Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2015

La lunga stagione delle primarie

La lunga campagna per le presidenziali del 2016 è ormai iniziata. Tra pochi giorni i candidati repubblicani si confronteranno nel primo dei tanti dibattitti che scandiranno le primarie dei due partiti. Partiti, peraltro, che si trovano in condizioni oggi assai diverse. Tra i democratici i candidati sono al momento solamente cinque e vi è un favorito indiscusso, Hillary Clinton. I candidati repubblicani sono invece sedici; i loro profili risultano diversi e capaci ognuno d’intercettare le simpatie delle diverse anime – libertarian, religiosa, nazionalista, moderata – del partito; un outsider oltraggioso e in ultimo ineleggibile come il miliardario Donald Trump sta finora dominando la discussione e si trova addirittura in testa nei sondaggi.

A oggi, l’ipotesi di una contrapposizione simil-dinastica tra un Clinton (Hillary) e un Bush (Jeb, l’ex governatore della Florida e fratello dell’ultimo presidente) rimane la più realistica. Ma le incognite sono molte e nel caso di Jeb Bush la strada verso la nomination si preannuncia ricca di ostacoli. Tra i democratici, il candidato alternativo alla Clinton che ha sinora raccolto i consensi maggiori è Bernie Sanders. Senatore indipendente del Vermont d’idee socialiste, Sanders è quanto di più a sinistra si trovi oggi nel panorama politico statunitense. Ma è anche politico pragmatico che nei suoi 25 anni al Congresso ha dimostrato grande concretezza nel difendere gl’interessi del suo stato. Hillary Clinton ha finora offerto una piattaforma molto attenta a soddisfare quell’elettorato più schierato, che tende a essere sovra-rappresentato alle primarie. Ha cioè parlato un linguaggio di sinistra su temi sentiti, e nodali, come la diseguaglianza e il cambiamento climatico. Ed ha evitato di esporsi su questioni di politica estera, dove il suo interventismo è poco apprezzato dall’elettore medio democratico. Sanders è riuscito nondimeno a mobilitare una sinistra ancora diffidente verso la Clinton. Una sinistra, però, primariamente colta e bianca: rumorosa e visibile, come evidenziato dal grande successo di alcuni comizi di Sanders in centri urbani e nei campus universitari, ma anche elettoralmente circoscritta. Non sarà una strada in discesa, quella che presumibilmente porterà Hillary Clinton alla nomination, anche perché quando di Clinton si tratta, gli scandali sono sempre dietro l’angolo. E non è da escludere che oltre a Sanders, altri candidati – soprattutto l’ex senatore della Virginia Jim Webb – possano avere il loro momento di gloria. Ma è davvero difficile immaginare una sconfitta dell’ex Segretario di Stato.

Il quadro repubblicano è invece molto più fluido e imprevedibile. Trump lo ha destabilizzato con una campagna politicamente scorretta e xenofoba, centrata sul tema dell’immigrazione illegale e sulla necessità di adottare una linea più dura contro i clandestini. I sondaggi lo hanno finora premiato. E questo pone un ovvio problema ai repubblicani che hanno un disperato bisogno di evitare una replica del 2012, quando la radicalizzazione estrema del dibattito danneggiò la credibilità del partito e la sua possibilità di conquistare la Casa Bianca. L’assenza di un candidato forte come la Clinton, il desiderio di cambiamento dell’opinione pubblica e, anche, la storia (dal 48 a oggi, solo nel 1988 lo stesso partito ha conquistato un terzo mandato presidenziale) hanno indotto molti a correre Troppi candidati producono però un processo incontrollabile, che favorisce l’emergere di schegge impazzite come Trump e riduce le probabilità di vittoria.

