Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2016

Il Fenomeno Trump

In quasi un anno di campagna elettorale pochi sono sfuggiti agli insulti e alle volgarità di Donald Trump. Il miliardario newyorchese, oggi grande favorito nelle primarie che designeranno il candidato repubblicano alla Presidenza, ne ha avuto praticamente per tutti. Ha presentato gl’immigrati messicani come “criminali e stupratori”, proponendo la deportazione in massa di quelli giunti illegalmente negli Usa (circa 11 milioni) e la costruzione di un gigantesco muro lungo il confine con il Messico. Ha sostenuto la necessità di bloccare l’ingresso negli Stati Uniti dei mussulmani. Ha offerto un ricco campionario di commenti misogini e maltrattato la nota giornalista della rete televisiva conservatrice Fox News, Megan Kelly, colpevole di un atteggiamento poco accondiscendente durante uno dei tanti dibattiti tra i candidati repubblicani: atteggiamento che Trump ha pubblicamente imputato al ciclo mestruale della Kelly (“aveva il sangue che le usciva da ogni dove”, ha dichiarato nell’occasione). Non si è fermato nemmeno di fronte alla disabilità, deridendo in una disgustosa imitazione il giornalista del New York Times Serge Kovaleski, afflitto da una forma di artogriposi alla mano e al braccio destri (Kovaleski aveva appena disvelato una delle tante bugie raccontate da Trump, quella secondo la quale nel 2001 migliaia di mussulmani erano scesi nelle strade in New Jersey per celebrare gli attacchi terroristici alle Torri Gemelle).
Nessuno dei suoi avversari repubblicani è sfuggito alle offese di Trump, che si è dilettato in particolare nell’irridere Jeb Bush e, dopo l’uscita dalla contesa di quest’ultimo, il solo vero rivale rimasto, il senatore della Florida Marco Rubio. Insulti, boutade e reiterate menzogne si sono accompagnate alla sostanziale inconsistenza ed estrema vaghezza del programma di Trump. Nel quale vi è davvero poco, al di là dei generici slogan sulla necessità di rifare grande l’America e degli attacchi viscerali contro gli immigrati e i mussulmani. Quel poco che si può trovare evidenzia peraltro una forte eccentricità rispetto ai canoni del conservatorismo statunitense, tanto che la campagna contro Trump di Fox su questo si concentra oggi: sul fatto che il miliardario sia un finto conservatore, come la sua storia e le sue numerose donazioni ai democratici ben rivelerebbero. Trump ha preso le difese di bersagli storici della destra come Planned Parenthood, la principale organizzazione no profit del paese che fornisce assistenza e servizi (inclusa l’interruzione di gravidanza) alle donne; ha accusato senza mezzi termini le scelte di politica estera dei repubblicani e l’intervento in Iraq del 2003 in particolare; ha sostenuto che il Medio Oriente starebbe meglio se Gheddafi e Saddam Hussein non fossero stati deposti; ha proclamato la sua ammirazione per Vladimir Putin.
Eppure il voto e i sondaggi gli danno ragione e la sua corsa alla nomination appare oggi inarrestabile. Come si spiega tutto ciò? Perché tutte le previsioni (incluse quelle di chi scrive) sull’inevitabile collasso della campagna elettorale di Trump si sono rivelate errate?
