Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2015

La Cina e le paure statunitensi

È passato quasi mezzo secolo dal celebre viaggio in Cina dell’allora presidente statunitense Richard Nixon. Un viaggio che riaprì i rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina comunista, interrottisi ventidue anni prima, e avviò la costruzione di una relazione destinata ad avere un profondo impatto sul sistema internazionale. Nei quarantatré anni trascorsi dal viaggio di Nixon, la Cina ha rappresentato per gli Usa diverse cose. È stata il principale fruitore dell’insaziabile mercato statunitense, che ha in Pechino il suo primo esportatore (le importazioni dalla Cina sono passate dai 3milardi di dollari del 1985 – quando la bilancia commerciale tra i due paesi era in quasi pareggio – ai 465 del 2014, con un deficit per gli Usa di 343 miliardi di dollari). Ha permesso – grazie ai beni a basso costo che entravano nel mercato statunitense – che la crescita dei consumi non alimentasse spirali inflazionistiche, garantendo un mix di bassi tassi d’interesse, facile accesso al credito e alto potere d’acquisto che negli Usa ha aiutato a preservare una pace sociale potenzialmente minacciata dai crescenti livelli di diseguaglianza e dalla stagnazione di molte retribuzioni. Ha costituito una delle principali destinazioni delle delocalizzazioni di molte imprese statunitensi, attratte dal basso costo della manodopera e dalla forte disciplina del mercato del lavoro cinese. Ha sostituito il Giappone come principale acquirente del debito degli Usa, sussidiando di fattola straordinaria capacità di consumo americana (e, con questa, la crescita cinese e quella globale). Ha intensificato gli scambi culturali con gli Stati Uniti, divenendo mercato importante di molte forme dell’entertainment statunitense (si pensi solo al successo dell’NBA in Cina) oltre che principale “esportatore” di studenti stranieri verso le università americane: quelli cinesi – 275 mila iscritti nel solo 2013-14 – sono oggi quasi un terzo del totale, con una crescita del 500% in appena quindici anni. Infine, Pechino è divenuta nel tempo competitor strategico degli Stati Uniti, in particolare nell’area dell’Asia Pacifico, e ha promosso un’aggressiva politica di accesso a fondamentali materie prime, indispensabili per la prosecuzione della sua crescita. La Cina ha rinunciato a essere grande potenza nucleare, limitandosi a un arsenale con funzione di deterrenza minima, ma ha intensificato gl’investimenti militari in ambito convenzionale e promosso alcune spregiudicate iniziative nei confronti dei paesi vicini, Giappone e Vietnam su tutti.

Quella tra Stati Uniti e Cina è quindi un’interdipendenza strettissima e contraddittoria. Un mix ambiguo di collaborazione – e reciproca dipendenza, appunto – e radicale contrapposizione. A dimostrazione di come la politica internazionale non sia (o non sia più) un gioco a somma zero, come taluni ingenuamente si ostinano a ritenere. Così la crisi statunitense del 2007-8 non rappresentò il preludio a un’ascesa di potenza della Cina e a una transizione egemonica, considerata la sua dipendenza dal mercato americano. Analogamente, le odierne difficoltà cinesi non possono che spaventare e preoccupare gli Stati Uniti. Per la possibile destabilizzazione di equilibri globali che abbisognano oggi più che mai della co-partecipazione di Pechino, così come dei capitali, degli investimenti e, anche, dei consumi cinesi. E che di tutto necessitano, fuorché di nuove tempeste borsistiche o di pericolose svalutazioni competitive e conseguenti guerre valutarie.

Il Giornale di Brescia, 27 agosto 2015

Interdipendenze e svalutazioni

Ormai da alcuni decenni gli studiosi delle relazioni internazionali – storici o scienziati politici essi siano – fanno largo uso della categoria d’interdipendenza per interpretare il sistema mondiale corrente. L’interdipendenza serve per spiegare come la politica internazionale non sia (o non sia più) un gioco a somma-zero, dove all’ascesa della potenza di un paese debba corrispondere ipso facto la diminuzione di quella di un altro in modo da preservare l’equilibrio globale. Soprattutto, parlare d’interdipendenza serve per enfatizzare come un sistema internazionale caratterizzato da un’intensificazione degli scambi e delle comunicazioni accentui la dipendenza reciproca tra i suoi principali soggetti: le scelte di uno di essi, in altre parole, hanno effetti sempre più profondi e intensi sugli altri.

