Mario Del Pero

Un intervento francese in Siria?

Con un attento timing, i governi britannico e francese hanno fatto filtrare sulla stampa la notizia della loro intenzione di alzare la soglia dell’intervento contro l’ISIS, attraverso una campagna di raid aerei estesa ora alla stessa Siria. La Francia, in particolare, pare prossima ad annunciare ufficialmente l’escalation. Come si spiega questa decisione e quali sono gli obiettivi che essa si propone e i suoi potenziali rischi?

Agisce, in primo luogo, la pressione di un’opinione pubblica interna divisa tra la necessità di dare risposta alla crisi dei profughi siriani, l’ostilità diffusa verso politiche di accoglienza più ampie e flessibili e la paura nei confronti di un terrorismo interno che nella palestra siriana trova fonte costante di reclutamento e strumento di efficace addestramento. La via, o meglio la scorciatoia, militare si spera possa garantire molteplici risultati: alleggerire la catastrofe umanitaria, e il peso conseguente sull’Europa; rendere accettabile a una parte del mondo conservatore un aumento del numero di profughi accolti nel paese; colpire un jihadismo interno che in Siria trova uno dei suo serbatoi primari e che – stando ai rapporti dei servizi d’intelligence e ad alcune dichiarazioni dello stesso primo ministro Valls – ha di molto rafforzato la sua capacità di colpire.

Le dinamiche intraeuropee offrono una spiegazione aggiuntiva. La Francia utilizza lo strumento di cui dispone (e che ancora in parte la distingue dentro la UE), quello militare, per intervenire in una crisi che ha ulteriormente accresciuto l’influenza della Germania nell’Unione. Si può leggere l’iniziativa francese, e la sua accorta pubblicizzazione, come complementare alla politica d’accoglienza di Angela Merkel ovvero si può enfatizzare la sua natura quasi competitiva. Resta il fatto che la Francia agisce anche per cercare di riequilibrare un asse franco-tedesco nel quale il peso di Parigi è andato progressivamente affievolendosi.

La geopolitica mediorientale ci fornisce un terzo elemento utile a comprendere la decisione di Hollande. Con un Iran che si riavvia ad essere interlocutore, e talora addirittura partner, fondamentale per l’Europa e gli Stati Uniti e con una Russia sempre più attiva in Siria, si spera che intervenire voglia dire maturare un capitale politico da utilizzare nei successivi negoziati sul futuro del paese e della regione.

Infine, vi sono il quadro transatlantico e le relazioni con gli Stati Uniti. La Francia ha svolto un ruolo importante, e per certi aspetti sorprendente, sul dossier iraniano, assumendo una posizione di durezza negoziale che è tornata assai utile a Washington. Appare chiaro come questa linea così come quella assunta nei confronti dell’ISIS, sia originata anche dalla volontà di costruire una sorte di asse con l’amministrazione Obama. La quale da tempo chiede ai propri alleati europei un impegno maggiore in Siria e in Iraq, condividendo costi, responsabilità, oneri e conseguenze di un’azione coordinata e multilaterale contro il radicalismo islamico.

I rischi sono però elevatissimi e la lezione libica – con tutti i necessari distinguo e le rilevanti differenze – dovrebbe essere lì a ricordarli. Non a caso dentro il fronte repubblicano c’è chi si è immediatamente spinto più in là, come il candidato alle primarie del 2016 Bruno Le Maire, chiedendo anche un intervento delle truppe di terre. L’utilizzo della sola arma aerea è infatti di dubbia efficacia. Il rischio di provocare un alto numero di vittime civili rimane elevatissimo. Inefficacia e danni collaterali tendono ad aumentare quando minori sono i mezzi e la sofisticatezza tecnologica di chi agisce, e proprio la Libia evidenziò ancora una volta il pesante gap esistente tra le forze aeree statunitensi e quelle francesi e britanniche. Se una cosa si dovrebbe aver appreso da questo quindicennio di guerra è che lo strumento militare, soprattutto quando poggia primariamente o esclusivamente sul bombardamento dal cielo, agisce da moltiplicatore di quel terrorismo che s’intende debellare: costituisce, cioè, un potente veicolo di reclutamento di un fenomeno che della guerra – e di questa guerra asimmetrica e “santa” – si alimenta, in Siria, Iraq e oggi anche nelle banlieues di tante città francesi.

Il Messaggero, 7 settembre 2015

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr1Email this to someonePrint this page

2 Commenti

  1. alfio bruno

    Dopo circa due mesi dall’apparizione di questo articolo avvengono i fatti di Parigi e subito dopo i bombardamenti in Siria.
    Dunque, quello che accade oggi si sapeva di già. Si è atteso solo che degli idioti avessero ultimato la messa a punto di un piano secondo loro idoneo a motivare agli occhi d’una ingenua e sottoacculturata opinione pubblica francese il già avvenuto intervento militare.
    Ritengo vergognoso il fatto che nessun quotidiano italiano, in questi giorni, ha accennato in dettaglio alle vere ragioni della crisi franco-siriana e che tutte le riflessioni sui fatti di Parigi portano ad accreditare un solo, autentico terrorismo, quello dei nuovi Brenno!

  2. alfio bruno

    stavolta l’hanno fatta grossa! talmente grossa da potersi deglutinare ma non inghiottire!…

i commenti sono chiusi