Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2015

Trumpismi

Il miliardario americano Donald Trump, candidato alle primarie del partito repubblicano, è di nuovo sulle prime pagine dei giornali. Dopo aver proposto la deportazione degli immigrati illegali presenti nel paese – circa 11 milioni, provenienti per lo più dal Messico e dall’America Latina – ora Trump chiede che si blocchi l’ingresso negli Usa di tutti i mussulmani. Una misura indispensabile, sostiene Trump, dopo gli attacchi terroristici di Parigi e San Bernardino, in “attesa di comprendere meglio la natura del problema e la terribile minaccia che esso pone alla sicurezza del paese”.
Quella di Trump è un’ennesima boutade. La sua proposta è impraticabile, incostituzionale e illegale. Impraticabile, perché per i funzionari del dipartimento dell’immigrazione sarebbe semplicemente impossibile determinare l’affiliazione religiosa di una persona che intende entrare negli Usa, con qualsiasi tipo di visto e passaporto. Incostituzionale, in quanto si applicherebbe in teoria anche a cittadini statunitensi, che verrebbero così discriminati sulla base della loro religione. Illegale, infine, ché verrebbero violati numerosi trattati siglati dagli Stati Uniti con altri paesi.
Posto quindi che di boutade si tratta, la sua rilevanza politica non va in alcun modo sottostimata. Trump sembra essere sceso nei sondaggi, in particolare in Iowa dove inizieranno il febbraio prossimo le primarie. E proprio la crescita di consensi di un altro candidato ultra conservatore, il senatore del Texas Ted Cruz, spiega la necessità per il magnate newyorchese di rilanciare con l’ennesima provocazione a uso e consumo di un elettorato, quello dei caucus dell’Iowa appunto, dove è sovra-rappresentata la destra religiosa più radicale. E però Trump resta nettamente in testa nei sondaggi nazionali, nei quali ottiene attorno al 30 dei consensi, doppiando di fatto i suoi rivali principali: Cruz, il giovane senatore della Florida (e oggi vero favorito) Marco Rubio e il neurochirurgo afroamericano Ben Carson. Soprattutto, Trump è diventato nei mesi un candidato credibile alla nomination repubblicana: anzi, con le sue parole d’ordine politicamente scorrette, con la sua misoginia e, soprattutto, con posizioni di fatto xenofobe e razziste, ha finito per dettare i tempi del dibattito politico ed elettorale, contribuendo alla inesorabile marginalizzazione di candidati più moderati come il governatore della Florida (e iniziale favorito) Jeb Bush e quello dell’Ohio, John Kasich.
Come è possibile tutto ciò e cosa ci dice di questo ciclo elettorale oltre che, più in generale, della situazione politica negli Usa? Pesa, questo è chiaro, l’emozione suscitata dai recenti attentati, che riaccendono la memoria dell`11 settembre e le paure che esso aveva alimentato. I sondaggi, per quanto affatto inequivoci, rivelano la crescente diffidenza e, in taluni casi, l’aperta ostilità degli elettori repubblicani nei confronti dell’Islam e dei mussulmani. Ma pesa altresì un clima più generale di rabbia e paura a cui contribuiscono tanto i lunghi riverberi della crisi economica quanta la rinnovata preoccupazione verso la minaccia del fondamentalismo islamico, ora incarnato dall’Isis. Un clima che il partito repubblicano ha cavalcato (e sta cavalcando) irresponsabilmente, nell’auspicio di poterlo mobilitare contro Obama e i democratici. E che con Trump gli è di fatto esploso tra le mani. Escludere Trump dalle primarie, come sarebbe eticamente prima ancora che politicamente necessario, rischierebbe oggi d’indurlo a correre come indipendente, con effetti devastanti per le chance repubblicane di riconquistare la Casa Bianca. Rischiare una vittoria di Trump, o comunque accettare primarie dominate dalla sua persona e dalle sue farneticazioni, significa contribuire all’ulteriore degrado e abbruttimento del confronto politico. Che con queste primarie repubblicane precipita verso livelli raramente raggiunti in precedenza. Da Presidente George Bush ha commesso innumerevoli errori. Un merito gli si deve però riconoscere: il suo sforzo reiterato di contenere qualsiasi deriva islamofobica; di evitare che gli attentati terroristici dell`11 settembre e le successive guerre intraprese dagli Usa alimentassero una caccia alle streghe contro i mussulmani o fossero giustificate in nome di una guerra di civiltà a tinte religiose. Per pavidità, inettitudine e opportunismo, il partito repubblicano e il suo establishment non ha avuto il coraggio e la fermezza di fermare una deriva che oggi appare incontrollabile e di cui Trump è il prodotto prima ancora che la causa.

