Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2016

28 Pagine

28 pagine. Sono quelle, ancor oggi secretate, del rapporto sugli attentati dell’11 settembre prodotto più di dieci anni fa dalla commissione indipendente d’inchiesta nominata dall’allora Presidente Bush. 28 pagine – alle quali si aggiungono oggi altri documenti usciti dagli archivi – che si soffermano sulle responsabilità della diplomazia saudita: sui contatti di suoi funzionari minori con alcuni dei terroristi dell’11 settembre, cui avrebbero fornito supporto logistico e finanziario. Uno dei membri della commissione, il banchiere ed ex Segretario della Marina John Lehman, ha rotto la consegna del segreto e parlato apertamente di un’ampia rete di legami tra gli attentatori e membri del governo dell’Arabia Saudita, in particolare nel Ministero degli Affari Islamici, che finanzia varie attività e che è da tempo sospettato di sostenere gruppi radicali e fondamentalisti. I famigliari delle vittime degli attacchi invocano oggi la verità. Gli avversari di Obama pensano di aver trovato un altro elemento attraverso cui attaccare il Presidente e la sua politica estera.
Nell’attesa di saperne di più, ciò che merita di essere sottolineato è la evidente fragilità – e in una certa misura obsolescenza – di quella che è stata, soprattutto a partire dagli anni Settanta, la “relazione speciale” tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Una relazione fondata su uno scambio – su un do ut des – chiaro e preciso. Da un lato gli Usa fornivano protezione e sofisticata tecnologia militare a Riad, cui permettevano l’aggressiva campagna globale di proselitismo religioso e di cui tolleravano di fatto l’incessante propaganda anti-israeliana e, spesso, antisemita. Dall’altro, l’Arabia Saudita operava dentro l’Opec per evitare oscillazioni eccesive dei prezzi del petrolio, ritrasferiva negli Usa parte dei profitti maturati, di fatto puntellava l’egemonia del dollaro, e costituiva assieme a Israele ed Egitto il terzo pilastro della strategia di alleanze statunitense nel vicino e medio Oriente. Le condizioni che permettevano – e alimentavano – questa “relazione speciale” sono però progressivamente venute meno, laddove alcune sue tare strutturali sono diventate più difficili da occultare. La guerra fredda – e quindi il ruolo saudita nel contenere l’avversario sovietico (e nel combatterlo in Afghanistan) – è terminata. Gli investimenti in rinnovabili e, soprattutto, il boom del gas naturale hanno permesso di ridurre grandemente la dipendenza statunitense dal petrolio, e l’attenzione conseguente verso l’andamento dei suoi prezzi si è di molto attenuata: dal 2005 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono diminuite di più del 30%; nel caso dell’Arabia Saudita il calo è stato addirittura prossimo al 50%. La connivenza saudita con il radicalismo islamico si è fatta sempre meno tollerabile politicamente, laddove sia a destra (soprattutto tra i neoconservatori) sia a sinistra si denuncia l’immoralità di un’alleanza con un regime autoritario e oscurantista. I profondi rivolgimenti nel mondo arabo, la crisi siriana e il nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno a loro volta acuito divisioni già in atto. L’Arabia Saudita rimane partner importante degli Usa, ma sembra aver perso la centralità del passato. Il mutevole contesto geopolitico ha in altre parole ridefinito la relazione tra Washington e Riad, rendendola assai meno “speciale”. Soprattutto ne ha esposto le intrinseche contraddizioni e ambiguità, mettendole sotto gli occhi dei riflettori come mai era forse avvenuto prima.

