Mario Del Pero

La Siria e i suoi tanti linkage

Ci sono tre variabili fondamentali in quella crisi siriana oggi al centro delle interazioni tra le principali potenze del sistema internazionale. E c’è una pluralità di attori che queste variabili cercano di comprendere, indirizzare e se possibile sfruttare per ottenere dei vantaggi in Medio Oriente o contropartite su altri, nodali dossier.
Le tre variabili interne sono il regime di Assad, l’ISIS e la frammentata e debole coalizione schiacciata tra i due. Chiare, rispetto a ciò, sono le vie politicamente praticabili (e accettabili) per la comunità internazionale: la dipartita di Assad e la sconfitta, o il contenimento massimo, dello Stato islamico. Il resto è subordinato a questi due risultati e in ultimo sacrificabile sull’altare del loro ottenimento.
Per raggiungere quest’esito, tutti i soggetti interessati saranno chiamati a concessioni non marginali, in una partita che non potrà avere vincitori e sconfitti indiscussi, al di là delle dichiarazioni di circostanza, delle inevitabili polemiche politiche e delle zuffe retoriche quali quelle cui stiamo assistendo in questi giorni. La Russia dovrà accettare che Assad si faccia da parte. È questa, infatti, una condizione non negoziabile per gli Stati Uniti, come Obama ha fatto chiaro, anche per la valenza altamente simbolica che la deposizione del tiranno siriano ha ormai assunto negli Usa. Perderà, Mosca, il suo ultimo e più fedele alleato in Medio Oriente. Ma avrà voce importante nel processo di transizione post-Assad, nel quale molti uomini di quest’ultimo avranno un ruolo centrale. E sarà probabilmente compensata in altri teatri e su altre questioni, a partire da quelle sanzioni che non avranno sortito gli effetti auspicati dagli Usa e la UE, ma che di certo hanno contribuito ad acuire le difficoltà dell’economia russa (si tende a dimenticarlo, ma le previsioni per il 2015 sono di una diminuzione del PIL russo del 3/4 % , di una contrazione dei consumi del 5% e di una bilancia dei pagamenti in pesante, ulteriore sofferenza a causa della contrazione degli investimenti e della contestuale fuga di capitali).
Obama e gli Stati Uniti dovranno accontentarsi di una Siria dove l’“assadismo” presumibilmente sopravvivrà ad Assad, abbandonando i sogni di democratizzazione del Medio Oriente, come peraltro avvenuto da tempo, al di là della retorica di circostanza e di un interventismo ormai residuale, tenuto in vita solo dal carnevale delle primarie repubblicane. E accetteranno, come di fatto stanno già facendo, il congelamento temporaneo della situazione in Ucraina. A chi parla di ennesima sconfitta di Obama va però ricordato come la Russia non esca affatto rafforzata da questa vicenda e che il Medio Oriente, per quanto importante, non ha più per Washington la centralità strategica di un tempo.
Se gran parte dell’Europa è rimasta alla finestra, l’attivismo della Francia si spiega, paradossalmente, proprio con la sua debolezza. Parigi cerca di usare il residuo strumento di potenza di cui dispone – un hard power militare che ancora la distingue nell’Europa continentale – per provare a bilanciare una UE sempre più germano-centrica e avere voce in capitolo nelle future decisioni sulla Siria. Facendolo, cerca di costruire un’asse con gli Usa, offrendo a Washington una sponda tanto militare, i bombardamenti contro l’ISIS, quanto politica: l’inflessibilità sulla necessità che Assad abbandoni il potere. L’Iran, infine, utilizza questa crisi per consolidare il ritrovato ruolo di principale potenza regionale, contribuendo a quella mediazione al ribasso che pare offrire l’unico orizzonte possibile e la sola via d’uscita praticabile.
Sullo sfondo, minaccioso, si staglia il monito di recenti vicende, in particolare di quella libica, rievocata in più occasioni dal governo italiano. Che, con tutte le differenze del caso, ricorda come il confine tra la calibrata riflessione geopolitica e la stregoneria degli apprendisti sia a volte molto più labile di quanto non si creda. E che sul campo, le più attente e sofisticate strategie a volte provochino gli effetti più inattesi e pericolosi.

Il Messaggero, 29 settembre 2015

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