L’interdipendenza può avere volti virtuosi (il commercio, gli scambi culturali, le comunicazioni) e oscuri (l’instabilità finanziaria, le pandemie, la difficoltà a circoscrivere e limitare le guerre). La sublimazione della sua intrinseca contraddittorietà la troviamo nell’equilibrio nucleare e nella condizione di reciproca dipendenza in cui si trovano le principali potenze dotate di armi atomiche, indotte a non muovere guerra alla controparte dalla consapevolezza degli immensi costi umani e materiali che un conflitto nucleare provocherebbe (e quindi paradossalmente dipendenti, per quanto concerne la propria sicurezza, dalle scelte altrui).

La decisione di Pechino di invertire rotta e procedere a un deprezzamento della propria valuta, il renminbi, evidenzia con plastica chiarezza natura, contraddizioni e rischi dell’interdipendenza. È una scelta motivata sia dalla volontà di rendere più competitiva un’economia in sofferenza e ancora dipendente dalle esportazioni sia di procedere a una prima, per quanto timida, liberalizzazione che dovrebbe permettere ai mercati di determinare il valore effettivo del renminbi come richiesto da tempo dal Fondo Monetario Internazionale e dagli stessi Stati Uniti. Ma è una scelta che produce riverberi globali e multipli. Solo per restare a un caso vicino a noi, la svalutazione del renminbi potrebbe ridurre le esportazioni tedesche verso la Cina (corrispondenti al 6.5% di quelle complessive), che costituisce oggi il quarto mercato per Berlino. E una riduzione delle esportazioni tedesche potrebbe avere effetti politici conseguenti, ad esempio sulla disponibilità della Germnia a farsi carico di ulteriori costi dentro l’area UE quali quelli sostenuti per la ristrutturazione del debito greco.

È chiaro, però, come le interdipendenze più profonde, strutturali e contraddittorie dell’ordine internazionale corrano oggi sull’asse Pechino-Washington. Il groviglio qui è immensamente complesso e ambiguo. L’interdipendenza sino-statunitense, per quanto funzionale agli interessi di entrambi i paesi, ha prodotto negli anni squilibri ampi e sempre meno sostenibili. Il mercato statunitense ha trainato la crescita della Cina, divenuta negli anni il principale esportatore negli Usa; Pechino ha vieppiù finanziato il debito degli Stati Uniti, sussidiandone di fatto quella voracità consumistica di cui si è nutrita nell’ultimo trentennio la crescita globale; molte corporation americane hanno delocalizzato la propria produzione in Cina, attratte dal basso costo della manodopera e, anche, dalle limitate tutele dei lavoratori cinesi. Le asimmetrie e i paradossi si sono però moltiplicati. E si sono intrecciati con forme di competizione geopolitiche acuite dal boom cinese, dall’aumento delle spese militari della Cina (non esteso però all’ambito nucleare) e dalla sua volontà di contestare l’egemonia statunitense sul Pacifico facendo leva su questo nuovo, e ora spendibile, potere economico.

Negli ultimi anni gli Usa hanno reiteratamente chiesto alla Cina di rivalutare il renminbi, per ridurre macroscopici squilibri nella bilancia commerciale bilaterale e conseguenti deficit statunitensi. E hanno sollecitato Pechino a contribuire maggiormente all’anemica crescita mondiale, stimolando i consumi interni e aumentando gl’investimenti.

Processi e dinamiche difficili però da gestire e pilotare, anche perché la transizione a una società di consumi di massa è estremamente complessa e comporta rischi politici di cui la leadership cinese è del tutto consapevole. La svalutazione di questi giorni va quindi a toccare un tassello delicatissimo dell’interdipendenza sino-statunitense. E ha già scatenato aspre reazioni negli Usa, anche tra figure moderate e liberali, destinate a essere amplificate dal circo elettorale nel quale il paese è ormai entrato. A dimostrazione di quanto delicata sia la gestione dell’interdipendenza: di come il confine tra il suo volto virtuoso e il suo volto oscuro sia oggi straordinariamente labile e scivoloso.

