Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2016

Trump e Clinton

Partita chiusa, ormai in campo democratico, dove Hillary Clinton ha in tasca la nomination e, forse, anche in campo repubblicano, con Donald Trump trionfante in tutti e cinque gli stati dove si è votato martedì e sempre più vicino alla soglia fatidica dei 1237 delegati che gli daranno la maggioranza assoluta alla convention di Cleveland. L’establishment repubblicano farà (e ha fatto) di tutto per evitare questo esito; sembra però essersi ormai rassegnato, come ben rivelano gli sforzi per ripulire l’immagine di Trump: di presentarlo come un nuovo Reagan, sopra le righe sì, ma anche genuino e coraggioso. Sforzi, questi, davvero impervi. La retorica, estrema e aggressiva, del miliardario newyorchese ha matrici antiche: sta dentro la storia e la cultura politica di un pezzo d’America. Mai, però, essa era giunta così vicina alla Casa Bianca; mai un lessico così radicale e violento aveva ottenuto una simile investitura elettorale.
Le matrici di ciò sono plurime. Si sintetizzano però nella inarrestabile perdita di credibilità (e legittimità) della politica e dei suoi esponenti. Oggi tra l’80 e il 90% degli americani dà un giudizio negativo dell’operato del Congresso; a dispetto della ripresa economica e della crescita dell’occupazione, un’ampia maggioranza degli elettori repubblicani ritiene di star peggio di otto anni fa, quando Obama fu eletto; tra coloro che vogliono un outsider, un non-politico, come prossimo Presidente, Trump stravince con percentuali vicine all’80/90%.
Grossolano, volgare, estremo, il populismo di Trump beneficia pertanto di un bersaglio facile e ampio: una politica che un pezzo d’America, e della sua pancia, considera ormai corrotta, inetta e sostanzialmente irrecuperabile. Ed una politica che, in questa narrazione, trova in Hillary Clinton la sua incarnazione ultima ed emblematica. Per certi aspetti, l’ex Segretario di Stato è quindi l’avversario ideale di Trump: la figura contro il quale con più efficacia può essere dispiegata la sua offensiva populista. I sondaggi disvelano con nettezza questa vulnerabilità della Clinton: il tasso di apprezzamento dell’opinione pubblica nei suoi confronti è precipitato negli ultimi mesi, anche tra gli elettori democratici, con molti sostenitori di Sanders che minacciano di disertare le urne in novembre. Urne dove invece si potrebbero recare in massa quegli elettori – in maggioranza bianchi con bassi livelli d’istruzione e reddito – che Trump sembra avere recuperato alla causa. È questo uno dei dati più sorprendenti (e sottaciuti) delle primarie repubblicane, contraddistinte da livelli di partecipazione al voto senza precedenti, con una percentuale complessiva che è quasi raddoppiata tra il 2012 e il 2016.
Può bastare tutto ciò per compensare le tante debolezze di Trump? La risposta, a oggi, non può che essere negativa. Con la sua misoginia e il suo razzismo, il miliardario newyorchese ha di fatto alienato pezzi cruciali dell’elettorato, su tutti quello femminile e quello ispanico. Le donne costituiscono una netta maggioranza dell’elettorato (il 53% sia nel 2008 sia nel 2012), votano in prevalenza democratico, tanto da essere risultate decisive nelle due vittorie di Obama, e danno per il 70% o più un giudizio fortemente negativo di Trump. Non potrebbe essere altrimenti, considerando la lunghissima lista d’insulti misogini che ne hanno contraddistinto la vita pubblica e, oggi, l’impegno politico. Quanto agli ispanici – per lo più cittadini d’origine messicana e centro-americana per i quali la questione nodale è l’immigrazione – le posizioni xenofobe e intransigenti di Trump li hanno spinti ancor più verso il partito democratico. Stiamo parlando di un 11/12% del corpo elettorale, maggiormente concentrato in alcune aree e, soprattutto, in alcuni stati che potrebbero risultare decisivi in novembre, come il Colorado e la Florida.
A fronteggiarsi, dunque, sono per molti aspetti due candidati deboli e vulnerabili. In una contesa, però, nella quale la debolezza di Trump sembra essere maggiore e, per molti aspetti, strutturale.