Il Giornale di Brescia, 24 maggio 2016

Le debolezze di Hillary Clinton

Hillary Clinton rimane certamente favorita per la conquista della Presidenza in novembre. Le incognite sono però molte: le primarie hanno smentito certezze ritenute inscalfibili e impongono oggi estrema cautela nel formulare previsioni; la candidata democratica è visibilmente vulnerabile; i repubblicani, infine, sembrano aver finalmente fatto pace con l’idea di avere Donald Trump come loro candidato (è in fondo il naturale prodotto del tipo di messaggio che essi stessi hanno veicolato in questi anni) ed essere pronti a ricompattarsi in vista della convention di luglio.
Tre sono le principali fragilità della Clinton, che il suo avversario cercherà di enfatizzare e sfruttare – con spregiudicatezza e aggressività – nelle settimane e nei mesi a venire. La prima è la scarsa, scarsissima fiducia dell’elettorato nei confronti dell’ex Segretario di Stato. Secondo un recente sondaggio Reuters solo il 20% degli americani la considera onesta e degna di fiducia; ben il 60% la pensa altrimenti, con un restante 20% d’indecisi. È uno scetticismo, questo, che si estende allo stesso elettorato democratico, dove la percentuale di chi non si fida della Clinton è altissima, oltre il 40%, e il rischio di una defezione in novembre di chi le ha preferito Sanders, soprattutto tra i giovani, assai elevato. Certo, quello che si prospetta è uno scontro tra due aspiranti presidenti assai deboli: Clinton e Trump sono i candidati meno apprezzati dall’elettorato nella storia degli ultimi dieci cicli presidenziali. Il miliardario repubblicano batte ancor oggi tutti i record immaginabili (il 70% delle donne ne ha un’opinione negativa, ad esempio). Ciò avviene però in un contesto dominato da un forte populismo anti-politico, nel quale una esponente dell’establishment come la Clinton è facilmente attaccabile tanto da rappresentare probabilmente il miglior avversario possibile per chi, come Trump, sulla denuncia della vecchia politica ha costruito le sue fortune elettorali.
L’immagine molto negativa dei due candidati riflette a sua volta la marcata polarizzazione politica del paese. Gli Stati Uniti sono oggi divisi lungo una faglia sempre più ampia e meno suturabile. Detto altrimenti: la mobilità degli elettori da un campo all’altro si è grandemente ridotta, laddove il mitico voto indipendente tutto si rivela essere meno che centrista e moderato, ed è anzi spesso catturabile alzando la soglia retorica dello scontro e della polemica, come Trump ha dimostrato di saper fare. È questa la seconda, chiara debolezza della Clinton. Se la sfida fosse solo sulla preparazione, la competenza e, anche, la basilare civiltà dei comportamenti e del lessico utilizzato non vi sarebbe ovviamente partita. Così però non è. I due campi sono cristallizzati nelle loro posizioni, come ben rivelano i sondaggi rispetto al voto di novembre (che vedono al momento la Clinton avanti, ma di pochissimo) e, ancor più, quelli relativi al tasso di apprezzamento o meno dell’operato di Obama, da anni fermi entro una fascia di oscillazione assai più limitata che in passato (tra il 45 e il 50%), a segnalare la cronica fissità della spaccatura esistente.
Per vincere le elezioni diventa quindi necessario mobilitare appieno i propri bacini elettorali. E su questo troviamo la terza e ultima fragilità della candidata democratica. Che fatica a trascinare alle urne una fetta dei simpatizzanti democratici. E che ha di fronte un avversario capace di recuperare alla causa un pezzo, perduto, dell’elettorato repubblicano. È questo uno dei dati più sorprendenti delle primarie che hanno incoronato Trump: l’altissimo tasso di partecipazione elettorale, più che raddoppiato rispetto al 2012. Trump asserisce di poter portare alle urne milioni di nuovi elettori, compensando così la perdita di quelli allontanati dal suo messaggio violento, razzista e misogino. Si tratta di un’esagerazione e le prime analisi rivelano come la crescita dei votanti repubblicani alle primarie non sia destinata a tradursi automaticamente in un analogo aumento alle presidenziali. Trump pare però poter dare risposta a uno dei problemi che afflissero Romney nel 2012 ossia l’alto tasso d’astensionismo in un segmento non marginale dell’elettorato repubblicano: quello bianco con bassi tassi d’istruzione e reddito, che nel magnate newyorchese sembra aver trovato il suo nuovo profeta.
La corsa alle presidenziali di novembre è quindi lunga e incerta. E Hillary Clinton ha oggi più di una ragione per essere preoccupata.

