Mario Del Pero

Guerra e spionaggio

Telefoni personali violati; comunicazioni di tre presidenti francesi intercettate ed esaminate; informazioni top secret carpite in tempo reale. Le ultime rivelazioni di Wikileaks evidenziano quanto estesa, invasiva e spregudicata sia stata in Francia l’azione di spionaggio promossa dalla National Security Agency (NSA), l’agenzia d’intelligence statunitense responsabile per il monitoraggio e la penetrazione delle comunicazioni  telefoniche ed elettroniche.

La Francia reagisce sdegnata. Un’indignazione politicamente trasversale, che unisce destra e sinistra, vittime in egual misura dello spionaggio della NSA. E mentre Hollande e i suoi collaboratori cercano di rassicurare il paese, e affermano che le comunicazioni fondamentali per la sicurezza e la difesa non corrono sulle linee telefoniche, Sarkozy denuncia i “metodi inaccettabili .. in particolare tra alleati” e l’ex responsabile per il commercio estero, Pierre Lellouche, anch’egli intercettato tra il 2010 e il 2012, si scaglia contro un “comportamento indegno, deplorevole tra nazioni democratiche”.

Si tratta di reazioni di circostanza, a uso e consumo di un’opinione pubblica interna sconcertata e irata. In realtà, tra alleati ci si spia spesso quanto e più che tra nemici, come mostra proprio la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Francia. Nondimeno, si tratta di una vicenda grave, che potrebbe avere conseguenze rilevanti su un’alleanza, quella tra Stati Uniti ed Europa, già sottoposta a fortissime tensioni.

Essa ci rivela quanto profondo e duraturo sia il lascito dell’11 settembre e della risposta che gli Usa diedero allora alla sfida terroristica. Da Guantanamo alla politica di assassini mirati con i droni, dalla pratica della rendition all’utilizzo di contractors e mercenari, molti elementi oscuri della campagna globale e infinita contro il terrorismo sono ancora con noi. Si può anzi affermare che il crescente rigetto della guerra da parte dell’opinione pubblica statunitense, culminato con l’elezione di Obama nel 2008, abbia portato ad accentuarne i caratteri più controversi e oscuri: a fare sì che essa sia condotta in modo sempre più invisibile, silenzioso e nascosto. I vincoli democratici alla conduzione della guerra hanno finito cioè per rendere tale guerra ancor meno democratica e trasparente. Dentro le nuove guerre americane – opache, a bassa intensità, globali e potenzialmente infinite – i servizi d’intelligence hanno svolto e svolgono un ruolo cruciale. A loro sono state attribuite funzioni e compiti crescenti, che ne hanno rafforzato il peso politico e istituzionale e giustificato un operato non di rado discrezionale e privo di controlli. A loro è delegato il compito di sfruttare appieno, e senza remore, le straordinarie risorse tecnologiche di cui dispongono gli apparati di sicurezza americani. Cosa che CIA e NSA hanno fatto, e continuano a fare, come ci mostrano le tante inchieste giornalistiche e le rivelazioni di Snowden e di Wikileaks.

È un’illusione tecnologica e politica, quella che ispira questa guerra nuova e non convenzionale. Un’illusione che porta a intraprendere azioni militari che spesso generano più terroristi di quanti non ne eliminino; che induce la NSA a stivare quantità infinite di megadata che i suoi analisti non riusciranno mai a vagliare ed esaminare, trasformando l’intelligence grezza in vera e propria “intelligenza”. È forse l’unico tipo di guerra che gli Usa sono in grado oggi di condurre e tollerare, come si vede anche dalla reazione disinteressata e sufficiente dei media statunitensi verso questo nuovo scandalo. Ma è una guerra dagli innumerevoli effetti collaterali. Tra i quali anche quello di alienare i più importanti alleati degli Stati Uniti e di alimentare un anti-americanismo già forte e diffuso, in Europa e nel resto del mondo.

Il Messaggero, 25 giugno 2015

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