Mario Del Pero

Archivio mensile: giugno 2015

Guerra e spionaggio

Telefoni personali violati; comunicazioni di tre presidenti francesi intercettate ed esaminate; informazioni top secret carpite in tempo reale. Le ultime rivelazioni di Wikileaks evidenziano quanto estesa, invasiva e spregudicata sia stata in Francia l’azione di spionaggio promossa dalla National Security Agency (NSA), l’agenzia d’intelligence statunitense responsabile per il monitoraggio e la penetrazione delle comunicazioni  telefoniche ed elettroniche.

La Francia reagisce sdegnata. Un’indignazione politicamente trasversale, che unisce destra e sinistra, vittime in egual misura dello spionaggio della NSA. E mentre Hollande e i suoi collaboratori cercano di rassicurare il paese, e affermano che le comunicazioni fondamentali per la sicurezza e la difesa non corrono sulle linee telefoniche, Sarkozy denuncia i “metodi inaccettabili .. in particolare tra alleati” e l’ex responsabile per il commercio estero, Pierre Lellouche, anch’egli intercettato tra il 2010 e il 2012, si scaglia contro un “comportamento indegno, deplorevole tra nazioni democratiche”.

Si tratta di reazioni di circostanza, a uso e consumo di un’opinione pubblica interna sconcertata e irata. In realtà, tra alleati ci si spia spesso quanto e più che tra nemici, come mostra proprio la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Francia. Nondimeno, si tratta di una vicenda grave, che potrebbe avere conseguenze rilevanti su un’alleanza, quella tra Stati Uniti ed Europa, già sottoposta a fortissime tensioni.

Essa ci rivela quanto profondo e duraturo sia il lascito dell’11 settembre e della risposta che gli Usa diedero allora alla sfida terroristica. Da Guantanamo alla politica di assassini mirati con i droni, dalla pratica della rendition all’utilizzo di contractors e mercenari, molti elementi oscuri della campagna globale e infinita contro il terrorismo sono ancora con noi. Si può anzi affermare che il crescente rigetto della guerra da parte dell’opinione pubblica statunitense, culminato con l’elezione di Obama nel 2008, abbia portato ad accentuarne i caratteri più controversi e oscuri: a fare sì che essa sia condotta in modo sempre più invisibile, silenzioso e nascosto. I vincoli democratici alla conduzione della guerra hanno finito cioè per rendere tale guerra ancor meno democratica e trasparente. Dentro le nuove guerre americane – opache, a bassa intensità, globali e potenzialmente infinite – i servizi d’intelligence hanno svolto e svolgono un ruolo cruciale. A loro sono state attribuite funzioni e compiti crescenti, che ne hanno rafforzato il peso politico e istituzionale e giustificato un operato non di rado discrezionale e privo di controlli. A loro è delegato il compito di sfruttare appieno, e senza remore, le straordinarie risorse tecnologiche di cui dispongono gli apparati di sicurezza americani. Cosa che CIA e NSA hanno fatto, e continuano a fare, come ci mostrano le tante inchieste giornalistiche e le rivelazioni di Snowden e di Wikileaks.

È un’illusione tecnologica e politica, quella che ispira questa guerra nuova e non convenzionale. Un’illusione che porta a intraprendere azioni militari che spesso generano più terroristi di quanti non ne eliminino; che induce la NSA a stivare quantità infinite di megadata che i suoi analisti non riusciranno mai a vagliare ed esaminare, trasformando l’intelligence grezza in vera e propria “intelligenza”. È forse l’unico tipo di guerra che gli Usa sono in grado oggi di condurre e tollerare, come si vede anche dalla reazione disinteressata e sufficiente dei media statunitensi verso questo nuovo scandalo. Ma è una guerra dagli innumerevoli effetti collaterali. Tra i quali anche quello di alienare i più importanti alleati degli Stati Uniti e di alimentare un anti-americanismo già forte e diffuso, in Europa e nel resto del mondo.

Il Messaggero, 25 giugno 2015

Charleston e la linea del colore

La terribile strage avvenuta nella chiesa di Charleston in South Carolina evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, quanto profonda, radicata e irrisolta rimanga la questione razziale negli Stati Uniti. Le conquiste sono state tante, per un paese che fino a mezzo secolo fa accettava la segregazione negli stati del Sud. Ma la divisione continua a essere profonda, ampia e lacerante; rimarginarla appare oggi quanto mai difficile.

Molteplici sono gli indicatori dell’ampiezza e profondità della frattura razziale: il reddito (che per le famiglie e gli individui di colore rimane di circa un terzo inferiore a quello delle famiglie e degli individui bianchi); il tasso di disoccupazione (che per i neri oggi si attesta attorno al 10.5%, quasi il doppio della media nazionale); i dati sulle carceri (gli afroamericani costituiscono il 12.5% della popolazione statunitense, ma circa il 40% di quella attualmente in prigione); l’atteggiamento delle istituzioni, a partire dagli apparati di sicurezza, nei confronti dei diversi gruppi che compongono il grande mosaico statunitense (molteplici statistiche mostrano come un giovane afro-americano sia molto più soggetto a controlli da parte della polizia di un giovane bianco, anche a parità di condizioni sociali, reddito o di titoli di studio).