Il Mattino, 28 aprile 2016

Trump e i repubblicani

La si attendeva, una netta vittoria di Donald Trump nel suo stato di New York. Ma la portata di questa vittoria e la debacle del suo principale avversario, Ted Cruz, sono ben più ampie delle previsioni. Trump ha ottenuto il 60.5% dei voti e circa 90 dei 95 delegati assegnati da queste primarie, conquistando chiare maggioranze in tutti i segmenti dell’elettorato, con il consueto surplus tra gli elettori con un basso livello d’istruzione (dove ha sfiorato il 70%).
Il cammino verso la nomination rimane nondimeno stretto e difficile. Trump dovrà vincere con ampi margini negli stati del nord-est dove si voterà martedì prossimo, tra i quali il Connecticut, il Maryland e la Pennsylvania. Soprattutto, dovrà ottenere un ottimo risultato nel voto cruciale dell’Indiana del 3 maggio prossimo, in un terreno a lui più sfavorevole rispetto a quello di martedì. Le regole del voto – talora bizzarre e arcane – variano radicalmente da stato a stato, ma tutte le proiezioni mostrano come Trump debba continuare a ottenere nette maggioranze per superare la soglia fatidica di 1237 delegati, necessaria per essere eletto al primo turno durante la convention di Cleveland. Se ciò non dovesse avvenire, se – soprattutto – la distanza da quella soglia fosse nell’ordine della cinquantina di delegati, le sue possibilità diminuirebbero radicalmente. I partecipanti alla convention sono vincolati all’esito delle primarie del loro stato solo nel primo turno di voto; dalla seconda tornata questo vincolo scompare. Sappiamo che la disorganizzazione della macchina elettorale di Trump, la spregiudicatezza di Cruz e il disperato desiderio dell’establishment repubblicano di evitare la candidatura del miliardario newyorchese hanno già contribuito a selezionare delegazioni statali dominate dagli anti-trumpiani. In altre parole, a Trump non basterà vincere, anche largamente. Dovrà dominare la competizione, come ha fatto l’altro ieri.
Ma come si spiega questo suo successo? Cosa ci dice dello stato del partito repubblicano? In caso di nomination, quante possibilità ha Trump in una sfida contro Hillary Clinton, che col voto di ieri si è quasi certamente assicurata la candidatura democratica?
Trump domina perché il suo messaggio, populista e antipolitico, appare l’unico capace di offrire un comune denominatore ampio e trasversale, socialmente, politicamente e geograficamente. Non altrettanto si può dire di quello dei suoi due avversari rimasti. Il governatore dell’Ohio John Kasich è esponente di un fronte repubblicano moderato fattosi ormai strutturalmente minoritario nel partito (non è un caso che l’unico distretto elettorale dello stato di New York non vinto da Trump – la ricca Manhattan – sia andato a Kasich). Il radicalismo conservatore e religioso di Cruz lo chiude a sua volta dentro un recinto non espandibile, come ben evidenziano i suoi successi al sud e le sue pesanti sconfitte altrove (a NY si è fermato addirittura al 14.5% e a 0 delegati).
Questi dati ci mostrano come Trump sia espressione di una cultura e di una retorica oggi egemoni dentro la destra statunitense e non un fenomeno eccentrico emerso dal nulla. Cultura e retorica, queste, che i repubblicani si sono illusi di poter controllare e utilizzare contro Obama, con un’opposizione tanto pregiudiziale quanto rigida e spesso ottusa, finendo però per creare un mostro che è in ultimo sfuggito al loro controllo. Laddove Trump ottenesse la nomination è probabile si assista a una significativa defezione dentro il fronte repubblicano e che molti suoi elettori scelgano di disertare le urne o addirittura votare per la Clinton. Trump spera di compensare tutto ciò mobilitando un elettorato apatico ed arrabbiato che il suo messaggio è riuscito finora a intercettare e far votare (un dato, questo, spesso sottaciuto: il numero di votanti alle primarie repubblicane di New York è stato ad esempio di sette volte superiore a quello del 2012). Ma è dubbio che ciò possa bastare, soprattutto se consideriamo l’immagine estremamente negativa di Trump, in generale e ancor più tra le donne, che sono oggi maggioranza nel paese e che nel 2012 contribuirono in maniera decisiva al successo di Obama.

