Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2016

Verso le primarie

La corsa per le primarie alle presidenziali statunitensi sta davvero entrando nel vivo. Il 1 febbraio si voterà in Iowa, nei cosiddetti caucus, riunioni di militanti chiuse il cui esito è estremamente difficile da prevedere nei sondaggi. Pochi giorni più tardi sarà il turno delle primarie semi—aperte del New Hampshire, dove potranno votare anche gli elettori non registrati. Da lì ci si sposterà a sud e sud-ovest, con il voto in South Carolina e in Nevada fino al “supermartedì” del 1 marzo, quando si esprimeranno gli elettori di ben 14 stati, tra i quali il Texas, il Massachusetts e la Georgia.
Nel fronte repubblicano la corsa sembra ormai restringersi a tre persone: l’eccentrico miliardario Donald Trump, il senatore ultraconservatore del Texas Ted Cruz e una terza figura, a oggi ancora un anonimo “Mr. X”, che potrebbe emergere nel gruppo di candidati (Marco Rubio, Jeb Bush, Chris Christie, John Kasich) meno radicali e di certo più presentabili in prospettiva presidenziale. Tra i democratici sembra essere una corsa a due, con la grande favorita, Hillary Clinton, improvvisamente in difficoltà nei sondaggi di fronte a un avversario forse sottovalutato, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, che è invece riuscito a generare grande entusiasmo, soprattutto tra gli elettori più giovani, e a raccogliere una montagna di finanziamenti, messi al servizio di una campagna fattasi vieppiù efficace e incisiva.
Tre sono le indicazioni sino ad ora più rilevanti di questa campagna elettorale. La prima è l’evidente radicalizzazione che, in modi assai più diversi, sembra contraddistinguere entrambi gli elettorati. Nel fronte repubblicano predominano parole d’ordine estreme sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, che soprattutto con Trump scivolano facilmente verso una xenofobia e un razzismo dei quali sono vittime in primo luogo mussulmani e immigrati messicani. Questo si accompagna a posizioni parimenti estreme nei confronti del governo federale: di un pubblico a cui, asserisce soprattutto Cruz, vanno tolte risorse (con ulteriori tagli alle tasse) e competenze. È invece a questo pubblico che propone di affidarsi Sanders, con un programma singolare che s’ispira al modello socialdemocratico scandinavo, proponendo una nuova riforma sanitaria in stile europeo e violando un taboo elettorale storico laddove enfatizza la necessità di accettare un significativo e progressivo aumento dell’imposizione fiscale su quasi tutte le fasce di reddito oltre che sui profitti da capitale.
La seconda indicazione è che l’evidente successo di questa radicalizzazione risponde agli umori delle due opinioni pubbliche e dei due elettorati, democratici e repubblicani. Opinioni pubbliche, queste, spaventate e incattivite da una ripresa economica che, per quanto in atto, stenta a fare sentire i suoi effetti e da una insicurezza diffusa a cui contribuisce anche la rinnovata paura del terrorismo. A destra ci si affida a demagoghi che fanno largo uso di una retorica violenta e rozza. A sinistra si sognano svolte socialiste assai poco realistiche, stante le condizioni economiche e politiche (il prossimo Congresso sarà quasi certamente ancora in mano repubblicana).
Il terzo elemento è quello generazionale. In termini di contenuti della proposta politica e civiltà del confronto vi è uno scarto macroscopico tra la campagna dei democratici e quella dei repubblicani. Ma per i primi la scelta sarà tra la 69enne Clinton e il 74enne Sanders, laddove il partito repubblicano – estremo, radicale, finanche caricaturale – ha dimostrato una capacità di rinnovamento (e di ringiovanimento) che potrebbe giovargli nel voto di novembre.