Almeno tre spiegazioni, contingenti e non, possono essere offerte. La prima è che il fenomeno Trump ha radici profonde nella storia e nella cultura politica del paese. Una storia segnata da frequenti mobilitazioni xenofobe contro gli immigrati abilmente sfruttate da tribuni ambiziosi e spregiudicati. E una storia nella quale la reazione a un establishment spesso corrotto e autoreferenziale ha alimentato e reso credibile quella demagogia radicale e populista di cui Trump è solo l’ultimo epigono.
La seconda spiegazione si lega alla rabbia e alla paura del pezzo di paese che si è infatuato di Trump e del suo messaggio irriverente e anti-convenzionale. Un’analisi disaggregata del voto ci mostra come il sostegno giunga, ampio e maggioritario, da tutti i segmenti dell’elettorato repubblicano. Dentro i quali, però, rilevante è lo scarto (circa dieci punti) tra il voto complessivo e quello ottenuto nella fascia di elettori maschi con bassi livelli d’istruzione e reddito, dove il sostegno a Trump è ben più ampio e marcato. Dentro un elettorato quasi esclusivamente bianco – è stato ben il 96% dei votanti alle primarie repubblicane della South Carolina, dove i residenti bianchi non superano oggi il 70% – Trump intercetta i voti di quello povero e meno istruito: la vittima principale delle profonde trasformazioni economiche dell’ultimo trentennio e della crescita esponenziale di forme di diseguaglianza economica che hanno riportato indietro di un secolo le lancette della storia. Sono diseguaglianze facilmente misurabili non solo con i tradizionali indicatori di reddito e di distribuzione della ricchezza, ma anche con quelli delle aspettative medie di vita rispetto alle quali la forbice tra ricchi e poveri è tornata a divaricarsi in modo significativo. A questo mondo – a quest’America bianca, vulnerabile, spaventata, incattivita e vieppiù minoritaria – Trump offre soluzioni semplici e bersagli facili, a partire ovviamente dagli immigrati messicani e centro-americani. Lo fa sfruttando una degenerazione e un abbruttimento del discorso pubblico e politico rispetto ai quali grande è la responsabilità del partito repubblicano. È questa la terza e ultima spiegazione del suo inatteso successo. Da un lato vi è una politica ridotta sempre più a reality: a confronto urlato e violento, dove anche le regole più basilari sembrano essere saltate. Dall’altro vi è un fronte politico conservatore che nella sua ostilità assoluta e totale nei confronti di Obama ha infine legittimato e fatto proprie posizioni estreme, come ben si è visto nell’ostruzionismo al Congresso e nell’incapacità dei suoi leader di fronteggiare l’insorgenza delle frange più radicali. Sono dinamiche, queste, che predatano il fenomeno Trump: ne sono causa e matrice ben più che conseguenza. E sono dinamiche che stanno in ultimo fagocitando un partito repubblicano responsabile di aver scatenato mostri rivelatisi infine ingestibili e incontrollabili.