Il Giornale di Brescia, 29.7.2015

L’accordo sul nucleare iraniano

Che l’accordo sul nucleare iraniano fosse a portata di mano era chiaro dal costante procrastinare la data della scadenza ultima dei negoziati. Troppi elementi spingevano verso il compromesso infine raggiunto. Due leadership, quella statunitense e quella iraniana, inclini come mai prima di oggi a fare delle concessioni significative e mosse dalla comune convinzione che l’assenza di dialogo fosse la reliquia di un passato in larga parte superato. Un contesto di negoziato multilaterale nel quale tutti i mediatori – con la parziale eccezione della Francia – spingevano per l’accordo in nome di una lotta alla proliferazione nucleare che è tornata al centro delle relazioni internazionali correnti. Un quadro geopolitico radicalmente mutato, nel quale il pericolo iraniano – reale, presunto o esagerato esso fosse – risultava vieppiù subordinato ad altre minacce e sfide; e dove Teheran diveniva anzi alleato importante nell’azione contro il fondamentalismo islamico e le sue molteplici (e mutevoli) forme. Una situazione nella quale l’opinione pubblica statunitense, pur fortemente ostile all’Iran – più dell’80% degli americani continua a darne un giudizio negativo, secondo gli ultimi sondaggi Gallup – ritiene che altri siano oggi i nemici che attentano alla sicurezza degli Stati Uniti.

È un accordo, quello appena raggiunto, che va ben oltre il merito e i tecnicismi di come gestire, limitare e contenere il programma nucleare iraniano. Molteplici sono infatti in benefits collaterali che si spera di ottenere. Innanzitutto, si rafforza una politica di non-proliferazione che, nelle intenzioni, dovrebbe aiutare a prevenire una pericolosissima corsa agli armamenti in Medio Oriente e nel resto del mondo. In secondo luogo, si spera di aiutare l’ala moderata di Teheran, a partire dal presidente Rohani. Nel farlo, si sfrutta e consolida quella convergenza strategica con l’Iran che il comune nemico rappresentato dall’ISIS e dal radicalismo sunnita ha concorso ad alimentare. Una convergenza, questa, che contribuisce ad alterare gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Non vi saranno, a brevi, veri e propri rivolgimenti. Ma è chiaro come una piena rilegittimazione dell’Iran e un suo coinvolgimento nelle dinamiche diplomatiche mediorientali siano destinati a ridurre l’importanza dell’Arabia Saudita per gli Stati Uniti e a modificare i termini della relazione speciale tra questi e Israele. Infine, la rimozione dell’embargo può permettere al petrolio iraniano di tornare sul mercato e, per quanto le stime rimangano incerte, contribuire a quel basso prezzo delle risorse energetiche che tanta parte sta avendo nella ripresa globale, anche per i suoi effetti sull’inflazione e sulla conseguente possibilità di promuovere politiche espansive di sostegno alla domanda.

Questo accordo è però solo una tappa. Determinanti saranno ovviamente le sue modalità d’applicazione ovvero la disponibilità iraniana a rispettarne i termini e ad accettare ispezioni e controlli che si preannunciano particolarmente invasivi. Ma vi sono molte altre incognite. Non è detto che chi vi si oppone – Israele ed Arabia Saudita – non agisca per boicottarne i possibili riverberi positivi, magari proprio alimentando quella corsa agli armamenti regionali che si spera di limitare e invertire. Azioni unilaterali di Israele, per quanto oggi assai improbabili, non sono da escludere, anche perché i fronti indiretti di tensione tra Tel Aviv e Teheran, dove un’escalation è sempre possibile, sono molteplici. A maggior ragione se il regime iraniano non dovesse sostanziare questo successo diplomatico con politiche più caute e meno spregiudicate di quanto non sia accaduto nell’ultimo decennio, in Siria così come in Iraq e in Libano. Infine, rimane il contesto interno statunitense, con il fronte repubblicano sul piede di guerra e il suo capogruppo alla Camera, John Boehner, pronto a denunciare l’Iran come il “principale sponsor mondiale del terrore” e l’intesa appena raggiunta come una capitolazione che faciliterà l’acquisizione dell’arma nucleare da parte di Teheran. Obama ha già fatto chiaro che porrà il veto a eventuali bocciature dell’accordo da parte del Congresso. Ma è evidente come una forte mobilitazione politica interna, combinata con la persistenza di un’intensa ostilità pubblica all’Iran, alzerebbe (e presumibilmente alzerà) la soglia della pressione su Teheran e renderà ancor più fragile la tenuta del compromesso. Incognite, queste, di un futuro che di fatto è già iniziato. Grazie a un accordo dalla portata storica, che potrebbe aprire davvero una nuova fase delle relazioni internazionali.