Il Messaggero, 21 aprile 2016

Sanders in Vaticano

Bernie Sanders ha sorpreso molti con la sua decisione di sospendere per un giorno la campagna elettorale e volare a Roma per partecipare alla conferenza organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in occasione del venticiquennale dell’enciclica “Centesimus Annus”. Una conferenza di taglio piuttosto accademico, questa, durante la quale Sanders ha parlato per una quindicina di minuti su “l’urgenza di un’economia morale”. Nelle intenzioni del senatore del Vermont e del suo entourage l’evento doveva però garantire un preciso ritorno politico e d’immagine, spendibile anche nell’immediato delle primarie. Papa Francesco è infatti figura molto popolare negli Stati Uniti; i sondaggi Gallup immediatemente successivi al suo viaggio americano dell’autunno scorso indicavano come ben il 70% degli americani avesse un’opinione favorevole su di lui e appena il 17% lo giudicasse invece negativamente; Sanders non manca occasione per rivendicare la convergenza di vedute con Francesco – del quale si proclama “grande fan” – e il comune impegno contro la diseguaglianza: “a quelli che sostengono che Sanders sia radicale”, ha affermato l’aspirante Presidente, “consiglio di leggere ciò che dice il Papa”.
Ecco perché il viaggio italiano ha rappresentato tutto fuorché un diversivo rispetto alla competizione, fattasi sorprendentemente serrata, per la nomination democratica. Le possibilità di Sanders di sconfiggere Hillary Clinton rimangono in realtà assai esigue. E dipendono in modo decisivo da una vittoria alle primarie di New York del 19 aprile prossimo. Quello di New York è uno degli stati dove maggiore è la presenza di cattolici, che costituiscono quasi il 40% della popolazione totale (sono tra il 20 e il 25% a livello nazionale). Pochi giorni più tardi si tornerà a votare in altri stati a consistente maggioranza cattolica, come il piccolo Rhode Island (54% di cattolici), il Connecticut (40%) e la Pennsylvania (29%). Vi sembra essere, in altre parole, un calcolo politico preciso e piuttosto disinvolto. Non a caso Sanders ha continuato a ipotizzare la possibilità d’incontrare, sia pur brevemente, Papa Francesco: “sarei molto orgoglioso se ciò accadesse”, ha affermato non più tardi di mercoledì, anche se nessun incontro era ufficialmente previsto e già nei giorni scorsi dal Vaticano ci si era affrettati a sottolineare come l’invito fosse partito dagli organizzatori del convegno e non certo dal Pontefice.
E però vi sono dei rischi di fronte a una decisione che potrebbe portare pochi vantaggi a Sanders e rivelarsi, al contrario, addirittura controproducente. Vi è in primo luogo la realtà di un mondo cattolico statunitense oggi assai complesso ed eterogeneo, sempre meno condizionato nelle sue scelte di voto dall’affiliazione religiosa. Un elettorato, questo, non necessariamente ricettivo al messaggio sociale del Papa e, ancor meno, al tentativo di Sanders di appropriarsene. In fondo, lo stato a maggiore presenza cattolica (41%) dove finora si è votato, il Massachusetts, è anche quello in cui Hillary Clinton ha ottenuto il miglior risultato fuori dal Sud, dove l’ex segretario di Stato ha dominato la contesa e costruito la solida maggioranza di delegati di cui dispone oggi. In secondo luogo va aggiunto il rischio che quella di Sanders sembri un’iniziativa patentemente strumentale: appaia espressione di quella politica spregiudicata contro la quale il senatore del Vermont tuona quotidianamente. Sanders – che sarebbe il primo ebreo candidato alla Presidenza da uno dei due principali partiti – è stato fino ad ora molto attento a evitare di portare la religione dentro il dibattito elettorale, venendo addirittura criticato per la presunta ritrosia a riconoscere la sua ebraicità. In una campagna elettorale costruita in contrapposizione al freddo cinismo della Clinton, il viaggio romano sembra però normalizzare e in una certa misura finanche abbruttire Sanders. Forse è l’effetto inevitabile dell’asprezza delle primarie; o forse l’aura di santità di cui si è spesso ammantato il senatore del Vermont appartiene più ai luoghi della sua visita romana che a quelli, terreni e brutali, dello scontro politico.