Il Mattino, 28 Febbraio 2016

L’NSA e Berlusconi

Che cosa ci dicono queste nuove rivelazioni sull’azione di spionaggio promossa dalla National Security Agency statunitense ai danni di Silvio Berlusconi e del suo entourage? Sono così sorprendenti e legittimano le voci di denuncia che si levano oggi in Italia? Stanno davvero a indicare una forma forte d’ingerenza americana nella vita politica italiana o addirittura un complotto ai danni dell’ex Primo Ministro? La scivolosità della materia e l’incompletezza delle informazioni devono indurre alla cautela. Ma alcune considerazioni sono possibili, sia sulla posizione dell’Italia sia su pratiche di raccolta d’intelligence che appaiono tanto invasive quanto poco regolamentate e controllabili.
La prima riflessione riguarda la situazione dell’Italia nel 2010-11 e la sua condizione, negli Usa e non solo, di osservato speciale. Gli Stati Uniti erano all’epoca assai critici nei confronti delle scelte compiute dall’Europa, temevano che la linea dell’austerity danneggiasse la ripresa globale e che un indebolimento dell’euro potesse avere effetti destabilizzanti. L’Italia appariva vulnerabile e priva sostanzialmente di timone; ovvero costituiva per molti europei, a partire da Nicolas Sarkozy, un comodo capro espiatorio su cui scaricare le colpe di problemi la cui responsabilità era assai più ampia e diffusa. È quindi perfettamente normale che questa Italia, e il suo governo, fossero oggetto di un surplus d’attenzioni da parte delle strutture d’intelligence statunitensi. E che le informazioni fossero cercate e raccolte anche attraverso canali non ortodossi. Il problema sono però i metodi e le modalità con cui Washington ha condotto negli ultimi 10-15 anni questa raccolta d’informazioni. Metodi e modalità nel quale convergono, in una miscela alquanto pericolosa, la mano libera data agli apparati di sicurezza nel post-11 settembre, la possibilità di usare nuovi strumenti nell’intercettare e archiviare forme di comunicazione elettronica e telefonica oggi assai penetrabili, e la parziale privatizzazione di molte delle fasi di questa attività. La campagna globale contro il terrorismo ha giustificato un’azione molto più aggressiva a tutti i livelli, incluso quello dello spionaggio. La possibilità d’intercettare e stivare quantità illimitate di dati e metadati ha probabilmente reso meno selettiva e mirata la raccolta d’informazioni. La crescita elefantiaca dello stato di sicurezza nazionale statunitense è avvenuta incorporando al suo interno strutture private, cui si subappaltano svariate funzioni sia per risparmiare sia perché meno soggette ai vincoli e alle regole cui devono sottostare invece le diverse agenzie federali. La conseguenza è quella che Wikileaks ed Edward Snowden hanno in più occasioni disvelato. Da un lato si catturano e archiviano milioni di comunicazioni, creando un sistema di sorveglianza permanente e totale le cui implicazioni, sulla nostra vita e le nostre democrazie, non possono essere sottostimate. Dall’altro, il numero crescente di persone coinvolte in quest’opera, il ruolo di privati e l’assenza di regolamentazione e disciplina rendono pressoché impossibile controllare questo processo, evitare che sfugga di mano o, banalmente, che diventi di dominio pubblico. Le conseguenze politiche sono inevitabilmente pesanti per gli Usa, perché i leader di paesi coinvolti – Angela Merkel o il presidente brasiliano Dilma Rousseff in passato, Matteo Renzi oggi – debbono ovviamente dare risposta a opinioni pubbliche irritate e sconcertate dal comportamento del loro principale alleato. Ed è questo il paradosso, più preoccupante e pericoloso, che questa vicenda ancora una volta rivela. Non tanto che gli alleati si spiino e lo facciano con grande spregiudicatezza; quello, a dispetto della retorica sul rispetto e sulla correttezza dei rapporti tra paesi amici, è in fondo sempre avvenuto. Quanto che ciò avvenga oggi in forme così estese e incontrollate, senza disciplina e regole. In una sorta di spirale viziosa, la raccolta indiscriminata d’informazioni e l’impossibilità ultima di controllarne la gestione e l’utilizzo, evitando che essa diventi di dominio pubblico, sono due facce di una stessa medaglia, in un quadro che simultaneamente non tutela basilari diritti e non produce intelligence buona e inevitabilmente selettiva.

