Mario Del Pero

La lunga stagione delle primarie

La lunga campagna per le presidenziali del 2016 è ormai iniziata. Tra pochi giorni i candidati repubblicani si confronteranno nel primo dei tanti dibattitti che scandiranno le primarie dei due partiti. Partiti, peraltro, che si trovano in condizioni oggi assai diverse. Tra i democratici i candidati sono al momento solamente cinque e vi è un favorito indiscusso, Hillary Clinton. I candidati repubblicani sono invece sedici; i loro profili risultano diversi e capaci ognuno d’intercettare le simpatie delle diverse anime – libertarian, religiosa, nazionalista, moderata – del partito; un outsider oltraggioso e in ultimo ineleggibile come il miliardario Donald Trump sta finora dominando la discussione e si trova addirittura in testa nei sondaggi.

A oggi, l’ipotesi di una contrapposizione simil-dinastica tra un Clinton (Hillary) e un Bush (Jeb, l’ex governatore della Florida e fratello dell’ultimo presidente) rimane la più realistica. Ma le incognite sono molte e nel caso di Jeb Bush la strada verso la nomination si preannuncia ricca di ostacoli. Tra i democratici, il candidato alternativo alla Clinton che ha sinora raccolto i consensi maggiori è Bernie Sanders. Senatore indipendente del Vermont d’idee socialiste, Sanders è quanto di più a sinistra si trovi oggi nel panorama politico statunitense. Ma è anche politico pragmatico che nei suoi 25 anni al Congresso ha dimostrato grande concretezza nel difendere gl’interessi del suo stato. Hillary Clinton ha finora offerto una piattaforma molto attenta a soddisfare quell’elettorato più schierato, che tende a essere sovra-rappresentato alle primarie. Ha cioè parlato un linguaggio di sinistra su temi sentiti, e nodali, come la diseguaglianza e il cambiamento climatico. Ed ha evitato di esporsi su questioni di politica estera, dove il suo interventismo è poco apprezzato dall’elettore medio democratico. Sanders è riuscito nondimeno a mobilitare una sinistra ancora diffidente verso la Clinton. Una sinistra, però, primariamente colta e bianca: rumorosa e visibile, come evidenziato dal grande successo di alcuni comizi di Sanders in centri urbani e nei campus universitari, ma anche elettoralmente circoscritta. Non sarà una strada in discesa, quella che presumibilmente porterà Hillary Clinton alla nomination, anche perché quando di Clinton si tratta, gli scandali sono sempre dietro l’angolo. E non è da escludere che oltre a Sanders, altri candidati – soprattutto l’ex senatore della Virginia Jim Webb – possano avere il loro momento di gloria. Ma è davvero difficile immaginare una sconfitta dell’ex Segretario di Stato.

Il quadro repubblicano è invece molto più fluido e imprevedibile. Trump lo ha destabilizzato con una campagna politicamente scorretta e xenofoba, centrata sul tema dell’immigrazione illegale e sulla necessità di adottare una linea più dura contro i clandestini. I sondaggi lo hanno finora premiato. E questo pone un ovvio problema ai repubblicani che hanno un disperato bisogno di evitare una replica del 2012, quando la radicalizzazione estrema del dibattito danneggiò la credibilità del partito e la sua possibilità di conquistare la Casa Bianca. L’assenza di un candidato forte come la Clinton, il desiderio di cambiamento dell’opinione pubblica e, anche, la storia (dal 48 a oggi, solo nel 1988 lo stesso partito ha conquistato un terzo mandato presidenziale) hanno indotto molti a correre Troppi candidati producono però un processo incontrollabile, che favorisce l’emergere di schegge impazzite come Trump e riduce le probabilità di vittoria.

Il Giornale di Brescia, 29.7.2015

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