Mario Del Pero

La forza di una città violata

Parigi non è in alcun modo la città assediata descritta da taluni media. No lo è per scelta, natura e necessità: perché non può esserlo; perché non può permetterselo. È, quello sì, una città ferita, addolorata, arrabbiata e consapevole – immensamente consapevole – della propria ineluttabile vulnerabilità. Più di tutto, è una città unita e solidale. Sono processi difficili da descrivere, che in una certa misura sembrano accomunare la Parigi di oggi alla New York del post 11 settembre 2001, anche se nella seconda il dispiegamento dell’apparato securitario fu da subito più esteso e, soprattutto, visibile. Città violate, Parigi oggi e New York quattordici anni orsono; e città che reagiscono con dignità, sobrietà, finanche pudore alla condizione in cui si vengono a trovare. Il dolore, quello vero, e la paura, quella reale e quotidiana, questo generano: misura; compostezza; coscienza che le parole vanno pesate e usate con attenzione. La consapevolezza – del tutto assente in tanti commentatori, politici e urlatori di professione – che non esistono scorciatoie. Che la violenza, feroce e immane, ha matrici complesse, radici profonde e attorcigliate, che non si recidono con azioni militari improvvisate e dagli obiettivi incerti, non si spiegano con retoriche binarie e manichee, non si affrontano invocando nuove crociate o guerre di civiltà. Che quanto si è subito non giustifica in alcun modo opportunismi o strumentalizzazioni, come quelli cui purtroppo abbiamo assistito nello sconclusionato dibattito dell’altro ieri all’Assemblea Nazionale.
Per questo, la prima risposta che Parigi sta cercando di dare è quella della normalità. Di simulare una condizione che non può ovviamente essere, ma in assenza della quale i suoi nemici l’avrebbero infine vinta. Una normalità fatta di una metropolitana da prendere, di una passeggiata lungo la Senna, di un’aula affollata di studenti, di una partita allo stadio e, sì, anche di un aperitivo in una brasserie di quell`11° arrondissement variegato e multicolore, preso non a caso di mira dalla ferocia assassina dei terroristi.
Parigi e New York sono città-mondo; luoghi d’apertura, d’intrecci, passaggi, scambi, meticciamenti. Sono l’antitesi dell’oscurantismo dei sedicenti califfati. Sono bersagli facili e allettanti. Per ciò che rappresentano; per la loro porosità; per le loro maglie larghe e plurime; per la loro capacità di accogliere al proprio interno il mondo nella sua interezza, male incluso. Sono realtà che per restare tali devono accettare una situazione strutturale, verrebbe voglia di dire esistenziale, d’insicurezza. New York offre al riguardo una grande lezione. Diversamente da gran parte degli Stati Uniti, dopo l’11 settembre non cadde preda di un’isteria che portò a compiere scelte politiche in ultimo scellerate. I sondaggi rivelarono allora una situazione paradossale, nella quale il senso percepito d’insicurezza, e il conseguente sostegno a provvedimenti restrittivi delle libertà individuali, era più alto in Kansas o in Montana, che nella città colpita dal (ed esposta al) terrorismo fondamentalista. È una lezione, quella newyorchese, che Parigi sembra istintivamente seguire. Forse perché è l’unica possibile per rimanere ciò che si è. E per mostrare come le emozioni, anche le più intense, non necessariamente producono scelte emotive e irragionevoli.

Il Giornale di Brescia, 19 novembre 2015

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