Il Mattino, 24 Febbraio 2016

Il voto in Nevada e South Carolina

I caucus democratici del Nevada e le primarie repubblicane del South Carolina chiariscono ulteriormente il quadro, ma indicano anche che la campagna per la scelta dei due candidati alla Presidenza sarà lunga e incerta. Vincono Hillary Clinton e Donald Trump; abbandona mestamente la scena Jeb Bush; tra i repubblicani, la corsa si fa a tre, con i giovani senatori Marco Rubio e Ted Cruz a sfidare Trump.
Il successo di quest’ultimo sgombra definitivamente il campo dai dubbi che ancora persistevano sulla sua capacità di tramutare la popolarità mediatica in successo elettorale, i sondaggi in voti. Trump – per quanto provocatorio, volgare, misogino e razzista – è oggi il favorito dentro il suo partito. A dispetto di tutto, il suo essere politicamente scorretto in modo ostentato e orgoglioso non nuoce alla sua popolarità, ma anzi la alimenta e consolida. La capacità del miliardario newyorchese di occupare e padroneggiare i media surroga la sua fragile organizzazione sul territorio, smontando così un altro degli assiomi storici delle primarie. Di ciò Trump potrebbe beneficiare ancor più nel proseguo della campagna, quando si voterà, spesso simultaneamente, in stati di grandi dimensioni e il messaggio generale peserà più della mobilitazione del porta a porta.
La corsa rimane però lunga e molteplici sono gli ostacoli alla candidatura Trump. Jeb Bush si è ritirato e a breve una sorte analoga toccherà a un altro moderato, il governatore dell’Ohio John Kasich. I voti, gli appoggi e le risorse dell’establishment repubblicano si stanno quindi indirizzando tutti verso Marco Rubio, che in South Carolina ha rialzato la testa dopo la battuta d’arresto in New Hampshire. Si tratta di appoggi e risorse importanti: stando ai dati di cui disponiamo l’endorsement last minute a Rubio della popolare governatrice del South Carolina Nikki Haley ha pesato molto, aiutando il senatore della Florida a dimezzare, da venti a dieci punti, la distanza da Trump. Il quale vince sì in diversi segmenti dell’elettorato, ma paga dazio con quello femminile e dipende in modo decisivo da quello maschile con bassi livelli d’istruzione e reddito, presso il quale ottiene il 42% dei voti (contro il 32 generale). In altre parole, vi potrebbe essere un recinto, ampio ma non maggioritario né particolarmente espandibile, oltre il quale il consenso a Trump non si spingerebbe e il coagularsi dei suoi oppositori attorno a Rubio potrebbe alterare le sorti della competizione o portarla fino alla convention di luglio senza che nessuno vi arrivi con la maggioranza dei delegati. Una competizione nella quale Cruz rimane un’incognita pericolosa, in virtù delle risorse e dell’organizzazione di cui dispone, anche se lo spazio politico ed elettorale utilizzabile sembra in larga misura assorbito dalla diade establishment/anti-establishment; e dove ottenere, come fa il senatore del Texas, il sostegno della destra religiosa non è sufficiente, come non lo fu per Santorum nel 2012 o per Huckabee nel 2008.
Tra i democratici il quadro appare più chiaro. Vi è una favorita indiscussa, Hillary Clinton, che è riuscita ad arginare la sfida, per molti aspetti incredibile, che le ha mosso da sinistra il vecchio senatore del Vermont Bernie Sanders. Il quale sperava in un successo clamoroso in Nevada capace di bissare quello, amplissimo, ottenuto in New Hampshire. Mezzi, organizzazione e sostegno dell’apparato sono però risultati decisivi nella vittoria della Clinton. Così come decisivi sono stati i voti dell’elettorato afroamericano che ha scelto – 76 a 22 – l’ex Segretario di Stato. La quale ha invece perso in quasi tutte le altre fasce di votanti, non solo tra i giovani under-30 (che come in Iowa e in New Hampshire hanno scelto Sanders per l’80/85%), ma anche tra gli “ispanici”. Sono dati, questi, che debbono far riflettere la Clinton e un partito democratico rivelatosi incapace di offrire ai propri elettori una scelta più ampia che non fosse quella del duo Clinton-Sanders. E sono dati che in un’ipotetica sfida tra il 45enne Rubio e la 69enne Clinton potrebbero pesare moltissimo, compensando almeno in parte il marcato gap di esperienza, preparazione e competenza che oggi ancora esiste tra i due.

