Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2015

La Siria e i suoi tanti linkage

Ci sono tre variabili fondamentali in quella crisi siriana oggi al centro delle interazioni tra le principali potenze del sistema internazionale. E c’è una pluralità di attori che queste variabili cercano di comprendere, indirizzare e se possibile sfruttare per ottenere dei vantaggi in Medio Oriente o contropartite su altri, nodali dossier.
Le tre variabili interne sono il regime di Assad, l’ISIS e la frammentata e debole coalizione schiacciata tra i due. Chiare, rispetto a ciò, sono le vie politicamente praticabili (e accettabili) per la comunità internazionale: la dipartita di Assad e la sconfitta, o il contenimento massimo, dello Stato islamico. Il resto è subordinato a questi due risultati e in ultimo sacrificabile sull’altare del loro ottenimento.
Per raggiungere quest’esito, tutti i soggetti interessati saranno chiamati a concessioni non marginali, in una partita che non potrà avere vincitori e sconfitti indiscussi, al di là delle dichiarazioni di circostanza, delle inevitabili polemiche politiche e delle zuffe retoriche quali quelle cui stiamo assistendo in questi giorni. La Russia dovrà accettare che Assad si faccia da parte. È questa, infatti, una condizione non negoziabile per gli Stati Uniti, come Obama ha fatto chiaro, anche per la valenza altamente simbolica che la deposizione del tiranno siriano ha ormai assunto negli Usa. Perderà, Mosca, il suo ultimo e più fedele alleato in Medio Oriente. Ma avrà voce importante nel processo di transizione post-Assad, nel quale molti uomini di quest’ultimo avranno un ruolo centrale. E sarà probabilmente compensata in altri teatri e su altre questioni, a partire da quelle sanzioni che non avranno sortito gli effetti auspicati dagli Usa e la UE, ma che di certo hanno contribuito ad acuire le difficoltà dell’economia russa (si tende a dimenticarlo, ma le previsioni per il 2015 sono di una diminuzione del PIL russo del 3/4 % , di una contrazione dei consumi del 5% e di una bilancia dei pagamenti in pesante, ulteriore sofferenza a causa della contrazione degli investimenti e della contestuale fuga di capitali).
Obama e gli Stati Uniti dovranno accontentarsi di una Siria dove l’“assadismo” presumibilmente sopravvivrà ad Assad, abbandonando i sogni di democratizzazione del Medio Oriente, come peraltro avvenuto da tempo, al di là della retorica di circostanza e di un interventismo ormai residuale, tenuto in vita solo dal carnevale delle primarie repubblicane. E accetteranno, come di fatto stanno già facendo, il congelamento temporaneo della situazione in Ucraina. A chi parla di ennesima sconfitta di Obama va però ricordato come la Russia non esca affatto rafforzata da questa vicenda e che il Medio Oriente, per quanto importante, non ha più per Washington la centralità strategica di un tempo.
Se gran parte dell’Europa è rimasta alla finestra, l’attivismo della Francia si spiega, paradossalmente, proprio con la sua debolezza. Parigi cerca di usare il residuo strumento di potenza di cui dispone – un hard power militare che ancora la distingue nell’Europa continentale – per provare a bilanciare una UE sempre più germano-centrica e avere voce in capitolo nelle future decisioni sulla Siria. Facendolo, cerca di costruire un’asse con gli Usa, offrendo a Washington una sponda tanto militare, i bombardamenti contro l’ISIS, quanto politica: l’inflessibilità sulla necessità che Assad abbandoni il potere. L’Iran, infine, utilizza questa crisi per consolidare il ritrovato ruolo di principale potenza regionale, contribuendo a quella mediazione al ribasso che pare offrire l’unico orizzonte possibile e la sola via d’uscita praticabile.
Sullo sfondo, minaccioso, si staglia il monito di recenti vicende, in particolare di quella libica, rievocata in più occasioni dal governo italiano. Che, con tutte le differenze del caso, ricorda come il confine tra la calibrata riflessione geopolitica e la stregoneria degli apprendisti sia a volte molto più labile di quanto non si creda. E che sul campo, le più attente e sofisticate strategie a volte provochino gli effetti più inattesi e pericolosi.