Il Messaggero, 14 agosto 2015

Le primarie repubblicane

Con il primo dibattito televisivo di questa sera, trasmesso da Fox News e al quale parteciperanno 10 dei ben 17 candidati repubblicani, si apre a tutti gli effetti la lunga stagione delle presidenziali statunitensi del 2016. Le primarie dei due partiti si prospettano assai diverse. In quelle democratiche vi è una chiara e indiscussa favorita – Hillary Clinton – la cui corsa alla nomination potrà essere messa in discussione solo da qualche scandalo o dalla possibilità, prospettata negli ultimi giorni, di una candidatura del vice-Presidente Joe Biden.

Molto diverso è il contesto repubblicano. Anche qui vi è – o, meglio, vi era – un favorito, l’ex governatore della Florida (oltre che fratello e figlio di passati presidenti), Jeb Bush. Ma la possibilità che per la quarta volta negli ultimi cinque cicli presidenziali a occupare la Casa Bianca siano un Bush o un Clinton si scontra oggi con la frammentazione del fronte repubblicano e con il rischio di una esasperazione dello scontro che potrebbe nuocere ai candidati più moderati, tra i quali appunto Jeb Bush.

Il partito repubblicano si poneva l’obiettivo di evitare una replica del 2012, quando l’interminabile competizione delle primarie aveva radicalizzato la contrapposizione, spinto la discussione sempre più a destra e ridotto così le possibilità di conquista della Presidenza. Per questo, il comitato elettorale repubblicano aveva deciso di ridurre drasticamente il numero di dibattiti, portandoli dai 27 del 2012 ai 12 del 2016. L’obiettivo non sembra però essere stato raggiunto. Gli aspiranti alla Presidenza sono aumentati esponenzialmente tanto che ci si è dovuti affidare ai risultati dei sondaggi per selezionare i dieci che parteciperanno al dibattito di Cleveland di questa sera (dal quale sono così rimaste escluse figure importanti, come l’ex governatore del Texas, Rick Perry, e l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, entrambi candidati quattro anni fa). Alla moltiplicazione dei candidati è corrisposta la tanto temuta radicalizzazione del confronto. Nettamente in testa ai sondaggi è oggi l’eccentrico miliardario Donald Trump, che ha promosso una campagna aggressiva e politicamente scorretta, al cui centro sono stati posti il tema dell’immigrazione illegale e la necessità di adottare misure più drastiche contro i clandestini. Il messaggio xenofobo e violento di Trump ha riscosso un successo inatteso tra l’elettorato repubblicano e messo sulla difensiva gli altri candidati. Le chance di Trump sono poche o nulle. La sua capacità di esacerbare i toni della discussione e danneggiare le possibilità repubblicane di riconquistare la Presidenza sono invece evidenti.

Perché non si è riusciti a contenere Trump e a meglio disciplinare questa competizione elettorale? E cosa ci dicono queste primarie dello stato del partito repubblicano e, più in generale, del conservatorismo statunitense?

Diversi fattori spiegano la proliferazione di candidati. Pesano la crescente debolezza della struttura partito e la relativa facilità di rastrellare le risorse finanziarie necessarie a una campagna su scala nazionale. Incide il convincimento che vi siano buone possibilità di successo, stanti l’insoddisfazione di molti verso gli otto anni di amministrazione Obama e il limitato entusiasmo nei confronti di Hillary Clinton, che una percentuale maggioritaria degli americani considera inaffidabile e non onesta. Si spera che la storia offra indicazioni destinate a essere confermate, visto che dal 1948 a oggi solo nel 1988 (elezione di George Bush Sr.) un partito è riuscito a conquistare un terzo mandato presidenziale consecutivo. La moltiplicazione delle candidature e l’assenza di un candidato forte hanno appunto facilitato l’ascesa di Trump. Che non è però una scheggia impazzita, né potrebbe esserlo visto l’ampio consenso di cui oggi gode. Trump è invece l’espressione estrema di un partito che nell’ultimo decennio, e ancor più dopo l’elezione di Obama nel 2008, ha conosciuto un’inesorabile radicalizzazione e che una volta assunto il controllo della Camera (nel 2010) ha mostrato poca o nulla disponibilità al confronto e al compromesso. Un partito nel quale, stando ai sondaggi, il 95% dei votanti alle primarie sarà bianco (è il 77% nel paese), con una chiara sovra-rappresentanza di maschi over-50. Un partito, in altre parole, che nella sua (non) diversità demografica e in alcune delle sue principali parole d’ordine pare assomigliare molto di più all’America di un secolo fa che a quella d’oggi.

