Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2015

La guerra più lunga degli Stati Uniti

La più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti vede oggi un ulteriore prolungamento. Barack Obama ha annunciato l’ennesimo cambiamento di piani in Afghanistan. Gli Stati Uniti non ritireranno le truppe dispiegate, ma manterranno nel 2016 un contingente di circa 10mila soldati che sarà poi quasi dimezzato nel corso dell’anno successivo. Spetterà al successore di Obama decidere cosa fare, se completare o meno il ritiro, lasciando sul campo solo quelle forze speciali impegnate in varie missioni contro i talebani e, ora, anche l’ISIS.
Come si spiega questa decisione e che implicazioni ha per quegli alleati degli Usa, come l’Italia, anch’essi impegnati nella missione in Afghanistan?
Il punto da cui partire è che le grandi ambizioni che mossero inizialmente l’intervento di Washington – sconfiggere i talebani, sradicare il fondamentalismo islamico e procedere a una modernizzazione democratica del paese – sono state ormai definitivamente archiviate. La partita è persa e nessuno si fa più illusioni al riguardo. Gli obiettivi si sono fatti assai più modesti.
Con le sue poche migliaia di uomini, il contingente statunitense residuo svolgerà funzioni basilari e limitate. Sarà dispiegato in alcune aree strategicamente vitali: la capitale Kabul, l’importante base aerea di Bagram, e le altre due basi di Jalalabad e Kandahar. Una scelta in sé rivelatrice. Mantenere dei soldati a Kabul ha una valenza politica e simbolica, ancor prima che militare. Serve per accogliere le richieste del governo di Ashraf Ghani e proseguire quell’opera di addestramento dell’esercito afghano che non ha finora prodotto i risultati auspicati. Le tre basi hanno invece una rilevanza strategica che esula in parte dallo specifico contesto afghano ovvero che deriva dal loro costituire degli importanti avamposti nell’azione anti-terroristica. Da un punto di vista operativo è questa la motivazione primaria della decisione di Obama, ben più che il rilancio di una campagna contro i talebani e il preservamento di una parvenza di unità nazionale in Afghanistan.
Vi sono poi ragioni più precipuamente politiche, locali e interne agli stessi Usa. Pur con poche aspettative, si spera che mantenere una presenza militare possa offrire una leva per rilanciare quei negoziati con il fronte talebano, o con almeno alcune sue fazioni, arenatisi un anno fa. A maggior ragione ora che i talebani si trovano a scontrarsi con le forze dell’ISIS e l’emergere di un comune nemico potrebbe produrre una paradossale convergenza d’interessi con Washington. Mantenere alcune migliaia di soldati e, soprattutto, delle basi serve inoltre nelle complicate relazioni con il Pakistan e le sue forze armate, i principali sponsor dei talebani che gli Usa in questi anni mai sono riusciti a piegare. Infine, è probabile abbia inciso anche un calcolo di politica interna, come evidenziato dagli apprezzamenti repubblicani per la decisione di Obama. Accusato da più fronti per la presunta passività della sua politica estera, il Presidente matura un piccolo credito che cercherà di spendere su altri tavoli, a partire forse dalla definitiva chiusura del carcere speciale di Guantanamo.
Chi, come il nostro governo, parla di seguire gli Usa prolungando la missione già esistente o ipotizza addirittura azioni militari su altri dossier nodali, a partire da quello libico, deve però guardare bene alla lezione di questi quattordici anni di guerra in Afghanistan e allo scarto, davvero macroscopico, tra i mezzi investiti, le ambizioni rivendicate e i risultati raggiunti.

