Mario Del Pero

Trump e i repubblicani

La si attendeva, una netta vittoria di Donald Trump nel suo stato di New York. Ma la portata di questa vittoria e la debacle del suo principale avversario, Ted Cruz, sono ben più ampie delle previsioni. Trump ha ottenuto il 60.5% dei voti e circa 90 dei 95 delegati assegnati da queste primarie, conquistando chiare maggioranze in tutti i segmenti dell’elettorato, con il consueto surplus tra gli elettori con un basso livello d’istruzione (dove ha sfiorato il 70%).
Il cammino verso la nomination rimane nondimeno stretto e difficile. Trump dovrà vincere con ampi margini negli stati del nord-est dove si voterà martedì prossimo, tra i quali il Connecticut, il Maryland e la Pennsylvania. Soprattutto, dovrà ottenere un ottimo risultato nel voto cruciale dell’Indiana del 3 maggio prossimo, in un terreno a lui più sfavorevole rispetto a quello di martedì. Le regole del voto – talora bizzarre e arcane – variano radicalmente da stato a stato, ma tutte le proiezioni mostrano come Trump debba continuare a ottenere nette maggioranze per superare la soglia fatidica di 1237 delegati, necessaria per essere eletto al primo turno durante la convention di Cleveland. Se ciò non dovesse avvenire, se – soprattutto – la distanza da quella soglia fosse nell’ordine della cinquantina di delegati, le sue possibilità diminuirebbero radicalmente. I partecipanti alla convention sono vincolati all’esito delle primarie del loro stato solo nel primo turno di voto; dalla seconda tornata questo vincolo scompare. Sappiamo che la disorganizzazione della macchina elettorale di Trump, la spregiudicatezza di Cruz e il disperato desiderio dell’establishment repubblicano di evitare la candidatura del miliardario newyorchese hanno già contribuito a selezionare delegazioni statali dominate dagli anti-trumpiani. In altre parole, a Trump non basterà vincere, anche largamente. Dovrà dominare la competizione, come ha fatto l’altro ieri.
Ma come si spiega questo suo successo? Cosa ci dice dello stato del partito repubblicano? In caso di nomination, quante possibilità ha Trump in una sfida contro Hillary Clinton, che col voto di ieri si è quasi certamente assicurata la candidatura democratica?
Trump domina perché il suo messaggio, populista e antipolitico, appare l’unico capace di offrire un comune denominatore ampio e trasversale, socialmente, politicamente e geograficamente. Non altrettanto si può dire di quello dei suoi due avversari rimasti. Il governatore dell’Ohio John Kasich è esponente di un fronte repubblicano moderato fattosi ormai strutturalmente minoritario nel partito (non è un caso che l’unico distretto elettorale dello stato di New York non vinto da Trump – la ricca Manhattan – sia andato a Kasich). Il radicalismo conservatore e religioso di Cruz lo chiude a sua volta dentro un recinto non espandibile, come ben evidenziano i suoi successi al sud e le sue pesanti sconfitte altrove (a NY si è fermato addirittura al 14.5% e a 0 delegati).
Questi dati ci mostrano come Trump sia espressione di una cultura e di una retorica oggi egemoni dentro la destra statunitense e non un fenomeno eccentrico emerso dal nulla. Cultura e retorica, queste, che i repubblicani si sono illusi di poter controllare e utilizzare contro Obama, con un’opposizione tanto pregiudiziale quanto rigida e spesso ottusa, finendo però per creare un mostro che è in ultimo sfuggito al loro controllo. Laddove Trump ottenesse la nomination è probabile si assista a una significativa defezione dentro il fronte repubblicano e che molti suoi elettori scelgano di disertare le urne o addirittura votare per la Clinton. Trump spera di compensare tutto ciò mobilitando un elettorato apatico ed arrabbiato che il suo messaggio è riuscito finora a intercettare e far votare (un dato, questo, spesso sottaciuto: il numero di votanti alle primarie repubblicane di New York è stato ad esempio di sette volte superiore a quello del 2012). Ma è dubbio che ciò possa bastare, soprattutto se consideriamo l’immagine estremamente negativa di Trump, in generale e ancor più tra le donne, che sono oggi maggioranza nel paese e che nel 2012 contribuirono in maniera decisiva al successo di Obama.

Il Messaggero, 21 aprile 2016

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