Mario Del Pero

Il voto in New Hampshire

Certo, il New Hamsphire e le sue primarie sono poco rappresentativi degli Stati Uniti. Si tratta di uno stato bianco e ricco, con un tasso di disoccupazione appena al 3%, contro il 5 nazionale. Dove le primarie semi-aperte permettono di votare anche agli elettori indipendenti. E dove l’ultimo vincitore delle primarie dei due partiti che poi raggiunse la Casa Bianca fu George Bush Sr. nel 1988.
Nondimeno, la rilevanza di questo voto non può essere sottostimata. Le primarie del New Hampshire cancellano in larga parte il risultato dei caucus dell’Iowa e resettano la dinamica della competizione elettorale. Vincono, e vincono largamente, i candidati più radicali dei due schieramenti, Donald Trump e Bernie Sanders. Perdono, malamente, Hillary Clinton e Marco Rubio, che sembrava aver maggiormente beneficiato del risultato in Iowa. Il campo repubblicano si assottiglia, con Chris Christie, Carly Fiorina e Ben Carson prossimi ad abbandonare la contesa. Ma il gruppo rimane nutrito e si preannuncia una corsa lunga e logorante.
Entrambi i partiti hanno di che essere preoccupati. Il voto in New Hampshire mostra come Donald Trump sia probabilmente il favorito per la nomination. La grande incognita era se il consenso nei sondaggi fosse destinato a tramutarsi in voti nelle primarie; se la popolarità mediatica di Trump si potesse tradurre in consenso politico; se da virtuale Donald Trump fosse in grado di divenire candidato reale. Il passo falso in Iowa pareva aver confermato questi dubbi. Il New Hampshire sgombra invece ogni residuo equivoco. Trump è un contendente serio per la Presidenza: a dispetto delle sue irrealistiche boutade; a dispetto delle sue acclarate bugie; a dispetto di proposte che spaventano non tanto per il loro contenuto, spesso assente o vago, ma per il messaggio violento, demagogico e scorretto con il quale vengono veicolate. Trump vince anche più largamente di quanto non indichino il 35% dei voti e i 10 delegati (su 23) conquistati. Vince perché si dimostra capace di raccogliere voti in tutti i segmenti – d’età, reddito, istruzione – dell’elettorato. Vince, soprattutto, perché non si materializza un’alternativa più moderata e presentabile attorno alla quale si possa raccogliere l’establishment repubblicano nel suo disperato tentativo di fermare la corsa del miliardario newyorchese. Dopo l’Iowa quell’alternativa sembrava poter essere rappresentata dal senatore della Florida Marco Rubio. Che nell’ultimo dibattito televisivo prima del voto si è però reso protagonista di una delle più imbarazzanti performance nella storia recente delle campagne elettorali, ripetendo roboticamente le stesse tre linee imparate a memoria nonostante gli ululati del pubblico e le prese in giro degli altri candidati. A beneficiarne è stato il governatore dell’Ohio John Kasich, su cui si sono dirottati all’ultimo minuto i molti voti dei repubblicani che guardano con comprensibile orrore alla nomina di Trump. Ma questo significa che dentro il fronte repubblicano moderato rimangono ancora tre candidati: Rubio, Kasich e lo stesso John Bush. Che continueranno a dividersi i voti, avvantaggiando Trump.
Anche tra i democratici c’è però di che preoccuparsi. Il senatore del Vermont Bernie Sanders ha ottenuto una larghissima vittoria, con il 60% dei voti contro appena il 38 di Hillary Clinton. Un successo magnificato dallo scarto, macroscopico, in alcuni specifici segmenti dell’elettorato: tra gli indipendenti (circa il 40% dei votanti) la differenza tra Sanders e la Clinton è stata di 45 punti; più dell’80% dei giovani sotto i 30 anni ha votato per il senatore del Vermont, a cui è andato in larghissima maggioranza (l’82%) anche quel voto giovane femminile che la Clinton contava d’intercettare. Paga, l’ex Segretario di Stato, un clima politico che penalizza la sua moderazione e i suoi legami assai stretti con un mondo della Finanza inviso all’elettore medio democratico. E paga un’assenza di fiducia nei suoi confronti alimentata da un opportunismo che, oggi più che in passato, non sembra essere più tollerato. La Clinton si affida ora al voto delle minoranze, soprattutto quella afro-americana, che peseranno molto di più nelle prossime primarie, a partire dalla South Carolina. In prospettiva presidenziale, il radicalismo e l’anagrafe (74 anni) di Sanders e il nullo entusiasmo generato dalla Clinton costituiscono motivo di giustificata apprensione per i democratici. Sullo sfondo, rimane infine l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, pronto a investire parte delle sue immense fortune in una corsa come indipendente, alternativo al duo Trump – Sanders, per rendere così ancora più eccentrica e imprevedibile questa bizzarra competizione elettorale.

Il Messaggero, 11 Febbraio 2016

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