un allineamento troppo pedissequo agli Usa rischia di essere controproducente. Anche perchè la relazione con gli Stati Uniti, e con un Obama oggi indebolito, non costituisce più il principale o solo veicolo di legittimazione politica internazionale, come è spesso stato nella storia repubblicana. Più importante sembra essere l’azione che si svolge in Europa e dentro la UE. Un discorso per certi aspetti simile vale per il teatro libico e medio-orientale. Rispetto al quale Washington chiede un aumento dell’impegno italiano, in primis militare, sui cui effetti è lecito nutrire molti dubbi e che il paese non sembra in grado di sostenere, politicamente e operativamente.

Ecco perché, dentro una relazione che per l’Italia rimane nodale, lo scarto tra la retorica elargita a piene mani da Renzi durante questo suo viaggio americano e la realtà dei fatti rimane assai ampio. Ed ecco perché alcune ambiguità italiane, emerse ad esempio nella linea tenuta verso la Russia, difficilmente scompariranno. Perché il rapporto con gli Usa è meno importante e politicamente dirimente di un tempo; perché conciliare europeismo e atlantismo è oggi ancor più difficile che in passato; perché il mutamento degli equilibri dentro l’UE incide inevitabilmente sulle relazioni tra l’Europa (e i singoli paesi europei) e gli Stati Uniti.

Il Messaggero, 17 aprile 2015

Una donna alla Casa Bianca?

Sono pronti gli Stati Uniti per una donna alla Casa Bianca? La risposta non può che essere positiva. Per certi aspetti ciò che oggi sorprende è il ritardo della politica sia rispetto ai profondi cambiamenti della società americana sia nel confronto con altre grandi democrazie occidentali. Dagli anni Settanta a oggi, la condizione lavorativa delle donne statunitensi è cambiata radicalmente, in particolare in professioni (e ruoli) tradizionalmente maschili. Tra le donne in età lavorativa, la percentuale di coloro che hanno una laurea è triplicato tra il 1980 e il 2014; maggiore è il numero di diplomate che s’iscrivono all’università (il 71% contro il 61% maschile) e maggiore, di circa il 30%, il tasso di successo accademico misurato con il conseguimento della laurea. Nell’ultimo trentennio, pur permanendo disparità e discriminazioni, il salario medio femminile è passato dal 62 all’82% di quello maschile.

La politica, si diceva, è stata più lenta a recepire e rappresentare questi cambiamenti. Ma si è anch’essa rapidamente adeguata. Attualmente il numero di donne al Congresso è di 104 (20 al senato e 84 alla Camera), corrispondente a circa il 20% del totale. Erano appena 28 agli inizi degli anni Settanta. Nell’ultimo ventennio, molte donne hanno occupato ruoli chiave nelle amministrazioni repubblicane e democratiche, anche in ambiti – come la politica estera e di sicurezza – tradizionalmente riservati agli uomini. Donne sono state tre degli ultimi cinque segretari di Stato – Madeleine Albright, Condoleezza Rice e Hillary Clinton – e due degli ultimi cinque Consiglieri per la Sicurezza Nazionale: Condoleezza Rice, nuovamente, e Susan Rice. Con Obama una donna, Janet Napolitano, ha guidato dal 2009 al 2013 il dipartimento per la Homeland Security istituito dopo l’11 settembre 2001. Nell’attuale Corte Suprema militano tre delle quattro donne che ne hanno mai fatto parte (la quarta, Sandra Day O’Connor, prima donna ad essere stata nominata nel 1982, si è dimessa nel 2006). Infine, se si ragiona per grandi aggregati, le donne pesano di più nel processo elettorale visto che costituiscono la maggioranza dell’elettorato (il 53%) e hanno dimostrato nell’ultimo ventennio una minor propensione all’astensionismo, con una partecipazione al voto di 3/4 punti percentuali superiore a quella maschile.

