Mario Del Pero

Verso la ratifica dell’accordo sul nucleare iraniano

 

I numeri sembrano oggi esserci. Dopo un’estate di timori, Obama pare essere riuscito ad ottenere l’impegno della quasi totalità dei senatori democratici a votare a favore dell’accordo sul nucleare iraniano. Il Presidente dispone quindi dei voti necessari per essere certo che il suo veto a un eventuale voto negativo del Senato non possa essere annullato da una seconda votazione (per la quale ci sarebbe bisogno di una maggioranza qualificata dei due terzi dei senatori in aula).

Si tratta di un’indubbia vittoria per Obama. Alla quale hanno contribuito diversi fattori. In primo luogo l’azione concertata degli alleati europei che hanno sottolineato la loro indisponibilità a rimanere al fianco degli Usa in caso di mancata ratifica dell’accordo. Secondo le testimonianze di cui disponiamo, nel corso dell’estate i rappresentanti diplomatici di Francia, Germania e Gran Bretagna hanno avuto diversi incontri con i senatori incerti cui hanno fatto chiaro che gli Usa si sarebbero trovati da soli e che l’Europa non avrebbe più aderito alla politica di sanzioni nei confronti di Teheran. Se fosse confermato, ciò evidenzierebbe una volta ancora la peculiare permeabilità del processo decisionale statunitense a pressioni esterne. Una permeabilità che agisce in direzioni molteplici e che, nel caso specifico, evidenzia tutti i limiti della mitologia sulla presunta capacità delle lobby filo-israeliane di condizionare in modo assoluto il dibattito politico negli Stati Uniti .

Il secondo fattore è stato rappresentato dall’attivismo dell’amministrazione e dei suoi alleati al Congresso. Memore degli errori compiuti in estati passate, quando si lasciò che fossero i repubblicani a dominare il dibattito mediatico e politico, l’amministrazione ha lanciato un’intensa campagna di promozione dell’accordo. Una campagna che ha coinvolto figure diverse, inclusi numerosi militari ed esperti di questioni strategiche, e che è culminata nel sorprendente appoggio di due ex capi dei servizi d’intelligence e controspionaggio d’Israele (il Mossad e lo Shin Bet), Efraim Halevy e Amy Ayalon. E una campagna dove anche Obama ha finalmente accettato di sporcarsi le mani facendo quello che in molti lo accusano di non aver fatto a sufficienza in questi sette anni di presidenza: contattando i senatori uno a uno e convincendoli con il dovuto e necessario mix di pressioni e promesse, blandizie e minacce.

Ma vi è un ultimo, fondamentale fattore senza il quale tutto sarebbe stato immensamente più complesso: il pubblico americano. Con un occhio già alle elezioni del 2106, e comunque sempre attenti agli umori dell’opinione pubblica, i senatori difficilmente avrebbero accettato di appoggiare l’accordo se questo fosse stato fortemente osteggiato nel paese. Ma così non é. Come ci mostrano i sondaggi Gallup, il nucleare iraniano continua a preoccupare, ma l’Iran fa meno paura o comunque non costituisce più, nell’immaginario statunitense, il principale pericolo o il maggiore nemico degli Stati Uniti. Lo era per il 32% degli intervistati solo tre anni fa; oggi questa cifra è scesa al 9 % (mentre nel caso della Russia si è passati dal 2 al 18%). Perché altri sembrano essere le sfide e i teatri di crisi. Perché l’Iran può essere un alleato importante contro l’Isis. Perché ancora forti sono il retaggio del fallimentare intervento in Iraq e la conseguente preferenza per politiche estere centrate sul dialogo, la diplomazia multilaterale e l’utilizzo minimo dello strumento militare.

Il Giornale di Brescia, 4 settembre 2015

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