Mario Del Pero

Il Clean Power Plan di Obama

Come previsto, e in sintonia con il grande attivismo di questo ultimo biennio di Presidenza, Obama ha annunciato la revisione del progetto – il Clean Power Plan – presentato un anno fa per ridurre le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra. Il piano prevede che entro il 2030 la diminuzione complessiva delle emissioni prodotte dalle centrali elettriche sia del 32% rispetto al 2005. I singoli stati potranno decidere autonomamente come raggiungere tale obiettivo ovvero come modulare l’inevitabile mix tra chiusura di vecchie centrali a carbone, investimenti in rinnovabili e utilizzo di fonti tradizionali meno inquinanti come il gas naturale e il nucleare. Dovranno prendere tale decisione entro il 2018 (o sottostare all’indirizzo dettato dal governo federale) e iniziare ad attuarla entro il 2022.

Posto che Obama è il primo presidente statunitense che s’impegna a fondo sul tema del cambiamento climatico, questo piano è davvero così ambizioso? Quali sono gli scopi più generali dell’amministrazione e quali gli ostacoli e le difficoltà politiche?

Innanzitutto, va sottolineato come il disegno di Obama sia estremamente realistico e coerente con processi e dinamiche già in atto. La crisi economica, gl’ingenti investimenti in fonti rinnovabili come il solare e l’eolico, le politiche ambientali dell’amministrazione e il successo delle nuove tecniche di estrazione del gas naturale hanno contribuito a una significativa riduzione delle emissioni delle centrali elettriche, che sono già calate del 15% dal 2005 (benchmark di riferimento nel piano di Obama). Esse sono poi circa un terzo di quelle complessive, poiché vanno aggiunte quelle industriali, del traffico, urbane, dell’agricoltura e via discorrendo. Secondo alcuni calcoli, la riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal Clean Power Plan si aggirerebbe attorno al 5% di quelle totali e infatti il piano rappresenta un tassello di un programma ben più ampio, nel quale sono ad esempio centrali i nuovi standard di consumo e inquinamento imposti alle case automobilistiche.

Nondimeno, si tratta di un passaggio tanto importante quanto politicamente complesso. Da un lato, Obama lascia un’eredità pesante ai suoi successori, cui spetterà in ultimo la realizzazione del piano. Dall’altro, gli Stati Uniti assumono una sorta di leadership internazionale sulle tematiche del cambiamento climatico, particolarmente importante all’approssimarsi della conferenza delle Nazioni Unite di Parigi del novembre-dicembre prossimi. Una leadership, quella statunitense, oggi davvero centrale, vista la fragilità e passività dell’Europa – che a lungo ha guidato la discussione sul tema – e la necessità di coinvolgere una Cina che subordina un suo impegno maggiore all’adozione da parte degli Usa di politiche credibili ed efficaci (e d’altronde, Cina e Stati Uniti da soli producono quasi la metà delle emissioni di gas serra).

La strada non è però in discesa. Il fronte repubblicano e, anche, i leader democratici degli stati maggiormente colpiti daranno battaglia, denunciando queste scelte come nocive per l’industria statunitense oltre che lesive di una sovranità nazionale messa in discussione da politiche concordate a livello internazionale.  La dimensione politica sarà integrata da quella costituzionale, con la perenne disputa tra potere federale e potere statale, centralizzazione e autonomia. E però è un risultato non da poco per Obama che questi temi, a lungo negletti, siano ora finalmente al centro del dibattito pubblico e politico.

Il Giornale di Brescia, 4 agosto 2015

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