Il Messaggero, 22 febbraio 2016

Il fenomeno Sanders

Ha 74 anni, è poco telegenico, parla con un pesante accento newyorchese, si veste piuttosto male e il suo barbiere, per quanto più che in passato, continua a vederlo di rado. È il membro del Congresso più di sinistra e considera la socialdemocrazia scandinava il modello al quale si dovrebbero ispirare gli Stati Uniti. Parla un linguaggio dei diritti che fino a non molto tempo fa sarebbe stato considerato datato e fatica a entrare in sintonia con quelle minoranze, ispanica e afro-americana, che sono centrali per il voto dei democratici oggi. Propone ricette radicali mai testate negli Usa, come l’introduzione di un sistema sanitario pubblico e universale. Chiede di accettare un aumento dell’imposizione fiscale su quasi tutti i redditi, anche se sarebbero soprattutto quelli più alti a venir colpiti, con l’aliquota maggiore – per i redditi superiori a 10milioni di dollari – che dovrebbe salire al 52% (contro l’attuale 39.6) e con tassazione analoga per i guadagni da capitale. Per tutti questi motivi Bernie Sanders è – o meglio, era – il candidato più improbabile alla Presidenza degli Stati Uniti e come tale è stato a lungo trattato dai media e dagli avversari, democratici e repubblicani. Eppure ha stravinto in New Hampshire, ottenuto gli stessi voti di Hillary Clinton in Iowa e, secondo i sondaggi, ridotto di molto la distanza che lo separava dalla Clinton su scala nazionale così come negli stati dove si spostano ora le primarie. È trascinato dal sostegno e l’entusiasmo dei giovani, quegli elettori under-30 che hanno finora votato in larghissima maggioranza (80/85%) per lui.
Come si spiega il fenomeno Sanders? Da dove viene e cosa ci dice dell’America oggi?
Tre risposte possono essere date, schematicamente riassumibili con le categorie della politica, dell’economia e della cultura. La politica, innanzitutto. Ossia un quadro altamente polarizzato che sembra avere eroso molto di quello spazio, moderato e centrista, dove si posizionava chi voleva conquistare la Presidenza. Le matrici di questa polarizzazione sono plurime e una grande responsabilità è della radicalizzazione di un partito repubblicano che ha optato per la linea della rigidità e della conflittualità pregiudiziale. Che con la sua scelta di non fare mai ostaggi ha infine alimentato quella reazione liberal e progressista che ha portato alla vittoria di Obama nel 2008 e contribuisce al fenomeno Sanders oggi. È una polarizzazione, questa, a cui contribuiscono però anche lo smarrimento e la paura prodotti dalla crisi del 2008: dalla precarietà che ne è conseguita; dal calo del reddito medio; dall’impossibilità di compensare tutto ciò con quel facile accesso al credito che ora non vi è più. Ed ecco che le macroscopiche forme di diseguaglianza maturate negli ultimi 30/40 anni – quando la ricchezza nazionale posseduta dallo 0.1% più ricco è passata dal 7 al 22% del totale – diventano non più tollerabili, socialmente e politicamente. E quello che un tempo era facile bollare come ingenuo radicalismo diventa legittima richiesta di equità. Anche perché Sanders non è un marziano (o un socialista in stile danese) capitato per caso negli Usa. Parla al contrario una lingua che ha radici profonde nella cultura politica del paese. Una lingua che rimanda a grandi battaglie sociali e politiche del passato; che fa propria l’idea, sempre presente, che il paese e la sua parte migliore siano stati traditi da elite voraci e irresponsabili; che utilizza con grande efficacia i codici di una tradizione populista e anti-establishment. Una lingua con cui una parte del paese riesce a entrare immediatamente in sintonia. E che nel clima odierno appare paradossalmente più attuale di quella competente, precisa, ma spesso algida e lontana di Hillary Clinton.