Il Mattino/Messaggero, 19 Maggio 2016

Obama e Hiroshima

Barack Obama sarà il primo presidente nella storia degli Stati Uniti a recarsi in visita a Hiroshima. Non si scuserà, Obama, nell’occasione, per il bombardamento dell’agosto 1945. È anzi probabile che la userà per ribadire l’inevitabilità di quella scelta; per tornare su un tema spesso presente nei suoi discorsi, a partire da quello pronunciato in occasione del conferimento del Nobel per la pace: la terribile necessità di essere pronti a far ricorso alle le armi, a usare la guerra e a scendere nel male, quando chiamati a farlo. Non basterà, questo, a placare le critiche di chi, dentro gli Stati Uniti, accusa il Presidente d’insufficiente patriottismo: di essere più incline a sottolineare colpe ed errori degli Usa che a celebrarne la grandezza e i meriti storici. Ma in quest’ultimo biennio presidenziale, Obama ha dimostrato di prestare poca o nulla attenzione a polemiche tanto aspre quanto spesso pretestuose; ad attacchi non di rado rozzi e pregiudiziali.
Che obiettivi si pone il Presidente e cosa spera di ottenere con questo viaggio e con un gesto la cui valenza simbolica non può comunque essere sottostimata? Tre sono le possibili risposte. La prima si lega a considerazioni di ordine geopolitico e al mutevole contesto dell’Estremo Oriente. Dove l’ascesa della potenza cinese, l’assenza di un ordine istituzionalizzato e il riaffiorare di antagonismi regionali sembrano rafforzare il ruolo di Washington come garante ultimo della sicurezza e della stabilità dell’area. Il viaggio a Hiroshima serve sì a ribadire la natura speciale della relazione tra Stati Uniti e Giappone. Ma serve anche a enfatizzare la possibilità di superare il retaggio che informa le retoriche nazionaliste di chi soffia sul fuoco delle tante tensioni interstatuali ancora esistenti: tra Cina e Giappone; Coree e Giappone; Vietnam e Cina. Andando a Hiroshima, Obama non propone certo di cancellare quella storia. Invita però a evitarne un uso strumentale, portando a modello una relazione, quella tra Stati Uniti e Giappone, che – si afferma non senza eccessi retorici – dalle ombre della storia si sarebbe in fine emancipata.
Il secondo obiettivo di Obama è legato al nucleare medesimo. Sotto la sua Presidenza, gli Usa si sono fortemente impegnati per ridurre gli arsenali e per contenere una proliferazione che – con i programmi di Iran e Corea del Nord – sembrava preludere a una nuova corsa agli armamenti. Agisce, qui, un mix d’interesse e d’ideali. Al genuino desiderio di liberare il mondo dalle armi nucleari corrisponde la piena consapevolezza che anche un limitato deterrente nazionale può ridurre la rilevanza (e la spendibilità) del principale privilegio di potenza di cui godono gli Stati Uniti: la loro indiscussa superiorità militare. La visita a Hiroshima servirà in altre parole per rilanciare una retorica anti-nucleare funzionale agli obiettivi strategici statunitensi, congruente con il discorso, ostentatamente idealista, di Obama e, anche, utile elettoralmente ai democratici, visto che sarà contrapposta alle irresponsabili considerazioni di Trump sull’opportunità che Giappone e Corea del Sud si dotino di loro deterrenti nucleari.
E questo ci porta al terzo e ultimo elemento: l’immagine internazionale degli Usa e del loro leader. Il viaggio a Hiroshima è in una certa misura la degna conclusione di una parabola iniziata con il discorso del Cairo del giugno 2009, quando Obama tese la mano al mondo mussulmano. È parte cioè di una retorica internazionalista e collaborativa che ha qualificato il lessico e la simbologia della politica estera obamiana. E che ha contributo tanto alla popolarità del Presidente quanto al ripristino dell’immagine globale degli Stati Uniti durante i suoi due mandati.

Il Giornale di Brescia, 11 maggio 2016