È quindi tempo che l’America elegga una donna alla Presidenza. Ma è quella donna Hillary Clinton? Qui la risposta si fa più difficile e l’analisi scivolosa. La Clinton parte da una posizione di oggettiva forza: dispone di risorse e di una macchina elettorale formidabili; è riuscita a suturare molte delle ferite provocate dall’aspro scontro con Barack Obama del 2008 e gode di un consenso ampio tra gli elettori del suo partito; beneficia di quello che appare essere un vantaggio strutturale dei democratici nelle elezioni presidenziali, dove la maggiore partecipazione al voto permette di mobilitare appieno tutte le componenti dell’ampia coalizione che ha fatto vincere Obama nel 2008 e nel 2012, giovani e minoranze in particolare. Ma sconta delle debolezze oggettive, ancorché oggi non facilmente quantificabili, oltre a dover fronteggiare il rischio che un qualche scandalo possa farne deragliare la corsa (le vicende dell’account e-mail privato utilizzato in vece di quello governativo e dei finanziamenti stranieri alla Fondazione Clinton potrebbero avere degli sviluppi nei mesi a venire). Innanzitutto, appare poco credibile il suo presentarsi come candidata della gente comune e della middle class ancora in sofferenza dopo la crisi del 2007. È, Hillary Clinton, esponente quintessenziale dell’establishment come evidenziato dai suoi stretti legami con Wall Street e la grande finanza. Ed è quindi candidato ancora vulnerabile a una campagna populista come quella abilmente condotta da Obama nel 2008. A maggior ragione se si dovesse prospettare una sfida, dal sapore vagamente dinastico e oligarchico, contro Jeb Bush: un nuovo Bush vs. Clinton, dopo quello del 1992. Il tasso di consenso di cui gode la Clinton è sceso di dieci punti (dal 58 al 48%) in poco più di due anni; recenti sondaggi la vedono sconfitta contro diversi candidati repubblicani in swing states cruciali come il Colorado, l’Iowa e la Virginia. A dimostrazione che fatica a intercettare una richiesta di cambiamento e discontinuità che, per quanto meno forte rispetto al 2008, potrebbe ancora condizionare le dinamiche elettorali, delle primarie democratiche così come del voto per la Presidenza.

Il Messaggero, 14 aprile 2015

Hillary for President

Pochi lo avrebbero immaginato, dopo la cocente sconfitta alle primarie democratiche del 2008. Ma ai Clinton non fanno difetto né l’ambizione né la tenacia. Alle quali, nel caso di Hillary, va aggiunta anche una straordinaria auto-disciplina, che l’ha portata ad attendere pazientemente per otto anni la sua seconda chance di essere eletta alla Presidenza. Hillary ha scelto di spendere la prima metà di questi servendo Obama come segretario di Stato. Un segretario di Stato straordinariamente attivo e dinamico e al contempo leale e fidato: attento a non oscurare in alcun modo il Presidente e a evitare polemiche e controversie. E attento, quindi, a ricostruire i rapporti con quei settori del Partito Democratico che non le avevano perdonato le asprezze e, anche, i colpi bassi della campagna del 2008. A quest’opera di mediazione politica è corrisposto il consolidamento di un’immagine di statista che l’esperienza al dipartimento di Stato ha ulteriormente rafforzato.

Completato questo processo, la Clinton è uscita dall’amministrazione e ha attentamente preparato il lancio della sua candidatura. È scomparsa dalla scena pubblica per ritemprarsi dagli sforzi di un quadriennio davvero faticoso. Ha scritto l’autobiografia – piatta, convenzionale e moderatamente auto-ironica – di circostanza. Ha iniziato a raccogliere finanziamenti e costruire quella che si prospetta essere come una straordinaria macchina elettorale. Ha, con attenzione e abilità, preso le distanze dalla politica estera di Obama e da una visione strategica giudicata passiva e insufficientemente ambiziosa.

Le elezioni possono sempre riservare delle sorprese e l’esempio del 2008 è lì a ricordarcelo. Ora come ora, però, è davvero difficile che qualcuno possa contestare a Hillary Clinton la nomina democratica. Troppo potente e capillarmente radicata sul territorio l’apparato elettorale costruito; troppo ingenti le risorse a disposizione, con tutti i maggiori finanziatori democratici pronti a sostenerne la campagna; troppa l’aura d’inevitabilità che circonda la candidatura. Le candidature emerse finora, su tutte quella dell’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, non dispongono dei mezzi, della notorietà e del peso politico necessari per essere competitive. L’unica vera alternativa potrebbe essere rappresentata dalla nuova icona della sinistra democratica, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, che però non sembra avere intenzione di correre e partirebbe comunque ad handicap, dovendo costruire una campagna (e una struttura nazionale) praticamente da zero.

Con il suo profilo e le sue risorse, Hillary Clinton sarebbe favorita per la stessa Presidenza. Anche perché potrebbe mobilitare appieno un voto femminile che già nel 2012 risultò decisivo, visto che andò per il 56% a Obama e per il 44% a Romney (nel voto maschile, invece, Romney prevalse 54 a 46). E un voto femminile che pesa di più perché maggiore in termini assoluti e perché contraddistinto da una minore propensione all’astensione (nel 2012 il tasso di partecipazione al voto delle donne fu di 4 punti percentuali superiore a quello degli uomini).