Il Messaggero, 16 aprile 2016

La corsa affannata di Renzi

Questo nuovo viaggio americano di Matteo Renzi sembra seguire un canovaccio ormai consolidato. Vi è in primo luogo l’incontro con una qualche eccellenza italiana nel mondo, in questo caso il futuristico impianto ibrido di fonti rinnovabili costruito da Enel Green Power in Nevada. Vi sono le occasioni pubbliche in centri di ricerca e università (nel suo personalissimo inglese, migliorato ma ancora molto maccheronico, Renzi ha parlato nell’occasione a Harvard). Vi sono i momenti spettacolo: il jogging sul lungolago di Chicago assieme al sindaco della città, Rahm Emanuel; l’incontro alla scuola italiana; la serata chiusa a cantare “sweet home Chicago”; l’immancabile foto con Obama. E vi è, infine, il summit internazionale: quello sul nucleare di Washington dove, Renzi fa però capire, si affronteranno informalmente anche dossier importanti per l’Italia, a partire ovviamente da quello libico.
La strategia politica e comunicativa è abbastanza chiara. L’America rappresenta lo specchio nel quale la nuova Italia, e il suo dinamico leader, s’intendono riflettere, per mostrare all’opinione pubblica, italiana ma anche internazionale, i risultati raggiunti e le potenzialità accese. In questa narrazione – in questo storytelling direbbe Renzi – l’Italia renziana combina diversi elementi che il viaggio americano illustra e magnifica. È l’Italia che scommette sul suo genio e sulla sua intraprendenza per affermarsi nel mondo, anche nei settori a più alto contenuto tecnologico come l’appalto vinto da Enel in Nevada rivela. È l’Italia che a questo mondo può dare del tu: perché lo conosce, ne è parte e può addirittura ambire a guidarlo. È l’Italia che finalmente attrae interesse, intelligenze e investimenti, tanto che un accordo è stato siglato con il Watson Center della IBM che creerà un proprio centro europeo nel tecnopolo dell’area ex Expo a Milano. Ed è, infine, l’Italia capace di sedersi al tavolo dei grandi e avere voce in capitolo su problemi nodali, siano essi la questione libica, la non proliferazione nucleare o la crisi siriana.
“Per la mia squadra è venuto il momento di correre” perché questa “è la soluzione in un mondo globalizzato” ha affermato Renzi in margine all’incontro con l’amministratore delegato dell’IBM Genny Rometti. Ma quanto e come corre davvero questa Italia renziana? Quanto è credibile nel suo ruolo di statista e d’innovatore cosmopolita il nostro Presidente del Consiglio?
Simbologia per simbologia, l’affannata e incerta corsa mattutina a Chicago è lì a indicarci tutte le potenziali contraddizioni di questa narrazione. Il passo pesante e sbilenco e l’improbabile postura podistica del Presidente del Consiglio sembrano dirci che lo scarto tra rappresentazione e realtà rischia di essere ancora molto ampio: che l’Italia americana di Renzi sia oggi al meglio un’aspirazione e al peggio una proiezione più che una distinta possibilità e tanto meno la realtà. Che a rappresentarla e promuoverla sia un uomo di suo assai poco internazionalizzato e “globale” come Renzi – formatosi e cresciuto dentro gli spazi angusti, protettivi e autoreferenziali della provincia italiana – appare in sé indicativo. Questo scarto tra desideri e possibilità ci viene in fondo crudamente ricordato dall’ennesimo episodio di malgoverno italiano, quello che ha coinvolto la ministra Guidi. In un mondo globalizzato si deve effettivamente provare correre, su questo Renzi ha ragione. Ma per il momento la corsa appare spesso ancora molto goffa e ansimante.

Il Giornale di Brescia, 3 aprile 2016