Il Giornale di Brescia, 19 ottobre 2015

La Clinton e il primo dibattito delle primarie democratiche

Hillary Clinton ha largamente dominato il primo dibattito tra i candidati democratici alle presidenziali del 2016. Per preparazione, capacità di rintuzzare i (flebili) attacchi dei suoi avversari e, anche, efficacia comunicativa nei tempi stretti del confronto televisivo lo scarto tra la Clinton e gli altri è risultato davvero macroscopico. Come ha sottolineato, con un linguaggio ai limiti del politically correct, l’autorevole commentatore del Washington Post, Dana Milbank, Hillary è apparsa come “l’uomo in mezzo ai ragazzi”.
Dopo gli inciampi dell’estate – in parte veri, in parte esagerati dai media nel disperato tentativo di dare un po’ di pathos alle scontate primarie democratiche – la Clinton è apparsa controllare la situazione e finanche divertirsi con controparti così fragili e prevedibili. La discussione, va detto, si è distinta per serietà, contenuti e rispetto reciproco: un contrasto stridente col circo delle primarie dei repubblicani, in ostaggio da mesi dei vaneggiamenti di Donald Trump. Ma, appunto, è stata una discussione talmente impari da far apparire questo voto come un semplice incoronamento di Hillary Clinton: un rituale, più che un vero e proprio momento di confronto democratico. L’unico, tra i quattro altri candidati, ad avere costruito una sua base elettorale (e un suo profilo) precisi e distinti è il senatore 74enne del Vermont Bernie Sanders. Un socialista che siede da 25 anni al Congresso, prima come deputato e poi come senatore, che è tutto fuorché la caricatura che ne hanno fatto anche alcuni media nostrani (da parlamentare Sanders si è spesso distinto per competenza legislativa ed efficacia nel tutelare gl’interessi del suo stato), ma che non rappresenta una credibile alternativa per la Presidenza. Negli ultimi mesi il senatore del Vermont è di molto cresciuto nei sondaggi – su scala nazionale e soprattutto in New Hampshire, il primo stato dove si voterà dopo i caucus in Iowa – ed è parso addirittura mettere sulla difensiva la Clinton. Il bacino elettorale cui Sanders può attingere è però strutturalmente limitato, vuoi per la radicalità di alcune suoi posizioni vuoi per la sua incapacità di sfondare tra le minoranze, su tutte quella afro-americana, che sono centrali nella coalizione elettorale democratica. Per molti aspetti Sanders sembra essere anzi l’avversario ideale per la Clinton: ne accentua il profilo di solida statista, porta a mobilitare un pezzo di elettorato di sinistra alienato e disilluso, previene l’emergere di un candidato alternativo che, per anagrafe e biografia, possa davvero mettere in difficoltà l’ex Segretario di Stato.
E però, per la Clinton la strada verso la Casa Bianca è tutt’altro che in discesa e le stesse primarie democratiche in fondo lo evidenziano. Lo scetticismo nei suoi confronti degli elettori di sinistra, e di quel voto giovane che fu così importante nel 2008 e nel 2012, non è affatto svanito. Nei sondaggi improvvisati fatti a ridosso del dibattito, così come nei gruppi di elettori democratici selezionati dalla CNN per assistervi, la maggioranza ha preferito Sanders, a dispetto di tutto. Oggi pochi lo ricordano, ma i confronti autunnali delle primarie democratiche del 2007 furono largamente dominati dalla Clinton, con un Obama non di rado impacciato e goffo nelle interazioni rapide, e talora brutali, della discussione televisiva. Fu solo a ridosso del voto in Iowa, e soprattutto grazie ad esso, che questa dinamica fu rovesciata. Hillary Clinton, in altre parole, raramente piace ai suoi elettori, anche a quelli che ne riconoscono la preparazione e le capacità e sono pronti a votarla. Ed è a tutt’oggi guardata con diffidenza da una maggioranza dell’opinione pubblica. I sondaggi sono inequivoci: circa il 60% degli americani ritiene che la Clinton non sia onesta o affidabile. Il moderatore di questo primo dibattito, il celebre giornalista della CNN Anderson Cooper, ha posto il problema con grande nettezza a una Clinton peraltro imperturbabile: “è disposta a qualsiasi cosa pur di essere eletta Presidente?”, le ha chiesto. E i radicali cambiamenti di posizione, nella carriera di Hillary Clinton, sono talmente tanti da lasciare in effetti perplessi (l’ultimo in ordine di tempo è la sua presa di posizione contro l’accordo di libero scambio trans-Pacifico che lei stessa negoziò e sostenne da segretario di Stato). È questa una vulnerabilità che Hillary potrebbe pagare molto cara al voto di novembre, di per sé difficile per qualsiasi candidato democratico (dal 1948, solo una volta, con Bush Sr. nel 1988, lo stesso partito conquistò un terzo mandato presidenziale). Anche perché i repubblicani avrebbero in teoria figure in grado di alterare le dinamiche elettorali, su tutti il giovane senatore della Florida, Marco Rubio. Solamente in teoria, però, ché il combinato disposto prodotto dal loro ulteriore spostamento a destra, dall’egemonia di un discorso anti-immigrati che scivola non di rado verso la xenofobia, e dal fenomeno Trump costituiscono probabilmente la maggior risorsa di cui dispongano oggi i democratici e Hillary Clinton.

Il Mattino, 15 ottobre 2015