Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2016

Obama, Cuba e il peso della storia

C’ è un che di ironico, di quasi paradossale, tra la portata storica del riavvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti e il basso rischio politico che Obama in fondo corre nel promuoverlo. I tempi erano ormai maturi per superare quest’ultima reliquia di un’epoca che fu e che non ha più alcuna ragione d’essere. Per certi aspetti la sua guerra fredda con gli Stati Uniti Cuba è riuscita a vincerla, resistendo a più di mezzo secolo di pressioni, embarghi e operazioni clandestine. Ma questa vittoria – per quanto importante in termini simbolici – poco ha potuto contro vincoli internazionali che si sono fatti, nel dopo guerra fredda, ancor più stringenti e ineludibili. Cuba ha cioè bisogno di essere integrata entro una rete globale di scambi, investimenti e capitali nella quale l’interlocutore fondamentale non potrà che essere il vicino nordamericano.
È questo il primo fattore che spiega la riconciliazione in atto tra l’Havana e Washington. Il secondo fattore è la politica statunitense, che ha ormai cessato di essere ostaggio della questione cubana. Una questione in sé marginale, questa, che le circostanze hanno però sovraccaricato di significato simbolico e politico. Da un lato vi era una comunità di esuli anti-castristi in uno stato elettoralmente cruciale come la Florida, del cui sostegno entrambi i partiti avevano bisogno. Dall’altro, la ribellione cubana rappresentava una pesante umiliazione per il gigante statunitense: nell’immaginario Cuba aveva a lungo rappresentato una sorta di appendice degli Usa. E fino alla rivoluzione del 1959 aveva costituito quasi un protettorato di Washington: un paese a sovranità pesantemente limitata. Entrambe queste condizioni sono infine scomparse. La comunità cubana della Florida è politicamente meno importante; soprattutto è divisa al proprio interno, con una nettissima frattura generazionale. I sondaggi ci dicono oggi che quasi il 90% dei cubano-statunitensi sotto i 30 anni d’età sostengono un’apertura a Cuba ancora osteggiata dal 60% di quelli che hanno più di 65 anni. Nel mentre, l’ossessione statunitense per la sfida castrista è andata anch’essa scemando; nella globalità del post-guerra fredda l’anticomunismo e il socialismo in salsa cubana sono divenuti entrambi cimeli di un passato privo di significato.
Di un passato che però sembrava legare le mani a entrambe le parti e metteva sulla difensiva gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. È questa la terza e ultima matrice del processo in corso. La rigidità statunitense verso Cuba è stata vieppiù criticata dalla quasi totalità dei paesi latino-americani; gli Usa si sono trovati così isolati e sulla difensiva. Riaprire a Cuba serve anche a riposizionare gli Stati Uniti nel contesto delle relazioni inter-americane: è parte di una diplomazia regionale della quale i rapporti cubano-statunitensi sono solo un tassello.
La forza della storia spingeva fatalmente verso questo riavvicinamento. Ma dentro questa storia va inserita anche la figura di Barack Obama. Che ha dato dimostrazione di pragmatismo e concretezza. Che ha speso con efficacia il fascino che ancora proietta in gran parte del mondo: il suo costituire una straordinaria icona globale, come l’accoglienza riservatagli dalla popolazione cubana ha rivelato. Che ha fatto leva sulla dimensione razziale – e la questione della razza ha pesato moltissimo nella storia delle relazioni tra i due paesi – per potersi credibilmente presentare come il presidente capace di porre fine alla lunga era di dominio quasi coloniale e di rivolta anti-imperialista che ha segnato i rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti.