Eppure, un pezzo di America bianca e razzista si sente assediata. Capisce forse di stare dalla parte sbagliata della storia, per quanto lentamente e incoerentemente questa proceda, come ben evidenzia la persistenza degli squilibri e delle sperequazioni appena illustrati. Nei suoi deliri su Internet, l’assassino di Charleston, il 21enne Dylan Roof, affermava di dover agire contro una razza, quella nera, intenta a “violentare le nostre donne e impossessarsi del nostro paese”. Non c’è nulla di nuovo in questa retorica, in questo linguaggio e in queste farneticazioni. Sono fobie (e follie) antiche, quelle cui Roof si affida nel suo manifesto. Ma sono fobie e follie che, per quanto minoritarie, ancora riecheggiano in certe parti d’America, come, appunto, la South Carolina e gran parte del vecchio Sud. Dove sventolano le bandiere della Confederazione sconfitta nella guerra civile. Dove sopravvivono monumenti e vie dedicate a simboli del sud bianco, separatista e segregazionista. Dove nell’ultimo quarantennio, alle crescenti difficoltà economiche – con l’eccezione della Florida, gli stati del Sud sono quelli col più basso reddito pro-capite e familiare negli Usa – è spesso corrisposto il tentativo di usare storia e tradizione per rinsaldare una nuova identità razziale fondata sull’idea che sia stata, e sia, la comunità bianca la vittima primaria di discriminazioni, ingiustizie e finanche violenze.

L’elezione di Barack Obama non poteva di certo mutare questo stato di cose. Con troppa fretta si è pensato di poter sovrapporre la biografia, unica e per molti aspetti “post-razziale”, del Presidente a quella di un paese che post-razziale non può essere e non è. Anzi, per quel mondo bianco impoverito, incattivito e razzista, l’arrivo di un nero alla Casa Bianca ha ulteriormente alimentato paure e rabbie. Che non originano da follia isolata, come taluni politici oggi cercano di sostenere. Ma che stanno dentro un milieu sociale e culturale radicato e per certi aspetti rinnovato. Alterare questo di cose richiede oggi un’azione costante, paziente e incisiva, per la quale una parte d’America non sembra però essere davvero pronta.

Il Giornale di Brescia, 22 giugno 2015

Putin e noi

Il vertice bavarese del G-7 prima e l’offensiva diplomatica di Putin in Italia poi hanno concorso a rimettere la questione russo-ucraina al centro dell’attenzione politica e mediatica. Con indubbia abilità, Putin ha enfatizzato la rilevanza della Russia per alcuni dei principali stati europei e gli effetti nocivi che le sanzioni stanno avendo sulle loro economie (oltre che su precisi interessi economici). L’obiettivo evidente è quello di acuire tensioni e divisioni già esistenti sia nell’Unione Europea sia nell’Alleanza Atlantica.

Nei suoi interventi, il Presidente russo ha fatto leva su quelle che sono alcune indubbie risorse della potenza russa, che limitano l’efficacia della politica di sanzioni adottata finora. Ma sono elementi di forza bilanciati da debolezze e fragilità non di rado sottaciute o minimizzate. Anzi, nel caso russo risorse e vulnerabilità, forza e debolezza appunto, costituiscono spesso facce di una stessa medaglia: espressioni di quella che è oggi la condizione di Mosca nel contesto globale.

Tra gli elementi di forza di cui la Russia dispone – oltre al potere militare e al peso diplomatico che mai vanno sottovalutati – vi sono ovviamente le risorse naturali, su tutte quel gas naturale che è stato fondamentale per molti paesi europei nel tentativo, in parte riuscito, di ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale. Vi sono altresì gl’investimenti stranieri diretti che sono fluiti copiosi negli ultimi anni e che hanno coinvolto anche alcuni grandi gruppi europei. Qui l’asimmetria transatlantica è evidente, con un’Europa molto più esposta degli Usa e quindi in teoria più vulnerabile alle pressioni russe. Infine, in un’economia vieppiù globalizzata, Mosca può in teoria giocare su molteplici tavoli, facendo leva sul malumore delle potenze emergenti verso un sistema che rimane gerarchizzato attorno al nucleo euro-americano ovvero sfruttando la fame di risorse energetiche di paesi come la Cina o l’India.

