Mario Del Pero

Archivio mensile: novembre 2015

Gli Usa e Parigi

L’azione terroristica di Parigi ha suscitato emozione profonda negli Stati Uniti, riaccendendo la memoria sempre vivida degli attacchi dell’11 settembre 2001. Obama ha alzato il tono della retorica, promettendo la “distruzione” del Califfato islamico e descrivendo quanto avvenuto come “un attacco all’umanità intera”; i candidati alla Presidenza, in particolare quelli repubblicani, hanno fatto a gara nel flettere i muscoli, con il miliardario Donald Trump ancora una volta a primeggiare nel proporre soluzioni tanto surreali nei contenuti quanto popolari tra l’elettorato conservatore (tra di esse, addirittura la schedatura di tutti i cittadini statunitensi di fede mussulmana). Nel mentre l’emergenza terrorismo sembra avere imposto forme rinnovate, per quanto forzose, di collaborazione internazionale.
E però, la sensazione forte è che l’America non sia oggi così vicina all’Europa e alla Francia. Che le priorità degli Stati Uniti siano altre. Che le dinamiche elettorali, e gli opportunismi politici, abbiano condizionato in modo preponderante la reazione ai fatti di Parigi. E che la coesione dell’alleanza atlantica, i rapporti con gli alleati storici e, in parte, gli stessi problemi mediorientali, per quanto ovviamente rilevanti, abbiano perso la centralità assoluta del passato.
Tre elementi aiutano a spiegare tutto ciò: la geopolitica, la politica, e il lascito (e l’asserita lezione) di quattordici anni di campagna globale contro il terrorismo.
La geopolitica, innanzitutto. Ossia la convinzione, da subito esplicitata dall’amministrazione Obama, che risorse decrescenti e un’opinione pubblica interna ostile a interventismi globali impongano la definizione di un precisa gerarchia d’interessi: di individuare con maggior chiarezza i teatri strategicamente nodali. Alla vetta di questo ranking delle priorità geopolitiche si colloca l’Estremo Oriente: quel teatro dell’Asia-Pacifico verso il quale gli Usa avrebbero dovuto riorientare le proprie attenzioni e il proprio impegno, anche militare. Perché è sulle rotte transpacifiche che corrono – profonde, contradditorie e potenzialmente pericolose – le interdipendenze fondamentali del sistema internazionale corrente, come i flussi finanziari e i radicali squilibri commerciali ben evidenziano. Perché è in Asia che è parsa emergere la sfida più credibile, quella cinese, all’egemonia statunitense. Perchè nello spazio del Pacifico la rete di rapporti e alleanze bilaterali costruite dagli Usa non ha prodotto quella stabilizzazione altamente istituzionalizzata dell’area nordatlantica. Perché, infine, l’importanza dell’Estremo Oriente è in parte anche derivata. Dipende cioè dalla minor centralità dell’Europa e del Medio Oriente: priva di minacce sostanziali la prima; non più così prioritario il secondo, anche alla luce di una dipendenza calante degli Usa dal petrolio mediorientale.
La politica interna offre una seconda spiegazione. È una politica interna che spesso subordina il contesto internazionale a quello interno; che è propensa a piegare il primo alle esigenze del secondo. Anche per questo, quanto avvenuto a Parigi è stato rapidamente “americanizzato”, aprendo un dibattito – assai provinciale – sui possibili riverberi dei fatti parigini negli Stati Uniti. Particolarmente deprimente è risultata la discussione sulla gestione dei profughi siriani, con numerosi governatori repubblicani pronti a rifiutare accoglienza nei loro stati e la camera dei Rappresentanti a votare demagogici provvedimenti restrittivi. Che in questo dibattito alcuni politici abbiano presentato come modello positivo una delle pagine più oscure della recente storia americana – la deportazione dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante il secondo conflitto mondiale – dà la cifra sia del livello della discussione sia, appunto, di questa propensione a filtrare (e deformare) gli attacchi di Parigi per il tramite della politica statunitense e dei suoi opportunismi, acuiti oggi dall’imminente ciclo elettorale.
La campagna globale contro il terrorismo, infine. Che gli Usa hanno promosso dal 2001 a oggi con strumenti e metodi frequentemente criticati dagli alleati europei e dalle loro opinioni pubbliche. E dei quali – affermano oggi molti, soprattutto a destra – è necessario invece comprendere la necessità ed efficacia ultima. Secondo questa lettura, quanto sta avvenendo oggi evidenzia le gravi responsabilità di un’Europa troppo intenta negli ultimi quattordici anni a polemizzare pretestuosamente con gli Stati Uniti.
È probabile che questo atteggiamento critico nei confronti dei partner europei si vada acuendo nelle settimane e nei mesi a venire. Che nelle primarie repubblicane non manchino dei momenti di vera e propria eurofobia cui già abbiamo assistito nel 2008 e nel 2012. Nell’auspicio che la portata della sfida e del pericolo dia fiato alle voci più ragionevoli; che l’emergenza venutasi a determinare alimenti quella sensibilità internazionale del paese andata grandemente affievolendosi negli ultimi anni.