Il Giornale di Brescia, 22 marzo 2016

Trump, Rubio e i due nazionalismi repubblicani

Era l’ultima chance per Marco Rubio. Che aveva assoluto bisogno di vincere la Florida, il suo stato, per tornare a essere l’unica, credibile alternativa a Donald Trump. Rubio ha invece subito una sconfitta devastante – ottenendo ben venti punti in meno di Trump – ed è uscito mestamente di scena. Meglio è andata a Ted Cruz e, soprattutto, a John Kasich, che è riuscito a vincere lo stato di cui è governatore, l’Ohio, e a rimanere così in corsa. Una corsa a tre dove però solo un candidato, Trump appunto, ha la possibilità di arrivare alla convention di luglio con la maggioranza assoluta dei delegati necessari per ottenere la nomination. Cruz e Kasich sperano d’impedirlo per avere una convention aperta, che rimetta in gioco l’esito delle primarie. Farlo vorrebbe però dire usare una sorta di arma nucleare contro la volontà dell’elettorato. Una scelta, questa, che spaccherebbe ancor di più il partito e determinerebbe una durissima reazione di Trump e dei suoi sostenitori, con conseguenze devastanti per le chance repubblicane di riconquistare la Presidenza.
Sulle ragioni dell’inimmaginabile successo di Trump molto è stato scritto e detto. Analizzare il fallimento della candidatura di Rubio aiuta però a comprendere ancor meglio le dinamiche, bizzarre e sconcertanti, di questo ciclo elettorale. Il senatore della Florida appariva solo pochi mesi fa come il volto ideale di un partito capace finalmente di mutare, ringiovanirsi e mettersi maggiormente in asse con un paese cambiato a sua volta radicalmente nell’ultimo trentennio. Rubio doveva essere l’“Obama repubblicano” nella retorica, invero approssimativa e facilona, proposta da molti commentatori. Ispanico, giovane, figlio d’immigrati cubani, partito dal nulla, telegenico e brillante, Rubio incarnava una versione del sogno americano alternativa a quella obamiana. E la sua retorica, per quanto bicromatica e spesso grossolana, su questo ha sempre puntato: sulla sottolineatura della grandezza e unicità degli Stati Uniti, unico paese al mondo capace di garantire a tutti le possibilità avute da un umile figlio di un barista cubano. Le parole, orgogliosamente nazionaliste, di Rubio sono state però travolte dall’altro nazionalismo, quello di Trump. Un nazionalismo rabbioso e feroce: ben più cupo e violento di quello solare e ottimista di Rubio; ben più capace d’intercettare le paure e il disorientamento dell’elettorato repubblicano. Il linguaggio di Trump ha dimostrato di saperla capire e mobilitare la pancia di questo elettorato. Per quanto vaga e mutevole, la sua proposta politica – centrata su una miscela di aggressivo nazionalismo e forte protezionismo – è piaciuta di più a un pezzo d’America che giudica severamente l’azione di governo dell’ultima presidenza repubblicana, quella di George Bush, alla quale Rubio sembrava invece ispirarsi. La dimensione identitaria del rigetto di Rubio – il rifiuto di ciò che egli è e rappresenta – s’intreccia così con quella politica. Rilanciare un’agenda d’interventismo e libero-scambismo globali, come ha provato a fare il senatore della Florida, cozza contro l’avversione a nuove avventure militari e, ancor più, contro il convincimento in parte fondato che le scelte economiche abbiano danneggiato un pezzo d’America, che a Trump ora guarda come sua ultima risorsa.
Non si tratta di un pezzo d’America marginale, peraltro. Il grande dato delle primarie repubblicane è la straordinaria crescita della partecipazione elettorale. Persone che prima non si recavano alle urne hanno trovato in Trump una ragione per farlo. In un’eventuale sfida con Hillary Clinton, ormai quasi certa della candidatura democratica, il miliardario newyorchese partirebbe chiaramente sfavorito. Ma può spendere una carta rilevante, soprattutto in quegli stati post-industriali a maggioranza bianca dove la Clinton ha dimostrato di non riuscire a mobilitare gli elettori giovani e di faticare immensamente con quelli a basso reddito, che invece votano a larga maggioranza per Trump. Se la politica ha conservato un minimo di razionalità, una Presidenza Trump è inimmaginabile. Ma di ciò non possiamo ora essere certi e per molteplici ragioni Hillary Clinton appare il bersaglio ideale per il violento populismo di Donald Trump e della sua legione di sostenitori.

Il Messaggero, 17 marzo 2016