Il Messaggero, 29 settembre 2015

Un intervento francese in Siria?

Con un attento timing, i governi britannico e francese hanno fatto filtrare sulla stampa la notizia della loro intenzione di alzare la soglia dell’intervento contro l’ISIS, attraverso una campagna di raid aerei estesa ora alla stessa Siria. La Francia, in particolare, pare prossima ad annunciare ufficialmente l’escalation. Come si spiega questa decisione e quali sono gli obiettivi che essa si propone e i suoi potenziali rischi?

Agisce, in primo luogo, la pressione di un’opinione pubblica interna divisa tra la necessità di dare risposta alla crisi dei profughi siriani, l’ostilità diffusa verso politiche di accoglienza più ampie e flessibili e la paura nei confronti di un terrorismo interno che nella palestra siriana trova fonte costante di reclutamento e strumento di efficace addestramento. La via, o meglio la scorciatoia, militare si spera possa garantire molteplici risultati: alleggerire la catastrofe umanitaria, e il peso conseguente sull’Europa; rendere accettabile a una parte del mondo conservatore un aumento del numero di profughi accolti nel paese; colpire un jihadismo interno che in Siria trova uno dei suo serbatoi primari e che – stando ai rapporti dei servizi d’intelligence e ad alcune dichiarazioni dello stesso primo ministro Valls – ha di molto rafforzato la sua capacità di colpire.

Le dinamiche intraeuropee offrono una spiegazione aggiuntiva. La Francia utilizza lo strumento di cui dispone (e che ancora in parte la distingue dentro la UE), quello militare, per intervenire in una crisi che ha ulteriormente accresciuto l’influenza della Germania nell’Unione. Si può leggere l’iniziativa francese, e la sua accorta pubblicizzazione, come complementare alla politica d’accoglienza di Angela Merkel ovvero si può enfatizzare la sua natura quasi competitiva. Resta il fatto che la Francia agisce anche per cercare di riequilibrare un asse franco-tedesco nel quale il peso di Parigi è andato progressivamente affievolendosi.

La geopolitica mediorientale ci fornisce un terzo elemento utile a comprendere la decisione di Hollande. Con un Iran che si riavvia ad essere interlocutore, e talora addirittura partner, fondamentale per l’Europa e gli Stati Uniti e con una Russia sempre più attiva in Siria, si spera che intervenire voglia dire maturare un capitale politico da utilizzare nei successivi negoziati sul futuro del paese e della regione.

Infine, vi sono il quadro transatlantico e le relazioni con gli Stati Uniti. La Francia ha svolto un ruolo importante, e per certi aspetti sorprendente, sul dossier iraniano, assumendo una posizione di durezza negoziale che è tornata assai utile a Washington. Appare chiaro come questa linea così come quella assunta nei confronti dell’ISIS, sia originata anche dalla volontà di costruire una sorte di asse con l’amministrazione Obama. La quale da tempo chiede ai propri alleati europei un impegno maggiore in Siria e in Iraq, condividendo costi, responsabilità, oneri e conseguenze di un’azione coordinata e multilaterale contro il radicalismo islamico.

I rischi sono però elevatissimi e la lezione libica – con tutti i necessari distinguo e le rilevanti differenze – dovrebbe essere lì a ricordarli. Non a caso dentro il fronte repubblicano c’è chi si è immediatamente spinto più in là, come il candidato alle primarie del 2016 Bruno Le Maire, chiedendo anche un intervento delle truppe di terre. L’utilizzo della sola arma aerea è infatti di dubbia efficacia. Il rischio di provocare un alto numero di vittime civili rimane elevatissimo. Inefficacia e danni collaterali tendono ad aumentare quando minori sono i mezzi e la sofisticatezza tecnologica di chi agisce, e proprio la Libia evidenziò ancora una volta il pesante gap esistente tra le forze aeree statunitensi e quelle francesi e britanniche. Se una cosa si dovrebbe aver appreso da questo quindicennio di guerra è che lo strumento militare, soprattutto quando poggia primariamente o esclusivamente sul bombardamento dal cielo, agisce da moltiplicatore di quel terrorismo che s’intende debellare: costituisce, cioè, un potente veicolo di reclutamento di un fenomeno che della guerra – e di questa guerra asimmetrica e “santa” – si alimenta, in Siria, Iraq e oggi anche nelle banlieues di tante città francesi.