Il Giornale di Brescia, 25 gennaio 2016

Lo Stato dell’Unione

Nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, Obama ha sorpreso i molti che si aspettavano un intervento in linea con quelli degli ultimi anni, densi di minuziose proposte legislative destinate per la gran parte ad arenarsi sugli scogli di un Congresso dichiaratamente non collaborativo, o centrato sulla celebrazione di quanto fatto in questi otto anni di governo. Certo, non sono mancati i riferimenti ai buoni risultati dell’economia, a un tasso di disoccupazione ormai attestatosi attorno al 5 per cento, a una riforma sanitaria che sta entrando pienamente a regime e che ha ridotto la percentuale della popolazione adulta priva di assicurazione dall`18 all’11.5 per cento. Ma come ha sottolineato il Presidente, il suo è stato un intervento proiettato primariamente verso “il futuro”. Sermonale nella forma e deliberatamente pedagogico in alcuni passaggi, questo Obama d’inizio 2016 ha ricordato quello della straordinaria stagione elettorale del 2007-8: il candidato di un cambiamento e di una speranza ben presto travolti dalla terrena brutalità della politica e da un contesto, interno e internazionale, complesso e ostile.
Il discorso si è articolato su tre assi fondamentali, strettamente intrecciati tra loro. Il primo riguarda la condizione, relativa e assoluta, degli Stati Uniti nel sistema internazionale corrente. Una condizione di superiorità incontestata, ha sottolineato a più riprese Obama. A cui contribuisce l’economia, come evidenzierebbe lo stridente contrasto tra la ripresa statunitense, le fatiche europee e i significativi scricchiolii dei modelli di quelle potenze emergenti, Cina su tutte, la cui ascesa pareva fino a poco tempo fa irresistibile e destinata ad alterare gli equilibri globali. Ma che origina anche, e soprattutto, dalla indiscussa superiorità militare, ha affermato Obama nel passaggio forse più roboante del suo intervento. Perché proprio questo tradizionale parametro di potenza offrirebbe l’indicatore più evidente e tangibile della forza americana; dell’inconsistenza delle argomentazioni di chi – praticamente tutto il fronte dei candidati repubblicani alla Presidenza, capitanati da Donald Trump – non manca occasione per denunciare il presunto declino degli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti sono il paese più potente del mondo”, ha affermato Obama, “per le nostre forze armate spendiamo più dei successivi otto paesi messi assieme. Non vi è davvero competizione”. Riconoscere questo primato statunitense, esagerandone peraltro spendibilità e rilevanza nel quadro delle relazioni internazionali correnti, è servito a Obama per introdurre il secondo asse del suo discorso: quello relativo alla sicurezza del paese di fronte alla nuova sfida, e al nuovo volto, del terrorismo di matrice islamica. È un’America oggi spaventata e disorientata, quella a cui Obama ha parlato. Un’America che aveva sostenuto la politica di sicurezza di quest’amministrazione, convinta che la miscela di eliminazioni mirate attraverso i droni, mantenimento di un ampio e pervasivo apparato di sorveglianza e disimpegno militare costituisse la risposta più efficace (e meno gravosa e impegnativa) alla sfida del terrorismo. Ed è un’America quindi disillusa e critica, dopo l’ascesa dell’Isis e i recenti attentati di Parigi e San Bernardino. Ricordare la forza e superiorità degli Stati Uniti è servito a Obama per cercare di sedare queste paure: per ricordare la condizione d’invidiabile sicurezza nella quale si trova il paese. “Il pericolo” non viene da “superpotenze incombenti” o “imperi del male”, ha affermato il Presidente con un’esplicita comparazione con la Guerra Fredda. Per questo, sono necessari cautela e realismo, evitando d’invocare nuove crociate o terze e quarte guerre mondiali, come fanno alcuni sui oppositori. E qui Obama è passato all’ultimo asse del suo intervento: il rischio che fobie e insicurezze alimentino e legittimino parole d’ordine demagogiche, violente e discriminatorie. Il pericolo, cioè, che la paura contribuisca a indebolire una democrazia già oggi fragile, come Obama ha sottolineato ricordando l’effetto corruttivo dei finanziamenti indiscriminati alle campagne elettorali, la crescente polarizzazione e il basso attivismo civico. Anche in questo, Obama è parso tornare alle origini del suo impegno pubblico, centrato all’epoca sulla necessità di attivare forme di partecipazione e coinvolgimento nuove, per evitare una politica dei pochi, in mano ai demagoghi e agli opportunisti. È stato un discorso alto, l’ennesimo di un Presidente che, comunque la si pensi, entrerà di diritto nel pantheon dei grandi oratori della storia americana. Resta da capire quanto il paese sia ancora interessato ad ascoltarlo e se la campagna elettorale in atto non segnali in qualche misura anche la definitiva archiviazione dell’era di Barack Obama.

Il Messaggero, 14 gennaio 2016