È questo in fondo il messaggio che Putin sta cercando di dare, forte anche degli effetti a oggi limitati delle sanzioni e dell’ampio consenso di cui gode in patria. E però, se giriamo la medaglia, la vulnerabilità della Russia si manifesta con pari chiarezza. Quello russo rimane un paese ancora povero, come evidenziato da alcuni basilari indicatori. Il PIL pro-capite è di circa 6/7 volte inferiore a quello statunitense o tedesco; negli ultimi due anni l’economia è cresciuta in modo anemico e nel primo trimestre del 2015 è addirittura declinata (- 1.9%). L’eccessiva dipendenza dalle risorse energetiche pone la Russia in balia di un mercato che si sta rivelando straordinariamente volatile e incerto.  E un mercato dove la capacità di adattamento di molti paesi, a partire dagli Usa, ormai quasi autosufficienti, riduce sul breve/medio periodo l’efficacia della leva di cui disporrebbe Mosca. Infine, nelle gerarchie globali odierne e in un sistema ancora connotato dall’egemonia del dollaro, la Russia ha molto da perdere nell’essere esclusa da politiche di governance mondiale nelle quali forum come il G7 continuano a pesare moltissimo.

È sicuramente una storia di errori, leggerezze e fraintendimenti quella che ha connotato la crisi ucraina e lo scontro che ne è conseguito tra Russia e fronte euro-americano. Comunque si vogliano attribuire colpe e responsabilità – e chi scrive ritiene che quelle russe, a partire dall’annessione della Crimea, siano davvero rilevanti – è chiaro che nessuno ha da guadagnare da un’ulteriore escalation. Men che meno una Russia che abbisogna di tecnologia, investimenti e della possibilità di accedere a una rete di scambi e capitali il cui centro rimane ancor oggi negli Stati Uniti e in Europa.

Il Mattino, 11 Giugno 2015

Il nuovo Freedom act

 

L’approvazione del nuovo Freedom Act da parte del Senato statunitense è stato salutato da molti come un momento di svolta, che chiuderebbe la lunga fase apertasi con gli attentati dell’11 settembre 2001 e con la legislazione per certi aspetti “d’emergenza” che ne seguì. La legge emenda e modifica il vecchio Patriot Act. E lo fa su una delle questioni più spinose e controverse: la possibilità per le agenzie d’intelligence statunitensi di ottenere dalle compagnie telefoniche i metadati delle comunicazioni dei loro utenti. Già dichiarata incostituzionale da un tribunale d’appello federale, questa attività viene ora drasticamente circoscritta e limitata: spetterà alle compagnie telefoniche stivare i metadati; le autorità federali dovranno fare richieste precise e circostanziate, caso per caso, per avervi accesso; l’autorizzazione all’utilizzo da parte dell’apposito tribunale (il FISC, la Foreign Intelligence Surveillance Court) dovrà essere più trasparente, nelle procedure e motivazioni; la Fisc stessa verrà riformata, con la rimozione della segretezza di molte sue decisioni e l’obbligo di ricorrere a pareri legali esterni su questioni nuove o di pubblico interesse.

Obama lo presenta come il migliore compromesso possibile, capace di garantire quell’equilibrio così fragile tra sicurezza e libertà, esigenze della campagna globale contro il terrorismo e tutela dei diritti individuali. Il New York Times celebra il nuovo Freedom Act come una svolta politica e culturale, che chiuderebbe quella lunga notte della ragione alimentata dalle paure del dopo 11 settembre 2001. Persino la più importante organizzazione statunitense per i diritti civili – l’American Civil Liberties Union – descrive la nuova legge come la riforma in materia più importante dell’ultimo quarantennio, a dimostrazione che i cittadini statunitensi non sarebbero più disponibili a dare “un assegno in bianco alle proprie agenzie d’intelligence”.

Ma è davvero così? Per quanto importante, anche nella sua valenza simbolica, si può considerare il Freedom Act come la chiusura di un’epoca? Come fine del lungo post-11 settembre?

Su questo è lecito nutrire dei dubbi. La riforma si concentra sugli Stati Uniti e su quella invasiva attività di monitoraggio delle comunicazioni tra cittadini statunitensi che tante polemiche ha provocato nel paese, soprattutto dopo le rivelazioni di Edward Snowden. Posto che i servizi d’intelligence americani rimangono potentissimi, e che la nuova legge lascia margini significativi di discrezionalità al loro operato, l’azione d’intercettazione e penetrazione delle comunicazioni fuori dai confini degli Usa rimane disciplinata (o non disciplinata) da altre regole. Ed è attività che non sembra preoccupare granché l’opinione pubblica statunitense. Anche perché essa continua ad essere considerata come parte di una campagna globale contro il terrorismo di cui si ritengono leciti i mezzi ed apprezzabili i risultati, su tutti la prevenzione di altri atti terroristici sul suolo statunitense. Prima di essere eletto, Obama aveva denunciato con forza lo stato d’eccezione creato sull’onda emotiva degli attentati del 2001.  Per necessità, inettitudine e calcolo, ha finito per confermarne alcuni pezzi e, paraddosalmente, per accentuarne altri, su tutti la campagna di assassini mirati attraverso i droni. Il Freedom Act è quindi un passo importante ma relativo, dentro il contesto immutato di una infinita “guerra al terrore” dove quasi tutto è lecito e permesso.

Il Giornale di Brescia, 5 giugno 2015