Il Giornale di Brescia, 17 Febbraio 2016

Il voto in New Hampshire

Certo, il New Hamsphire e le sue primarie sono poco rappresentativi degli Stati Uniti. Si tratta di uno stato bianco e ricco, con un tasso di disoccupazione appena al 3%, contro il 5 nazionale. Dove le primarie semi-aperte permettono di votare anche agli elettori indipendenti. E dove l’ultimo vincitore delle primarie dei due partiti che poi raggiunse la Casa Bianca fu George Bush Sr. nel 1988.
Nondimeno, la rilevanza di questo voto non può essere sottostimata. Le primarie del New Hampshire cancellano in larga parte il risultato dei caucus dell’Iowa e resettano la dinamica della competizione elettorale. Vincono, e vincono largamente, i candidati più radicali dei due schieramenti, Donald Trump e Bernie Sanders. Perdono, malamente, Hillary Clinton e Marco Rubio, che sembrava aver maggiormente beneficiato del risultato in Iowa. Il campo repubblicano si assottiglia, con Chris Christie, Carly Fiorina e Ben Carson prossimi ad abbandonare la contesa. Ma il gruppo rimane nutrito e si preannuncia una corsa lunga e logorante.
Entrambi i partiti hanno di che essere preoccupati. Il voto in New Hampshire mostra come Donald Trump sia probabilmente il favorito per la nomination. La grande incognita era se il consenso nei sondaggi fosse destinato a tramutarsi in voti nelle primarie; se la popolarità mediatica di Trump si potesse tradurre in consenso politico; se da virtuale Donald Trump fosse in grado di divenire candidato reale. Il passo falso in Iowa pareva aver confermato questi dubbi. Il New Hampshire sgombra invece ogni residuo equivoco. Trump è un contendente serio per la Presidenza: a dispetto delle sue irrealistiche boutade; a dispetto delle sue acclarate bugie; a dispetto di proposte che spaventano non tanto per il loro contenuto, spesso assente o vago, ma per il messaggio violento, demagogico e scorretto con il quale vengono veicolate. Trump vince anche più largamente di quanto non indichino il 35% dei voti e i 10 delegati (su 23) conquistati. Vince perché si dimostra capace di raccogliere voti in tutti i segmenti – d’età, reddito, istruzione – dell’elettorato. Vince, soprattutto, perché non si materializza un’alternativa più moderata e presentabile attorno alla quale si possa raccogliere l’establishment repubblicano nel suo disperato tentativo di fermare la corsa del miliardario newyorchese. Dopo l’Iowa quell’alternativa sembrava poter essere rappresentata dal senatore della Florida Marco Rubio. Che nell’ultimo dibattito televisivo prima del voto si è però reso protagonista di una delle più imbarazzanti performance nella storia recente delle campagne elettorali, ripetendo roboticamente le stesse tre linee imparate a memoria nonostante gli ululati del pubblico e le prese in giro degli altri candidati. A beneficiarne è stato il governatore dell’Ohio John Kasich, su cui si sono dirottati all’ultimo minuto i molti voti dei repubblicani che guardano con comprensibile orrore alla nomina di Trump. Ma questo significa che dentro il fronte repubblicano moderato rimangono ancora tre candidati: Rubio, Kasich e lo stesso John Bush. Che continueranno a dividersi i voti, avvantaggiando Trump.
Anche tra i democratici c’è però di che preoccuparsi. Il senatore del Vermont Bernie Sanders ha ottenuto una larghissima vittoria, con il 60% dei voti contro appena il 38 di Hillary Clinton. Un successo magnificato dallo scarto, macroscopico, in alcuni specifici segmenti dell’elettorato: tra gli indipendenti (circa il 40% dei votanti) la differenza tra Sanders e la Clinton è stata di 45 punti; più dell’80% dei giovani sotto i 30 anni ha votato per il senatore del Vermont, a cui è andato in larghissima maggioranza (l’82%) anche quel voto giovane femminile che la Clinton contava d’intercettare. Paga, l’ex Segretario di Stato, un clima politico che penalizza la sua moderazione e i suoi legami assai stretti con un mondo della Finanza inviso all’elettore medio democratico. E paga un’assenza di fiducia nei suoi confronti alimentata da un opportunismo che, oggi più che in passato, non sembra essere più tollerato. La Clinton si affida ora al voto delle minoranze, soprattutto quella afro-americana, che peseranno molto di più nelle prossime primarie, a partire dalla South Carolina. In prospettiva presidenziale, il radicalismo e l’anagrafe (74 anni) di Sanders e il nullo entusiasmo generato dalla Clinton costituiscono motivo di giustificata apprensione per i democratici. Sullo sfondo, rimane infine l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, pronto a investire parte delle sue immense fortune in una corsa come indipendente, alternativo al duo Trump – Sanders, per rendere così ancora più eccentrica e imprevedibile questa bizzarra competizione elettorale.