Il Messaggero, 15.7.2015

La crisi greca e il basso profilo di Obama

Barack Obama si è dichiarato preoccupato per la crisi greca e i suoi possibili effetti in Europa e nel resto del mondo. Il suo segretario del Tesoro, Jacob Lew, ha avuto ripetuti colloqui telefonici con i ministri dell’Economia di alcuni dei più importanti paesi dell’Unione Europea, incluso il nostro Padoan, e ha inviato un suo rappresentante personale a Bruxelles per seguire da vicino i negoziati. I media americani, di solito assai disattenti verso le questioni europee, stanno dedicando uno spazio insolito alla vicenda greca. Sulle colonne del New York Times, economisti liberal come Joseph Stiglitz e Paul Krugman usano lo scontro tra Tsipras e la troika per promuovere la loro campagna contro le politiche di austerity adottate in Europa e invocate da molti conservatori negli Stati Uniti. Sul Wall Street Journal si denuncia invece l’irresponsabilità di Tsipras e si evocano possibili riverberi globali della crisi, non dissimili da quelli del 2007-8.

Eppure, l’amministrazione Obama ha finora scelto una linea di basso profilo rispetto alla Grecia, sollecitando solo le due parti ad accettare un compromesso ed evitare lo scontro frontale. È una linea diversa dal passato, quella del Presidente statunitense, che solo il febbraio scorso aveva parole assai dure per la UE (e, implicitamente, per Angela Markel) quando in riferimento alla Grecia affermava che le riforme andassero fatte “con lo sviluppo e non l’austerity” e criticava chi pensava di potere ulteriormente “spremere un paese in recessione”.

È un basso profilo, quello di Obama, che si può spiegare in almeno tre modi.

Il primo, banale, è che gli Stati Uniti e i suoi investitori sono meno esposti dell’Europa nella crisi greca. Si teme il contagio, certo.  E gli Usa rimangono l’azionista di maggioranza del Fondo Monetario Internazionale. Ma nell’analisi politica, così come nella rappresentazione pubblica dominante, quella in atto è una crisi europea, causata da insipienze, egoismi ed opportunismi europei nella quale spetta all’Europa trovare una soluzione. Pressioni palesi degli Usa potrebbero anzi risultare controproducenti, soprattutto dopo la decisione di Tsipras d’indire un referendum.

La seconda spiegazione è la sostanziale rassegnazione dell’amministrazione Obama verso quello che si ritiene essere l’approccio ideologico e rigido della UE e della Germania. Contro il dogmatismo dell’austerity, Obama e l’allora segretario del Tesoro, Timothy Geithner, ebbero modo di scagliarsi in più occasioni durante il primo mandato presidenziale (2009-13), quando l’uscita dalla recessione era ancora incerta e a Washington si denunciava l’insufficiente contributo europeo alla ripresa globale. Poi, dalle secche di quella crisi gli Stati Uniti sono almeno in parte usciti, come gli ultimi dati rivelano bene, con un Pil che cresce il 2.5/3 % all’anno e la disoccupazione stabilmente sotto il 6%. E ne sono usciti anche grazie a scelte pragmatiche e politiche di sostegno alla domanda che l’Europa ha scelto di non emulare.

Infine, se l’economia ha finito per amplificare la divergenza transatlantica e rendere l’amministrazione Obama meno attenta alle cose europee, la geopolitica ha sortito un effetto opposto. Sull’Ucraina, gli Usa hanno estremo bisogno della Germania e della UE. E anche a questo serve il basso profilo rispetto alla Grecia: a non alienare un partner tornato ad essere alleato fondamentale nella nuova partita geopolitica che si gioca in Europa.

Il Giornale di Brescia, 3 luglio 2015