Ecco perché Hillary Clinton appare favorita in prospettiva 2016. Ma nell’anno e mezzo che la separa dal voto dovrà fronteggiare ostacoli non da poco che potrebbero farne deragliare la candidatura. Innanzitutto gli scandali che, assieme al successo politico, hanno scandito la storia dei Clinton. Scandali oggi legati all’uso assai disinvolto che Hillary Clinton ha fatto dei protocolli in materia di utilizzo e conservazione delle fonti elettroniche durante il suo periodo al dipartimento di Stato, quando invece di usare il normale account governativo (che archivia automaticamente tutte le comunicazioni) si affidò a un’e-mail privata della quale mancano oggi molti messaggi. In secondo luogo potrebbe pesare, come già nel 2008, un desiderio di novità e cambiamento che una candidatura come quella di Clinton non può – per storia personale ed anagrafe (68 anni) – intercettare. Infine, l’eventuale capacità repubblicana di trovare un candidato giovane, capace e dinamico potrebbe sparigliare le carte. Ma questa appare oggi ipotesi davvero molto remota.

 

Un buon accordo

Un buon accordo

Il diavolo, come sempre, è nei dettagli. Nel caso specifico lo è ancor più nelle modalità d’attuazione e di monitoraggio di un accordo dai contorni ancora generali e talora vaghi. Il risultato – per Obama, per l’Iran e per l’Unione Europea – non può però essere sottostimato. La capacità di arricchimento di uranio da parte di Teheran viene significativamente ridotta; quella di produzione di plutonio a scopi militari praticamente azzerata; le pesanti sanzioni della comunità internazionale saranno rimosse solo di fronte all’ottemperamento di queste condizioni; il regime d’ispezioni si prospetta severo e rigoroso; la durata prevista di dieci anni più cinque  garantisce una lunga finestra di verifica e controllo, permettendo, se necessario, di riattivare le sanzioni.

Certo, concessioni a Teheran sono state fatte, su tutte la possibilità di continuare a usare le strutture segrete di Natanz e Fordow. Soprattutto, la difficoltà di separare chiaramente la dimensione militare da quella civile continua a rappresentare uno dei principali impedimenti all’attuazione di una seria ed efficace lotta contro la proliferazione nucleare.

L’accordo quadro è un buon accordo il cui esito dipenderà da come sarà realizzato. Importanti sono però i più ampi riverberi per tutte le parti coinvolte e soprattutto per coloro, negli Usa e in Iran, che hanno dovuto fronteggiare una forte opposizione interna destinata, quantomeno nel caso statunitense, a intensificarsi nelle settimane a venire. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei ottengono di rallentare significativamente il programma nucleare iraniano e, facendolo, di porre le premesse per un pieno reinserimento di Teheran nel contesto internazionale e in quello regionale. La diplomazia nucleare, in altre parole, è anche propedeutica a forme d’interazione e dialogo che le vicende mediorientali hanno reso ancor più urgenti. Ponendo le condizioni per l’uscita di Teheran da una decennale marginalità si evita un ulteriore rafforzamento del suo legame con la Cina, di molto consolidatosi negli ultimi anni. E si agisce su un quadro regionale che è ormai ad alleanze variabili (e inaffidabili) come l’attivismo saudita ben rivela.

Per il regime iraniano tutto ciò significa, in prospettiva, essere reintegrato nelle dinamiche economiche globali, poter esportare il proprio petrolio e garantire standard di vita più alti a una popolazione duramente punita dalle sanzioni. E vuol altresì dire vedere riconosciuto uno status di attore chiave in Medio Oriente, peraltro conquistato sul campo anche grazie agli errori statunitensi post 2001.

Rimangono pesanti incognite, che non sono legate solo ai tanti dettagli ancora inevasi. Il regime iraniano dovrà dimostrare di voler utilizzare con attenzione il capitale diplomatico maturato, sottraendosi a tentazioni egemoniche regionali che attiverebbero immediatamente delle controreazioni, come per l’appunto quella dell’Arabia Saudita. Per quanto difficili da decifrare, gli equilibri interni all’Iran saranno a loro volta fondamentali, anche se oggi l’accordo pare costituire una vittoria per il fronte riformatore del presidente Rohani. Pur indebolita, la parte contraria all’accordo negli Usa rimane influente e combattiva come l’attivismo dei senatori repubblicani, e i recenti articoli di intellettuali neoconservatori quali John Bolton e Joshua Muravchik a sostegno di una guerra preventiva contro l’Iran, hanno evidenziato. La variabile israeliana resta infine centrale, anche se alcuni evidenti errori di Netanyahu hanno indebolito la sua capacità d’influenzare gli Usa e il negoziato.

La partita è ovviamente aperta. Ma l’accordo trovato è un chiaro passo in avanti e, anche, un evidente successo diplomatico per tutte le parti coinvolte, a partire dagli Stati Uniti.

Il Messaggero, 4 aprile 2015