Il Messaggero, 11 Febbraio 2016

Una vittoria, una sconfitta e molte incertezze

Vi è un vincitore pieno, in questi caucus dell’Iowa, ed è il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio. Vi sono tre vincitori a metà: Hillary Clinton e Bernie Sanders, tra i democratici, e Ted Cruz tra i repubblicani. E vi è infine uno sconfitto, Donald Trump.
Rubio ottiene un risultato di dieci punti percentuali superiore a quello previsto dai sondaggi. Conquista lo stesso numero di delegati di Trump (sette) e appena uno meno di Cruz. Ha il doppio dei voti di Cruz tra gli elettori per i quali l’“eleggibilità” costituisce il criterio fondamentale di scelta. Emerge, infine, nel gruppo di candidati più moderati e credibili in prospettiva presidenziale, tra i quali sembra affondare Jeb Bush che si ferma sotto il 3%. Laddove Rubio confermasse questo risultato alle primarie di martedì prossimo in New Hampshire sarà su di lui che convergeranno gli appoggi, e soprattutto le ricche donazioni, di quell’establishment repubblicano che guarda con orrore alla possibilità di essere rappresentato in novembre da Trump o Cruz. Per quest’ultimo quello di ieri è un indubbio successo. Un risultato inimmaginabile un anno fa, quando il neo senatore del Texas era divenuto una sorta di paria dentro il campo repubblicano, dopo averne alienato la leadership con il suo anarchico narcisismo e la sua smania di protagonismo. Sconfiggere Trump, che aveva sempre guidato nei sondaggi, lo rafforza come rappresentante di una destra nazionalista, arrabbiata e spaventata che continuerà ad avere un peso rilevante in un ciclo elettorale destinato a essere lungo e incerto. Deve però fare i conti, Cruz, con l’ascesa di Rubio e col fatto che il voto combinato suo e di Trump sia inferiore a quello previsto in molti sondaggi: il bacino elettorale della destra più radicale, in altre parole, potrebbe essere meno ampio ed espandibile di quanto non s’immaginasse.
Per la Clinton era fondamentale non perdere. Una sconfitta, combinata a quella quasi certa in New Hampshire, avrebbe rischiato di alterare drasticamente la dinamica elettorale a vantaggio di Bernie Sanders. E però quella dell’ex Segretario di Stato è al meglio una mezza vittoria: per le sue proporzioni estremamente risicate; per il grande risultato di Sanders; soprattutto, per la strutturale incapacità della Clinton di vincere la diffidenza e in taluni casi l’aperta ostilità di pezzi importanti della base democratica. Un dato, su tutti, deve fare riflettere, ed è quello degli elettori sotto i trent’anni d’età. Si tratta di una componente che fu importante nella grande coalizione obamiana del 2008 e del 2012 e che i democratici dovranno mobilitare appieno in novembre per mantenere il controllo della Casa Bianca. Ebbene, in Iowa quel voto è andato per l’84% a Sanders e appena per il 14% alla Clinton. Si tratta di uno scarto, macroscopico, di settanta punti. In una competizione ipotetica tra la Clinton e Rubio, di 24 anni più giovane, il fattore anagrafico – e la possibilità per i repubblicani di presentarsi come più ricettivi al rinnovamento – potrebbe giocare un ruolo.
Più di tutto, però, lo giocherà la capacità d’intercettare quella pulsione anti-politica che sembra essere oggi il fattore centrale nel catalizzare la passione e orientare le scelte di voto. Bernie Sanders è riuscito a farlo in modo per certi aspetti straordinario. Solo pochi mesi fa i sondaggi lo indicavano 30/40 punti percentuali dietro alla Clinton in Iowa. Ha ottenuto di fatto gli stessi voti. E quasi certamente otterrà una netta vittoria in New Hampshire. Simbolicamente, però, vincere era cruciale e questo risultato il senatore del Vermont non è riuscito a raggiungerlo.
Trump, infine. A dispetto delle boutade, della sostanziale assenza di proposta politica, di una violenza verbale che pareva non avere limiti, la popolarità di Trump non sembrava scemare. Il suo successo si nutriva in altre parole di un’aura di quasi inevitabilità: come se nulla e nessuno lo potessero fermare. Il voto di ieri potrebbe spezzare questa bizzarra dinamica, risvegliando almeno un pezzo dell’elettorato repubblicano da un sonno della ragione che sembra essere durato fin troppo a lungo.

