Mario Del Pero

Obama e Renzi

È un’Italia, quella che Matteo Renzi ha rappresentato ieri nel suo colloquio con Barack Obama, che per gli Usa è forse più importante di quanto non sia stata in gran parte del recente passato. Più importante sia per il suo ruolo all’interno dell’ Unione Europa sia per l’evoluzione di un quadro geopolitico che determina una rinnovata centralità del Mediterraneo. Da questo punto di vista, il governo Renzi potrebbe offrire una sponda importante all’amministrazione Obama, che peraltro non fa mistero (come del resto molti commentatori e media liberal) di guardare con interesse e simpatia all’azione politica del nostro Presidente del Consiglio. Una sponda – quella italiana – su almeno due dossier. Innanzitutto, rispetto a dinamiche intraeuropee contraddistinte oggi da un’egemonia tedesca che molto preoccupa gli Stati Uniti. Perché contribusce a politiche d’austerity che, per quanto mitigate nell’ultimo anno, nuociono alla crescita globale e, anche, alla stabilità europea (e su questo, si sottolinea a Washington, il contrasto tra un Pil statunitense cresciuto tra il 2 e il 3% annuo tra il 2012 e il 2015 e quello stagnante dell’area euro parlerebbe da solo). E perché una Germania egemone in Europa tende a essere una Germania meno atlantica, come evidenziato dall’atteggiamento tedesco sulla questione ucraina e dal crescente scetticismo di Berlino nei confronti delle sanzioni contro la Russia. In secondo luogo, l’auspicio è che l’Italia possa dare un contributo maggiore rispetto a quell’arco di crisi che dal Nord Africa si estende sino al Medio Oriente. Quello libico è ovviamente il teatro cruciale, ancorché non l’unico visto che le discussioni, e i negoziati, si estendono anche all’Afghanistan e al possibile prolungamento della missione italiana; una eventualità, questa, dal valore primariamente simbolico ma che aiuterebbe Obama di fronte a un’opinione pubblica statunitense oggi, come in passato, assai critica verso quello che si ritiene essere l’insufficiente contributo dei partner europei della Nato.

È in grado, però, l’Italia di svolgere questa funzione? Ovvero è nel suo interesse, e nell’interesse del governo Renzi, farlo? Su questo è lecito nutrire più di un dubbio. Finora Renzi si è mosso con abilità in Europa riuscendo tra l’altro a moderare e incanalare pulsioni euro-scettiche e anti-tedesche che rischiavano di alimentare una pericolosa eurofobia. Al di là delle dichiarazioni di circostanza sull’amicizia speciale tra Italia e Stati Uniti, il presidente del Consiglio sa che un allineamento troppo pedissequo agli Usa rischia di essere controproducente. Anche perchè la relazione con gli Stati Uniti, e con un Obama oggi indebolito, non costituisce più il principale o solo veicolo di legittimazione politica internazionale, come è spesso stato nella storia repubblicana. Più importante sembra essere l’azione che si svolge in Europa e dentro la UE. Un discorso per certi aspetti simile vale per il teatro libico e medio-orientale. Rispetto al quale Washington chiede un aumento dell’impegno italiano, in primis militare, sui cui effetti è lecito nutrire molti dubbi e che il paese non sembra in grado di sostenere, politicamente e operativamente.

Ecco perché, dentro una relazione che per l’Italia rimane nodale, lo scarto tra la retorica elargita a piene mani da Renzi durante questo suo viaggio americano e la realtà dei fatti rimane assai ampio. Ed ecco perché alcune ambiguità italiane, emerse ad esempio nella linea tenuta verso la Russia, difficilmente scompariranno. Perché il rapporto con gli Usa è meno importante e politicamente dirimente di un tempo; perché conciliare europeismo e atlantismo è oggi ancor più difficile che in passato; perché il mutamento degli equilibri dentro l’UE incide inevitabilmente sulle relazioni tra l’Europa (e i singoli paesi europei) e gli Stati Uniti.

Il Messaggero, 17 aprile 2015

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