Il Messaggero, 7 settembre 2015

Verso la ratifica dell’accordo sul nucleare iraniano

 

I numeri sembrano oggi esserci. Dopo un’estate di timori, Obama pare essere riuscito ad ottenere l’impegno della quasi totalità dei senatori democratici a votare a favore dell’accordo sul nucleare iraniano. Il Presidente dispone quindi dei voti necessari per essere certo che il suo veto a un eventuale voto negativo del Senato non possa essere annullato da una seconda votazione (per la quale ci sarebbe bisogno di una maggioranza qualificata dei due terzi dei senatori in aula).

Si tratta di un’indubbia vittoria per Obama. Alla quale hanno contribuito diversi fattori. In primo luogo l’azione concertata degli alleati europei che hanno sottolineato la loro indisponibilità a rimanere al fianco degli Usa in caso di mancata ratifica dell’accordo. Secondo le testimonianze di cui disponiamo, nel corso dell’estate i rappresentanti diplomatici di Francia, Germania e Gran Bretagna hanno avuto diversi incontri con i senatori incerti cui hanno fatto chiaro che gli Usa si sarebbero trovati da soli e che l’Europa non avrebbe più aderito alla politica di sanzioni nei confronti di Teheran. Se fosse confermato, ciò evidenzierebbe una volta ancora la peculiare permeabilità del processo decisionale statunitense a pressioni esterne. Una permeabilità che agisce in direzioni molteplici e che, nel caso specifico, evidenzia tutti i limiti della mitologia sulla presunta capacità delle lobby filo-israeliane di condizionare in modo assoluto il dibattito politico negli Stati Uniti .

Il secondo fattore è stato rappresentato dall’attivismo dell’amministrazione e dei suoi alleati al Congresso. Memore degli errori compiuti in estati passate, quando si lasciò che fossero i repubblicani a dominare il dibattito mediatico e politico, l’amministrazione ha lanciato un’intensa campagna di promozione dell’accordo. Una campagna che ha coinvolto figure diverse, inclusi numerosi militari ed esperti di questioni strategiche, e che è culminata nel sorprendente appoggio di due ex capi dei servizi d’intelligence e controspionaggio d’Israele (il Mossad e lo Shin Bet), Efraim Halevy e Amy Ayalon. E una campagna dove anche Obama ha finalmente accettato di sporcarsi le mani facendo quello che in molti lo accusano di non aver fatto a sufficienza in questi sette anni di presidenza: contattando i senatori uno a uno e convincendoli con il dovuto e necessario mix di pressioni e promesse, blandizie e minacce.

Ma vi è un ultimo, fondamentale fattore senza il quale tutto sarebbe stato immensamente più complesso: il pubblico americano. Con un occhio già alle elezioni del 2106, e comunque sempre attenti agli umori dell’opinione pubblica, i senatori difficilmente avrebbero accettato di appoggiare l’accordo se questo fosse stato fortemente osteggiato nel paese. Ma così non é. Come ci mostrano i sondaggi Gallup, il nucleare iraniano continua a preoccupare, ma l’Iran fa meno paura o comunque non costituisce più, nell’immaginario statunitense, il principale pericolo o il maggiore nemico degli Stati Uniti. Lo era per il 32% degli intervistati solo tre anni fa; oggi questa cifra è scesa al 9 % (mentre nel caso della Russia si è passati dal 2 al 18%). Perché altri sembrano essere le sfide e i teatri di crisi. Perché l’Iran può essere un alleato importante contro l’Isis. Perché ancora forti sono il retaggio del fallimentare intervento in Iraq e la conseguente preferenza per politiche estere centrate sul dialogo, la diplomazia multilaterale e l’utilizzo minimo dello strumento militare.

Il Giornale di Brescia, 4 settembre 2015