Il Mattino, 3 febbraio 2015

Paura e rabbia nel voto in Iowa

Finalmente ci siamo. La campagna per la scelta dei candidati alle presidenziali statunitensi entra nel vivo. Oggi si vota nei caucus in Iowa. Il 9 febbraio toccherà alle primarie del New Hampshire. Poi ci si sposterà a sud e sud-ovest, in South Carolina e in Nevada fino al cosiddetto “supermartedì” del 1 marzo, quando si esprimeranno gli elettori di ben 14 stati.
Tra i democratici è una corsa a due, con la grande favorita Hillary Clinton in evidente difficoltà nel rispondere all’inaspettata ascesa del senatore 74enne del Vermont Bernie Sanders, capace di generare un entusiasmo straordinario soprattutto tra i giovani e di accumulare una quantità di finanziamenti attraverso piccole donazioni addirittura superiore a quella di Obama nel 2008. A destra, il fenomeno Trump non si è ancora sgonfiato e il miliardario newyorchese appare oggi candidato credibile nonostante una campagna elettorale violenta, politicamente scorretta e spesso grottesca nei toni utilizzati e nell’inconsistenza di molte sue proposte. Stando ai sondaggi, l’alternativa principale a Trump sarebbe rappresentata da Ted Cruz, il senatore ultraconservatore del Texas che con il suo narcisismo e la sua assenza di disciplina di partito ha alienato quasi tutti i colleghi repubblicani nei tre anni trascorsi a Washington. È probabile, però, che il voto in Iowa e in New Hampshire faccia finalmente emergere un’alternativa più presentabile rispetto al duo Trump-Cruz, nel gruppo di candidati più moderati tra i quali sembrano distinguersi oggi il giovane senatore della Florida Marco Rubio e il governatore dell’Ohio John Kasich.
Le sorprese possono però essere dietro l’angolo, soprattutto nel bizzarro voto dei caucus dell’Iowa, dirimente non tanto per chi lo vince (tra i repubblicani figure che pochi ricordano come Huckabee nel 2008 e Santorum nel 2012), ma per chi ottiene meno delle aspettative, come avvenne a Hillary Clinton nel 2008. Un risultato inferiore ai sondaggi per Trump invertirebbe la tendenza di questi ultimi mesi e aprirebbe scenari nuovi. Nel caso di Sanders, una vittoria in Iowa, accoppiata a un successo in New Hampshire, è indispensabile per continuare a sperare in quella che costituirebbe una delle più grandi sorprese nella storia elettorale americana.
Le differenze nei due campi, e tra i loro candidati, sono state sostanziali. Il dibattito tra i democratici si è distinto per civiltà e attenzione ai contenuti, laddove quello repubblicano è stato spesso ostaggio delle boutade di Trump. Sanders è molto di sinistra per gli standard statunitensi: un socialdemocratico che presenta il welfare scandinavo come modello da prendere ad esempio e che critica senza remore la politica estera di Obama. Ma è anche al Congresso da 25 anni e ha spesso dato prova di concretezza e pragmatismo.
E però, il successo sia tra i repubblicani sia tra i democratici dei candidati più radicali sembra rimandare a matrici simili. Due fattori strettamente intrecciati agiscono nel condizionare questo ciclo elettorale e renderlo così eccentrico e imprevedibile. Il primo è rappresentato dall’anti-politica: dalla critica e finanche dal disgusto verso un mondo che appare sempre più lontano dal paese reale e dai suoi bisogni. È un distacco facilmente misurabile nell’insoddisfazione, oggi ai massimi storici, verso l’operato del Congresso. A destra ciò alimenta una retorica anti-statalista dalle matrici antiche; a sinistra porta a riproporre un discorso anti-elitario e populista, anch’esso radicato nella storia e nella cultura politica del paese. È un’America che si sente tradita e ingannata quella che si rivolge a Cruz o a Sanders. Ma è anche un’America spaventata e disorientata. È questa, la paura, il secondo fattore che aiuta a comprendere quanto sta avvenendo. Paura nei confronti di un altro incomprensibile e minaccioso, sia esso l’immigrato clandestino o il mussulmano mediorientale. E paura verso dinamiche sociali ed economiche che paiono minare alle radici un sogno americano centrato sull’idea che impegno, onestà e duro lavoro paghino sempre. Agisce l’onda lunga della crisi economica del 2007-8, la precarietà di molti lavori creati negli ultimi anni, il calo del reddito medio dei nuclei familiari (- 6.5% tra il 2007 e il 2014). Pesa la memoria di un benessere, quello antecedente alla crisi, sostanzialmente irripetibile, drogato com’era da consumi a credito, bolle immobiliari e speculazioni finanziarie. Suscitano rabbia le diseguaglianze macroscopiche tra una ridotta oligarchia, uno 0.1% più ricco che controlla il 22% della ricchezza nazionale, e il resto del paese. Rabbia, paura e smarrimento favoriscono il successo di messaggi semplici, radicali e, come nel caso di Trump, demagogici e violenti. Col voto di oggi capiremo se su questi messaggi si può costruire un percorso che porta fino alla Casa Bianca.

Il Messaggero, 1 Febbraio 2016