Il Messaggero, 6 agosto 2015

Il Clean Power Plan di Obama

Come previsto, e in sintonia con il grande attivismo di questo ultimo biennio di Presidenza, Obama ha annunciato la revisione del progetto – il Clean Power Plan – presentato un anno fa per ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra. Il piano prevede che entro il 2030 la diminuzione complessiva delle emissioni prodotte dalle centrali elettriche sia del 32% rispetto al 2005. I singoli stati potranno decidere autonomamente come raggiungere tale obiettivo ovvero come modulare l’inevitabile mix tra chiusura di vecchie centrali a carbone, investimenti in rinnovabili e utilizzo di fonti tradizionali meno inquinanti come il gas naturale e il nucleare. Dovranno prendere tale decisione entro il 2018 (o sottostare all’indirizzo dettato dal governo federale) e iniziare ad attuarla entro il 2022.

Posto che Obama è il primo presidente statunitense che s’impegna a fondo sul tema del cambiamento climatico, questo piano è davvero così ambizioso? Quali sono gli scopi più generali dell’amministrazione e quali gli ostacoli e le difficoltà politiche?

Innanzitutto, va sottolineato come il disegno di Obama sia estremamente realistico e coerente con processi e dinamiche già in atto. La crisi economica, gl’ingenti investimenti in fonti rinnovabili come il solare e l’eolico, le politiche ambientali dell’amministrazione e il successo delle nuove tecniche di estrazione del gas naturale hanno contribuito a una significativa riduzione delle emissioni delle centrali elettriche, che sono già calate del 15% dal 2005 (benchmark di riferimento nel piano di Obama). Esse sono poi circa un terzo di quelle complessive, poiché vanno aggiunte quelle industriali, del traffico, urbane, dell’agricoltura e via discorrendo. Secondo alcuni calcoli, la riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal Clean Power Plan si aggirerebbe attorno al 5% di quelle totali e infatti il piano rappresenta un tassello di un programma ben più ampio, nel quale sono ad esempio centrali i nuovi standard di consumo e inquinamento imposti alle case automobilistiche.

Nondimeno, si tratta di un passaggio tanto importante quanto politicamente complesso. Da un lato, Obama lascia un’eredità pesante ai suoi successori, cui spetterà in ultimo la realizzazione del piano. Dall’altro, gli Stati Uniti assumono una sorta di leadership internazionale sulle tematiche del cambiamento climatico, particolarmente importante all’approssimarsi della conferenza delle Nazioni Unite di Parigi del novembre-dicembre prossimi. Una leadership, quella statunitense, oggi davvero centrale, vista la fragilità e passività dell’Europa – che a lungo ha guidato la discussione sul tema – e la necessità di coinvolgere una Cina che subordina un suo impegno maggiore all’adozione da parte degli Usa di politiche credibili ed efficaci (e d’altronde, Cina e Stati Uniti da soli producono quasi la metà delle emissioni di gas serra).

La strada non è però in discesa. Il fronte repubblicano e, anche, i leader democratici degli stati maggiormente colpiti daranno battaglia, denunciando queste scelte come nocive per l’industria statunitense oltre che lesive di una sovranità nazionale messa in discussione da politiche concordate a livello internazionale.  La dimensione politica sarà integrata da quella costituzionale, con la perenne disputa tra potere federale e potere statale, centralizzazione e autonomia. E però è un risultato non da poco per Obama che questi temi, a lungo negletti, siano ora finalmente al centro del dibattito pubblico e politico.

Il Giornale di Brescia, 4 agosto 2015