Il Messaggero, 9 Dicembre 2015

San Bernardino

Sono tanti, troppi i dettagli ancora mancanti per comprendere ed esaminare le matrici di questa ennesima strage negli Stati Uniti. E allora è opportuno concentrarsi sui fatti noti, per provare ad analizzare quella che appare a tutti gli effetti essere una “eccezionalità americana” – la frequenza di episodi come quello avvenuto l’altro ieri a San Bernardino, California – e riflettere sulle possibili conseguenze politiche di quanto accaduto.
Le stragi, le armi e gli Stati Uniti, innanzitutto. Le cifre sono varie e difficilmente contestabili. Negli Usa si vendono, comprano e utilizzano armi da fuoco come in nessun altro paese. I dati comparati sono sempre scivolosi e incerti, in particolare quando la comparazione è tra realtà solo parzialmente confrontabili. Nondimeno, lo scarto tra gli Stati Uniti e il resto del mondo è davvero macroscopico. Con meno del 5% della popolazione mondiale complessiva, gli Usa hanno tra il 30 e il 50% delle armi possedute legalmente da civili. La percentuale è di 88 armi da fuoco per 100 abitanti. Se parametrato non rispetto alla popolazione ma, appunto, alla quantità di armi in circolazione, ciò non si traduce automaticamente in un aumento degli omicidi. Anzi, tale numero è andato calando: pur rimanendo di molto superiore a paesi comparabili agli Usa in termini di sviluppo economico e sistema politico, la percentuale di omicidi con armi da fuoco si è quasi dimezzata nell’ultimo ventennio. Ciò che non è calato è invece il numero, impressionante e drammatico, di stragi: di “omicidi di massa” (mass killings), come l’FBI definisce gli episodi con almeno quattro vittime in aggiunta all’attentatore (o agli attentatori). Tra i dieci più gravi nella storia statunitense, la metà di questi mass killings sono avvenuti nell’ultimo decennio. Omicidi nei quali rare sono le motivazioni politiche, anche le più deliranti; che raramente sono rubricabili cioè come forme di “terrorismo”, se intendiamo per ciò l’uso della violenza illegittima finalizzato a destabilizzare il paese o ad ottenere precise contropartite politiche. Ma omicidi che spesso riflettono un desiderio di esposizione nel nostro mondo iper-mediatizzato e che potrebbero (o già possono) emulare i modelli d’azione del terrorismo suicida che abbiamo visto in azione a Parigi. E che in una realtà come quella statunitense sfruttano l’estrema facilità nell’acquisto di armi, incluse quelle d’assalto (solo l’agosto scorso, Walmart – la più grande catena d’ipermercati del paese – ha deciso di porre termine alla vendita di fucili semiautomatici come l’AR-15s, quello utilizzato nella strage nella scuola di Newtown in Connecticut nel 2012).
E questo ci porta al secondo aspetto: i possibili riverberi politici di quanto accaduto in California, una volta confermato che gli autori della strage sono un mussulmano statunitense di origine araba e la moglie pakistana. Anche in assenza di precise rivendicazioni politiche – anche se non si trattasse di un’azione terroristica, per quanto alcuni indizi puntino in quella direzione – è evidente come questa strage sia destinata ad acuire fobie preesistenti, che Obama e i democratici stanno già faticando a contenere. L’effetto degli attentati di Parigi si è fatto sentire anche negli Usa, alimentando non di rado reazioni estreme e strumentali, come nella recente discussione congressuale sulla gestione dei profughi siriani. Come abbiamo visto, la storia recente ci rivela quanto esposti siano gli Stati Uniti al rischio di stragi con armi da fuoco che sono facilmente alla portata di tutti. Quelle stragi hanno avuto protagonisti e autori diversi: giovani alienati; membri di milizie ariane; ex militari disturbati; immigrati recenti non integrati. Una precisa caratterizzazione religiosa – una strage caratterizzabile cioè come “islamica” – sarebbe però destinata ad avere un impatto fortissimo, in un paese dove l’islamofobia è in crescita, durante una campagna elettorale – le primarie repubblicane – dove parole d’ordine un tempo inimmaginabili sembrano già essere state sdoganate e nelle quali primeggiano candidati che propongono la schedatura di tutti i mussulmani (Donald Trump) o si dichiarano contrari alla possibilità di avere in futuro un Presidente di religione islamica (Ben Carson). Secondo un recente sondaggio, il 76% degli elettori repubblicani ritiene che l’Islam non sia compatibile con la democrazia statunitense. Una percentuale destinata ad aumentare se emergesse una matrice terroristica e “islamica” nella strage di San Bernardino e a provocare un ulteriore, radicale abbruttimento della contrapposizione elettorale.

Il Messaggero, 4 dicembre 2015