Il Messaggero, 24 novembre 2015

La forza di una città violata

Parigi non è in alcun modo la città assediata descritta da taluni media. No lo è per scelta, natura e necessità: perché non può esserlo; perché non può permetterselo. È, quello sì, una città ferita, addolorata, arrabbiata e consapevole – immensamente consapevole – della propria ineluttabile vulnerabilità. Più di tutto, è una città unita e solidale. Sono processi difficili da descrivere, che in una certa misura sembrano accomunare la Parigi di oggi alla New York del post 11 settembre 2001, anche se nella seconda il dispiegamento dell’apparato securitario fu da subito più esteso e, soprattutto, visibile. Città violate, Parigi oggi e New York quattordici anni orsono; e città che reagiscono con dignità, sobrietà, finanche pudore alla condizione in cui si vengono a trovare. Il dolore, quello vero, e la paura, quella reale e quotidiana, questo generano: misura; compostezza; coscienza che le parole vanno pesate e usate con attenzione. La consapevolezza – del tutto assente in tanti commentatori, politici e urlatori di professione – che non esistono scorciatoie. Che la violenza, feroce e immane, ha matrici complesse, radici profonde e attorcigliate, che non si recidono con azioni militari improvvisate e dagli obiettivi incerti, non si spiegano con retoriche binarie e manichee, non si affrontano invocando nuove crociate o guerre di civiltà. Che quanto si è subito non giustifica in alcun modo opportunismi o strumentalizzazioni, come quelli cui purtroppo abbiamo assistito nello sconclusionato dibattito dell’altro ieri all’Assemblea Nazionale.
Per questo, la prima risposta che Parigi sta cercando di dare è quella della normalità. Di simulare una condizione che non può ovviamente essere, ma in assenza della quale i suoi nemici l’avrebbero infine vinta. Una normalità fatta di una metropolitana da prendere, di una passeggiata lungo la Senna, di un’aula affollata di studenti, di una partita allo stadio e, sì, anche di un aperitivo in una brasserie di quell`11° arrondissement variegato e multicolore, preso non a caso di mira dalla ferocia assassina dei terroristi.
Parigi e New York sono città-mondo; luoghi d’apertura, d’intrecci, passaggi, scambi, meticciamenti. Sono l’antitesi dell’oscurantismo dei sedicenti califfati. Sono bersagli facili e allettanti. Per ciò che rappresentano; per la loro porosità; per le loro maglie larghe e plurime; per la loro capacità di accogliere al proprio interno il mondo nella sua interezza, male incluso. Sono realtà che per restare tali devono accettare una situazione strutturale, verrebbe voglia di dire esistenziale, d’insicurezza. New York offre al riguardo una grande lezione. Diversamente da gran parte degli Stati Uniti, dopo l’11 settembre non cadde preda di un’isteria che portò a compiere scelte politiche in ultimo scellerate. I sondaggi rivelarono allora una situazione paradossale, nella quale il senso percepito d’insicurezza, e il conseguente sostegno a provvedimenti restrittivi delle libertà individuali, era più alto in Kansas o in Montana, che nella città colpita dal (ed esposta al) terrorismo fondamentalista. È una lezione, quella newyorchese, che Parigi sembra istintivamente seguire. Forse perché è l’unica possibile per rimanere ciò che si è. E per mostrare come le emozioni, anche le più intense, non necessariamente producono scelte emotive e irragionevoli.

Il Giornale di Brescia, 19 novembre 2015